| Emmanuel Levinas |
L'opera di Lévinas è assillata da ciò che non può
essere detto. Una comunicazione con l'altro che lo lasci essere altro, senza
ridurlo alla comune misura
Ultima grande architettura filosofica del Novecento, quella di Emmanuel Lévinas è un'opera compatta, che non consente estrapolazioni, poiché ogni singolo frammento rinvia al disegno d'insieme. E come se la scrittura sorvegliasse il suo lettore, lo obbligasse a cercare la chiave. Per usare un termine che Lévinas stesso ha indicato come cifra della propria ossessione, il lettore è "ostaggio" del testo su cui inavvertitamente si è chinato.
Il filosofo
è scomparso, a Parigi, il 25 dicembre del 1995. Francese di adozione, lituano
di nascita, di famiglia ebraica, testimone fanciullo in Ucraina della rivoluzione
d'Ottobre, apolide, a suo modo, con radici lontane. Gli scrittori russi Dostoevskij,
Puskin, Gogol, Tolstoj, la Bibbia ebraica e l'odore della carta e della scrittura
nel mestiere del padre, libraio e cartolaio. E poi gli incontri che segnarono
la sua prosa filosofica: la Friburgo di Husserl e di Heidegger; l'amicizia parigina
di Blanchot, di Marcel, di Jean Wahl, di Sartre; il dialogo epistolare - problematico
e ammirato - con Martin Buber; la frequentazione di Chouchani, che lui stesso
definisce "maestro di gran prestigio - e senza pietà! - di esegesi e di Talmud"
(Difficile libertà). Erede e interlocutore discreto del grande Novecento filosofico,
ha nutrito la propria scrittura di scetticismo e gentilezza - l'unico modo di
trattare e amare il cuore segreto dell'utopia senza cedere alle lusinghe della
grandezza. Scrittura rigorosa, incatenata e paziente. Nessuna concessione agli
estetismi tanto cari a buona parte degli epigoni della filosofia heideggeriana.
Parole come esposizione, vulnerabilità, prossimità, sostituzione, ostaggio,
sono altrettanti distillati di un rigore che non consente abusi, pena il tradimento
dell'intenzione profonda che li unisce. Fanno esplodere il linguaggio filosofico
dall'interno come gocce d'acqua che rinvengano dalla loro congelazione, ne smascherano
il limite, l'impotenza a dire ciò che già non gli appartenga. Conducono la filosofia
al punto della sua fissione, costringendola a sé fino alla rottura, all'apertura,
che non è rinuncia, ma fitta nel pieno, rivelazione della pienezza stessa come
mancanza.
"II vero Desiderio è quello che il Desiderato non sazia ma rende più profondo. È bontà. Non si riferisce a una patria o a una pienezza perdute, non è la malattia del ritorno e neppure nostalgia. È la mancanza nell'essere che già è in modo compiuto e a cui non manca nulla" (La traccia dell'altro) "Si tratta di uscire dall'essere per una nuova via" scrive Lévinas nel 1935 (De l'evasion). Voltare finalmente le spalle a Parmenide. Come ha scritto J. Derrida, il pensiero di Lévinas "ci invita ad abbandonare il luogo greco, e forse il luogo in generale, verso ciò che non è più nemmeno una sorgente o un luogo [...], verso una respirazione, verso una parola profetica già effusa non solo a monte di Platone, non solo a monte dei presocratici, ma al di qua di ogni origine greca" (La scrittura e la differenza). Sullo sfondo di questo proposito, discreta ma decisiva, vi è l'opzione tutta ebraica per il monoteismo e per l'apertura senza ritorno che esso introduce nella nozione dell'essere. Inconciliabile con il panteismo cosmico che muove l'intera parabola del pensiero greco, al quale il computo degli esseri torna uguale e perfetto, senza che nulla vada veramente perduto e senza che nulla di nuovo accada davvero. Lévinas si chiede se non vi sia proprio in questa positività priva di ferite un qualche male. "L'angoscia di fronte all'essere - l'orrore dell'essere - non è forse tanto originaria quanto l'angoscia di fronte alla morte?" (Dall'esistenza all'esistente). L'essere in generale è la vera prigione; ad esso Lévinas dà il nome di "il ya". Il puro "c'è", compatto e inestinguibile, che ritorna anche in seno alla propria negazione. Ciò che nel pensiero di Heidegger si definiva come l'abbraccio che raccoglie e dispone ogni cosa nella propria luce, rivela ora le fattezze soffocanti, spersonalizzanti e invasive della notte. "Di fronte a quest'oscura invasione non è più possibile raccogliersi in sé, rientrare nel proprio guscio. Siamo esposti" (Dall'esistenza all'esistente). C'è. Naufragio del tempo. Universo che nessun volto illumina. Da quali abissi è sorto questo concetto? Da dove deriva la sua potenza di orrore? Dall'esistenza all'esistente è stata scritta nel 1947. Di quest'opera non si comprenderà nulla se non la si illumina con il sole nero che ha coperto l'Europa tra il 39 e il 45, dove la semplice positività autoevidente dell'esistere è stata scossa per sempre, ha visto svanire il suo diritto. La notte di Lévinas e l'irrimediabile ripercussione filosofica dei "cerchi concentrici di Notte e Nebbia" (Neher) che ancora oggi soffocano la memoria dei sopravvissuti al paese delle ombre. Ma come si può uscire dall'essere? O meglio, come dire l'al di là dell'essere, l'altrimenti, senza che le nostre stesse parole, facendone appunto tema, lo riconducano all'essere?
Tutta l'opera di Lévinas è assillata da ciò che non può essere detto. E non per dirlo, finalmente, piegandolo alle condizioni del linguaggio, ma per ricomprendere l'intero compito del linguaggio e della parola a partire da ciò che inevitabilmente vi si sottrae. Una comunicazione con l'altro che lo lasci essere altro, senza ridurlo alla comune misura. Un cammino che, obbediente all'intenzione ebraica del dabar, che assieme significa "parola" ed "evento", ci conduca verso una patria nella quale non siamo mai nati. Nessun ritorno all'origine, dunque, nessuna ricomposizione; ma esodo, partenza, destituzione della sovranità di un soggetto che conosce e dispone e che, nella sua originaria libertà, dice e pensa ogni cosa a partire da sé, come se avesse assistito alla creazione del mondo e alla propria stessa nascita. Generalmente si affronta il pensiero di un filosofo attraverso l'enucleazione dei suoi temi, ma è proprio questo che in Lévinas risulta impossibile. L'unico suo interesse è nella costruzione di un pensiero e di una scrittura che si lascino sollecitare da ciò che resiste alla coscienza e al suo movimento appropriante, non perché vi opponga una particolare forza dialettica o una misteriosa oscurità, ma perché strutturalmente impossibilitato a consegnarsi come tema; perché matrice della coscienza stessa, debordazione del pensiero verso ciò che il pensiero non può includere, passato irrecuperabile che pure viene all'idea. Pensiero dell'infinito, che nell'intuizione cartesiana riscrive l'eccedenza platonica del Bene sull'essere. È a questa tradizione contigua, comunque presente nel pensiero filosofico sin dalle sue origini, che Lévinas afferma di riferirsi, poiché in essa balena a tratti una significazione dell'al di là, una breccia nell'orizzonte chiuso e onnicomprensivo dell'essere. Lévinas contesta l'identificazione che nella tradizione filosofica si è prodotta tra coscienza e soggettività. La soggettività non è riducibile a quella presenza a sé che chiamiamo coscienza. "Il se stesso viene da un passato che non saprebbe ricordarsi" (Altrimenti che essere o al di là dell'essenza); è un evento che non può risalire verso la propria origine, tanto che su questa origine la filosofia effettivamente tace; anche se poi, nell'identificare coscienza e soggettività, finisce per conferire a quest'ultima una sorta di autonomia mitica, come fosse il frutto di un'auto-fondazione, sguardo primo, soggetto come inizio che, nella solitudine, riduce a sé ogni alterità producendola come proprio contenuto, come sapere. Contro questa sovrana e quieta autonomia, Lévinas riporta la nostra attenzione al significato più elementare di soggettività che prima di ogni altra cosa è passività, esposizione, vulnerabilità. La soggettività è messa alle strette ancor prima di cominciare, male nella pelle: piega nell'inspiegabile, nel pieno dell'essere senza fessure e quindi senza senso, poiché senso è soltanto direzione, sconfinamento, essere per l'altro. Convocata e costretta presso di sé anteriormente a ogni decisione e a ogni volontà, già debitrice della propria origine, la soggettività è ferita immemorabile, lesione avvenuta prima che essa possa ricordare, prima che essa possa "farsi un'immagine di ciò che la colpisce, lesa malgrado sé" (ivi). In questo senso è trascendenza. È l'idea della creazione che si fa strada, senza che quest'idea provenga da una preliminare teologia. Nella creazione "il chiamato ad essere risponde ad un appello che non ha potuto raggiungerlo, poiché, nato dal nulla, esso ha obbedito prima di intendere l'ordine" (ivi). E, d'altra parte, il sapere stesso non nasce forse nella forma della domanda? "Perché la ricerca sì fa domanda [...] appello al soccorso, all'aiuto rivolto ad altri?" (ivi). La risposta più semplice è anche la più sconcertante, e Lévinas la fa sua senza riserve, assestando il colpo decisivo all'edificio dell'ontologia, della filosofia dell'essere: la relazione con altri, la relazione etica, precede il sapere e ne fonda la possibilità: "II rapporto etico non si innesta in un preliminare rapporto di conoscenza. È fondamento e non sovrastruttura" (La traccia dell'Altro).
Prima di ogni avventura speculativa, è nell'incontro con l'altro
che si fa strada l'idea dell'infinito. Evento a cui Lévinas dà il nome di visage,
"volto". Anche nella distanza invalicabile delle culture, l'altro è cercato
nel suo volto e in questa prossimità la relazione si gioca - già tesa e carica
di domanda prima di ogni traduzione: "faccia a faccia" rischioso e ineludibile.
Il volto è la vera frattura nel territorio unificato e reso disponibile dalla
conoscenza e dalle armi. Con esso avanza l'indisponibile per eccellenza. Se
la conoscenza inscrive, il volto "è presente nel suo rifiuto di essere contenuto"
(Totalità e infinito), nel suo essere assolutamente esteriore. Ed è la resistenza
assoluta di tale esteriorità a qualsiasi forma di cedimento che Lévinas oppone
ad ogni sorta di partecipazione, di comunità dei simili. Il linguaggio stesso
non sopprime la distanza, semmai riceve da questa la sua possibilità. Come ha
detto con chiarezza M.Blanchot: "Parlare a qualcuno significa accettare di non
introdurlo nel sistema delle cose da sapere o degli esseri da conoscere, anzi
riconoscerlo come ignoto e accoglierlo come estraneo senza costringerlo a intaccare
la sua differenza" (L'infinito intrattenimento). Il volto dell'altro, infatti,
non è già situato e raccolto nella stessa luce che circoscrive il paesaggio
descrivibile, piuttosto fa avanzare in questo paesaggio ciò che non gli appartiene
né gli apparterrà mai. La sua esteriorità è precisamente la novità, l'apertura
che andavamo cercando. "Senza la prossimità d'altri nel suo volto, tutto si
assorbe, sprofonda, si mura nell'essere, se ne va dalla stessa parte" (Altrimenti
che essere o al di là dell'essenza). L'altro, trattenuto comunque al di qua
della sua parola e del suo esterno apparire, è infinito per noi, ideatum che
l'idea non contiene. In ciò consiste la sua altezza. Ma Lévinas ci ricorda anche
che quest'altezza - la cui prima parola è "Non uccidere" - ci viene incontro,
non come forza di un potere molto grande, ma come nudità priva di riparo, miseria
che si appella a noi, che ordina la nostra libertà subordinandola alla responsabilità,
al comandamento che la rivela. Per usare le parole di Lévinas: "l'Altro mi interpella
e mi comanda con la sua stessa nudità e indigenza. La sua presenza è un'intimazione
a rispondere. L'Io non prende solamente coscienza di questa necessità di rispondere,
come se si trattasse di un obbligo o di un dovere sul quale ci sarebbe da decidere.
L'Io è, nella sua stessa posizione, sino in fondo responsabilità e diaconia
[...]. Essere Io significa, dunque, non potersi sottrarre alla responsabilità
[...]. L'unicità dell'Io è il fatto che nessuno può rispondere al mio posto"
(La traccia dell'altro). O ancora, come recita un versetto del Talmud che a
ragione può essere considerato un'epigrafe all'intera opera di Lévinas, "Se
non rispondo di me, chi è che risponderà di me? Ma se rispondo solo di me, sono
ancora io?" (Trattato Abòth 6 a).
Sandro Tarter
Sandro Tarter (1957) insegna religione al liceo classico di Bolzano, filosofia all'istituto di Scienze religiose della diocesi di Bolzano-Bressanone. Laureato in Filosofia all'università di Pisa. Ha scritto su Lévinas numerosi articoli pubblicati da riviste di filosofia ed etica e il libro "La riva di un altro mare" (Ets edizioni). Ha pubblicato inoltre "Crisi della metafisica e pensiero dell'esilio" (Ets edizioni).