| Panni sporchi lavati in piazza |
Lo scandalo della
pedofilia nella Chiesa sarà l'avvio di un ripensamento sull'intera problematica
della sessualità nella dottrina e nella pratica della Chiesa? O soltanto un
episodio, certo clamoroso, di autocritica che non cambierà nulla? Con la sua
strategia comunicativa il Papa ha capovolto la linea prudenziale sostenuta da
anni, anche nel nostro paese, sotto il segno del "non scandalizzare" e non "generalizzare"
davanti a episodi di pedofilia nella Chiesa.
Credo che tutt'oggi moltissimi sacerdoti e semplici fedeli siano disturbati e sconcertati dalla enorme pubblicità che è stata intenzionalmente sollevata. Sono intimamente convinti che sia un errore. Da noi chi accenna, con discrezione, ai casi di pedofilia - chiedendosi se essi non indichino problemi di fondo irrisolti nel modo con cui molti uomini di Chiesa affrontano in concreto la sessualità - viene guardato con sospetto, come una voce subdola di anticlericalismo. Il Papa ha fatto piazza pulita di questo atteggiamento prudente di basso profilo.
Naturalmente lo ha fatto alla sua maniera, gridando forte contro "un peccato orrendo agli occhi di Dio" e "un crimine per la società". Nella certezza che, al di là di nuove più efficaci misure pedagogiche e disciplinari, correttive e preventive del fenomeno, bastano "le solide fondamenta della fede e l'autentica carità pastorale". La Chiesa per Wojtyla, cioè, non ha bisogno di interrogarsi se, al di là del circoscritto scandalo della pedofilia, non debba riflettere più a fondo sulla sua dottrina e sulla sua pratica in tema di sessualità riferita ai suoi membri. La Chiesa non ha nulla da modificare, non ha nulla da imparare.
È davvero così? Tutta la questione è esplosa come "caso americano". La stessa clamorosa forma mediatica, decisa dal Vaticano, è la replica al furore mediatico sollevato negli Stati Uniti. È la risposta per il supermarket delle fedi e delle morali americano - come si dice. Ma, se si accetta questa logica, si scopre che lo scandalo della pedofilia rilancia la critica di come la Chiesa cattolica affronta in generale la sessualità a differenza di altre confessioni. Il rigore della sua dottrina (di cui spesso i cattolici sono fieri) appare miseramente contraddetto, falsificato da fenomeni come la pedofilia, appunto, di cui la Chiesa cattolica è vittima più di altre confessioni.
Esiste dunque un qualche rapporto tra questa patologia e l'approccio generale alla sessualità? Tutti i commentatori in questi giorni hanno sollevato il problema del celibato ecclesiastico. In realtà non esiste alcun nesso diretto, né logico né di comportamento, tra la scelta (o la costrizione) celibataria e il pericolo della pedofilia. È solo un'associazione polemica, per rilanciare il tema del celibato che, ad avviso di molti, è maturo per una soluzione diversa da quella tradizionale.
A questo proposito la discussione oscilla tra due estremi: una visione "profetica" del ruolo sacerdotale, che implica con tutta evidenza la scelta del celibato, o viceversa una visione "di servizio" della funzione ecclesiale, che risponde a convenzioni e norme contingenti che mutano storicamente. Secondo quest'ultima idea oggi un uomo di Chiesa sposato sarebbe paradossalmente più efficace e convincente che non un tormentato o eroico celibatario. Questa è anche l'esperienza delle confessioni cristiane, riformate.
Un punto comunque va sottolineato. I nodi che la Chiesa sta affrontando non sono affatto "speciali", legati alla sua particolare natura. Riflettono sensibilità e problematiche che maturano in tutta la nostra civiltà attorno alla sessualità e più in generale attorno all'idea di corpo e di natura, che stiamo lentamente rivedendo rispetto alle idee tradizionali. Sono sfide rispetto alle quali l'istituzione ecclesiastica rischia di trovarsi spiazzata. Talvolta è tentata di scambiare per "testimonianza profetica" la sua incapacità di capire e di parlare agli uomini e alle donne.
Gian Enrico Rusconi
*Tratto da La Stampa 25/4/2002