Il Brasile che ho visto


Agli amici che mi hanno chiesto "com'è andata in Brasile?" ho detto che è un'esperienza molto bella e importante. Nel mio immaginario, come in quello di molti credo, l'America Latina è sempre stato un "luogo mitico" senza sapere bene perché. Andarci è fare ritorno al luogo dove si è compiuto uno dei "peccati originali" di noi occidentali nei confronti dell'altra umanità e contemporaneamente è scoprire che quel luogo è un "paradiso terrestre", per la sua bellezza ricchezza grandezza… Andarci significa fare esperienza di un vissuto che è collettivo e personale allo stesso tempo, e portarsi appresso domande.

La storia della colossale diga di Itaipù a Foz do Iguaçu è triste, come il perpetuarsi della dinamica di dominio del potente sul debole. Sul fiume Paranà fino a una trentina di anni fa c'erano isole abitate dagli indios guaranì, una di queste l'avevano chiamata "Itaipù" che significa "pietra che canta" dal rumore che l'acqua del fiume faceva rifrangendosi sulle pietre dell'isola quando c'era bassa marea. Quando Brasile e Paraguay hanno messo a punto l'accordo per la costruzione della diga sul Paranà, i guaranì hanno dovuto andarsene, l'isola Itaipù non esiste più, in compenso il nome lo ha preso la diga.

D'altra parte la diga è una grande opera della modernità, che celebra l'ingegno dell'uomo e produce il 25% dell'energia consumata dall'intero Brasile (un paese grande 28 volte l'Italia) e il 95% di quella necessaria al Paraguay (con appena il 5% dell'intera energia prodotta). E' un dilemma, una contraddizione. Si può andare oltre la contrapposizione tra idealisti e materialisti, tra sostenitori un po' cinici del progresso e difensori sempre perdenti dei princìpi? Lévinas parla della scoperta del volto dell'altro, dell'alterità che apre alla responsabilità e il suo pensiero rappresenta una rivoluzione culturale nella percezione di se stessi e nei rapporti tra le persone. Se l'altro lo cancelli, lo annulli, non lo consideri importante a fronte del progetto di ricchezza e sviluppo che persegui, sei già fuori dal modello levinassiano, che è poi quello cristiano, e non c'è artificio cerebrale che possa avvalorare quel progetto.

Io sono rimasta colpita, a questo proposito, dall'atteggiamento di fratel Arturo perché tra i maggiori benefattori delle sue opere di assistenza e promozione umana a Foz c'è don˜a Dora, dirigente alla Binacional di Itaipù. Arturo le offre tutta la sua amicizia e da lei accetta donazioni e contributi perché la persona è sempre più grande delle sue opere. Ma alla diga, che ha generato povertà e morte, Arturo non è mai andato a fare visita, perché la vita è più importante del denaro sempre. La contraddizione c'è e rimane, la sofferenza grida e non è soffocata, la scelta di amare però è reale e diventa piccolo segno che recupera l'armonia perduta.

Altra grossa provocazione è quella rivelata dalla povertà e dalla precarietà di vita di tanta gente che vive nelle favelas, ma dei bambini soprattutto. Hanno 5 o 6 anni e vivono in strada, hanno già conosciuto violenze e durezze per noi inimmaginabili, sono esposti a malattie, soffrono la fame. Se li osservi da lontano, ti colpisce quanto sono belli e vivaci, ti sembra che in realtà siano loro a conoscere il segreto della vita, a godere la relazione con l'altro e il contatto con la terra. Incontrarli ti sembra liberante. Se invece li incontri personalmente, e ne incroci lo sguardo, ti trovi immediatamente di fronte ad un bisogno immenso, di affetto di pane di cura. Allora ti domandi che cosa puoi fare per aiutarli, come puoi essere solidale con loro, quanto la tua ricchezza potrebbe liberarli da quella povertà che a noi spaventa così tanto.

Tra le persone che abbiamo incontrato impegnate a fianco dei bambini poveri di Foz do Iguaçu c'è frei Pedro, un frate cappuccino, portoghese, che ha fondato la "comunità dei ragazzi lavoratori". Questo frate è "organico" alla realtà con la quale vive. E' come se i suoi occhi penetrassero la realtà e vedessero i valori veri che la povertà contiene: l'amicizia, la semplicità, l'essenzialità, la leggerezza, e allora il suo impegno invece di essere quello di liberare dalla povertà, è liberare la povertà. Liberarla dai parassiti che solitamente la accompagnano, che sono la droga, la violenza, l'ignoranza, la passività. La sua è un'esperienza di frontiera, tanto precaria nei mezzi di cui dispone, quanto forte nel messaggio che esprime, perché realmente alternativa, estranea al desiderio di imitare il modello del benessere materiale.
Forse è la necessità del mito a farmi raccontare in questo modo le cose viste. Nella speranza di imparare a viverle.

Silvia Pettiti

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