| Dall'ascolto alla partecipazione |
La consapevolezza dei propri diritti, l'acquisizione della capacità
di difenderli e la determinazione a raggiungerli è capire cos'è
la dignità
Sono stato allievo della scuola di Barbiana, dove ho passato tutti i miei anni di scuola: ci sono arrivato nel 1956, all'età di 7 anni, e ci sono rimasto fino al 1967 quando la scuola si è chiusa perché il suo fondatore, don Lorenzo Milani, è morto. La scuola di Barbiana era molto piccola: è iniziata con circa sei bambini; poi il numero di ragazzi è cresciuto fino ad un picco di circa venti, per poi calare gradatamente fino a quando l'esperienza si è conclusa. Era una piccola scuola di montagna. Barbiana si trova arroccata sugli Appennini, a metà strada tra la valle del Mugello e Firenze; è un luogo impervio in cui adesso arriva la strada, ma fino a pochi anni fa si arrivava solo a piedi. E' un luogo dove per tanto tempo non c'è stata la corrente elettrica e tuttora non c'è l'acqua potabile. E' un luogo fuori dal mondo, ma questa scuola è riuscita a far parlare di sé proprio per i metodi e gli obiettivi totalmente rivoluzionari che si poneva.
Questa scuola
è stata messa in piedi da don Lorenzo Milani, che ha voluto metterci
nella condizione di poter ascoltare e leggere il Vangelo poiché il Vangelo ha
fatto l'opzione dei poveri e don Milani lo ha preso e vissuto sul serio. Egli
proveniva da una famiglia aristocratica ma era finito in una realtà popolare,
prima tra gli operai a San Donato dal 1947 fino al 1954, poi tra i contadini
analfabeti e sfruttati da tutti a Barbiana. Per i poveri dell'epoca, e per i
Barbianesi in particolare, l'oppressione a volte aveva il volto del ciarlatano
che proveniva dalla città e giocava sulle ambiguità linguistiche, a volte aveva
il volto del fattore che tentava di fregarti approfittando del fatto che non
eri in grado di fare i conti a modo, ora del politico che tentava di ottenere
il tuo voto, ora di una macchina statale che opprimeva e non forniva una scuola
che fosse adeguata alle esigenze, nonostante la Costituzione lo prevedesse.
Don Milani si pose l'obiettivo di come far uscire questo popolo da una condizione
di oppressione; si pose lo stesso obiettivo che si sta ponendo oggi il gruppo
di Modena, quando utilizza la parola "empowerment", termine inglese che si potrebbe
tradurre "tentativo di ridare potere". A Barbiana non si usava la parola empowerment;
nel linguaggio del tempo, avremmo utilizzato l'idea del "ridare dignità ai poveri
e agli oppressi".
Nel percorso che abbiamo fatto a Barbiana questo concetto di dignità si potrebbe rappresentare come una scala che procede per gradi. Al primo gradino ci metterei la consapevolezza dei propri diritti. Credo che questo sia il primo elemento che può consentire ad una fascia sociale che ha perso dignità di poterla recuperare. Il secondo gradino consiste nell'acquisire la capacità di difendere i propri diritti o addirittura conquistarli se non si sono goduti. Al terzo gradino, metterei la determinazione, la voglia assoluta di essere protagonisti della propria storia personale e collettiva, quindi il concetto di non delega, non accettare che nessuno ti metta i piedi in testa. Ottieni la dimostrazione massima che nessuno ti ha messo i piedi in testa, quando riesci a riappropriarti di tutto il tuo destino, e riesci insieme agli altri a stabilire quale debba essere il destino della società, dell'economia, sia a livello locale che nazionale e oggi anche a livello globale. Una volta capito cos'è la dignità, si pone il problema di come farla riacquistare in modo che diventi una realtà. La dignità può essere oppressa in vari modi: - attraverso la via legislativa: facendo leggi di fatto ingiuste; - attraverso l'economia: organizzando l'economia in modo tale che sia di fatto ingiusta, per cui poi non c'è da sorprendersi se esistono diseguaglianze sociali; - con l'oppressione militare, come la dittatura. Il Priore (appellativo con cui chiamavamo don Lorenzo Milani) pensò che tutte queste condizioni di oppressione poggiano su una situazione di fondo: l'incapacità degli oppressi di possedere la lingua, intesa come: capacità di esprimersi, di capire cosa sta succedendo nell'ambiente nel quale viviamo; capacità di far valere le proprie ragioni; capacità di esprimere agli altri, che vivono la nostra stessa condizione, quali sono le cose che non vanno e quali sono i passi che dobbiamo fare per tentare di recuperare la dignità. Una volta capito che tutta la costruzione dell'oppressione poggia sul mattone dell'ignoranza linguistica, il Priore decise di mettere in piedi una scuola con l'obiettivo principale, immediato, di ridare capacità espressiva ai poveri. Cosa vuole dire capacità espressiva? Quando abbiamo la capacità di esprimerci? Prima ancora di possedere la lingua, noi acquisiamo la capacità di esprimerci quando possiamo parlare a testa alta con i nostri interlocutori. Non si può infatti pensare di poter parlare, pur avendo tutte le conoscenze e tutta la ricchezza linguistica che vogliamo, se ci portiamo addosso una timidezza tale che ci schiaccia od una inferiorità culturale che non consente di rimettersi in piedi davanti all'altro. Ecco perché il primo passo per potersi esprimere è quello di liberarsi della timidezza. A Barbiana la timidezza era un fenomeno estremamente diffuso, perché eravamo tutte persone che si portavano addosso il peso di secoli e di millenni di oppressione, di situazioni in cui si era costretti a strisciare di fronte al padrone, al fattore, al marchese, al prete, al maresciallo, al farmacista; c'era una timidezza atavica e nello stesso tempo la capacità di recuperare la propria dignità, era un elemento fondamentale: essere capaci di dire "nonostante apparteniamo ad una classe che non ha mai parlato, che non ha mai scritto libri, abbiamo la nostra dignità, non soltanto perché apparteniamo a quella parte di mondo che ha la necessità di far cambiare le cose, ma perché indagando sappiamo un sacco di cose che, nonostante non siano scritte nei libri e non si insegnino nelle università, sono fondamentali per vivere e magari possono essere il sale che permette al mondo di rinascere su basi nuove e più umane". Questo dà fierezza e autostima a coloro che debbono finalmente acquisire la capacità di parlare. Il secondo passaggio importante è sentirsi soggetti di diritti: noi ci sentiamo persone sovrane, non dipendiamo da nessuno, abbiamo il diritto di farci valere, di contare, di partecipare. La coscienza di queste scoperte non basta, si ha bisogno dei mezzi per poter parlare e oserei dire che, se non diamo i mezzi, di fatto questi due obiettivi non riescono a realizzarsi. Fornire la lingua, mezzo tecnico per potersi esprimere, rappresenta l'architrave che consente agli altri due elementi fondamentali di stare insieme; tutti e tre insieme questi pezzi formano l'arco che ridà la possibilità alle classi sociali, che non avevano mai parlato, di poter finalmente esprimersi.
A Barbiana la lingua aveva il posto centrale proprio perché rappresentava l'architrave. Tentiamo di capire se l'esperienza fatta a Barbiana si può trasferire altrove come ad esempio, a quello che si sta tentando di fare a Modena. Direi che si può trasferire perché la salute è un ambito pieno di dominazioni. La prima dominazione è quella dei mercanti: quando nell'intervento precedente abbiamo visto le copertine delle riviste dove si vorrebbe dare ad intendere che si può dimagrire mangiando castagne, ci rendiamo conto che la salute è prima di tutto un affare e naturalmente tutti coloro che tentano di fare affari attraverso la salute della gente, ne approfittano, anche se la proposta che fanno può aggravare e danneggiare lo stato di salute invece di permettere di vivere meglio.
La seconda forma di dominio, che viviamo sostanzialmente quando ci ammaliamo, sono i medici. Viviamo in un sistema in cui ci viene detto che dobbiamo delegare, che la scienza appartiene agli scienziati ed ai professionisti, che ci dobbiamo affidare. Alla fine nel rapporto fra medico e paziente viene persa la fisionomia di persone e a volte siamo soltanto dei pezzi anatomici. Siamo spersonalizzati, e alla fine la differenza culturale fra paziente e medico è così profonda che il medico decide per noi. Non siamo più noi a decidere che cosa deve essere della nostra salute e addirittura della nostra vita, ma siamo costretti a dire "faccia Lei, perché Lei è quello che sa". E' gioco forza che alla fine scelga il medico. Un'altra forma di dominio è la struttura pubblica e tutta la struttura politica che attraverso le loro decisioni, penalizzano le scelte e la qualità di vita della gente.
Allora chi si pone l'obiettivo di ridare potere alla gente, cosa può fare? Io direi che bisogna tentare di mettere in atto un tipo di progetto che tenta di rivolgersi contemporaneamente alla gente che deve riacquistare potere, ma anche alle altre strutture. E' difficile intervenire sulle strutture politiche nazionali, più facile su quelle locali (comune, provincia e regione), e sicuramente si può fare qualcosa nei confronti dei medici. Quindi non ignorerei la possibilità di coinvolgere anche i medici, tentando di ribaltare in loro la concezione del rapporto di potere. Bisogna fare in modo che essi entrino nell'ordine di idee di avere davanti a sé delle persone e che debbono accettare di essere dei consulenti, profondamente rispettosi di esse, che usino un linguaggio che metta l'altro in condizione di capire la propria situazione e di decidere ciò che vuole fare della propria salute (curarsi o non curarsi, curarsi in un certo modo o in un altro), addirittura di poter mettere in gioco anche la propria vita, soprattutto quando ci si rende conto che la cura che viene proposta mette a repentaglio la qualità della vita. Credo che la gente abbia il diritto di sapere quali sono le prospettive e quindi anche di stabilire se vuole vivere in un certo modo o se non vuole più vivere. Penso che dobbiamo rivedere il nostro rapporto con la morte, ne sono profondamente convinto; noi viviamo in una società dove rimaniamo belli e giovani a vita, dove quello che conta è il successo, la ricchezza e la forza. Non c'è posto in questa società per la morte, ma dobbiamo farci conti ed accettarla come una cosa naturale, come una cosa con la quale conviviamo e che accettiamo anche con serenità, prefiggendoci l'obiettivo di reinserirla nei processi naturali e di farla diventare di nuovo un processo sociale. Quindi fare in modo che la gente possa anche decidere di come vuole morire, magari nella condizione che gli è più congeniale, in mezzo ai suoi affetti e alla sua famiglia. Noi invece abbiamo talmente professionalizzato, aziendalizzato tutta la sanità che alla fine ci troviamo costretti a morire dove la struttura sanitaria decide che dobbiamo morire, magari dopo aver attraversato le peggiori sofferenze. Dico questo come persona che vive nel contesto ospedaliero; ho visto della gente a cui è stata allungata la vita di pochi mesi in condizioni che, se le avesse conosciute prima, sicuramente, avrebbe fatto altre scelte. Per cui credo che ogni persona abbia il diritto anche di stabilire se vuole vivere o se vuole morire e quindi di decidere cosa vuole fare anche quando si trova in condizioni di patologia grave. L'obiettivo che dobbiamo porci nei confronti del cittadino è quello di metterlo in grado di capire meglio se stesso, i propri bisogni, di difendersi dalle insidie commerciali, di capire il medico e di essere in grado di prendere delle decisioni e di conoscere cosa possono offrirgli le strutture e come può utilizzarle.
Oltre al recupero dei diritti e della dignità, dovremmo essere coscienti dei rapporti chiari col medico, di cosa si può pretendere dalle strutture e quali sono gli elementi che influenzano la salute. A questo punto scopriremmo che essa non è soltanto la capacità di curarci quando ci viene qualche malanno, ma la salute è lo stile di vita, il modo in cui è organizzata la città, il tipo di lavoro che svolgiamo, quanto siamo soddisfatti, il tipo di sicurezza che troviamo al suo interno. Scopriamo che la salute alla fine è anche scelta politica. Bisogna quindi avere la capacità di allargare questo orizzonte di concetto di salute e tutti gli elementi che alla fine la influenzano. Infine c'è il grande tema del linguaggio sanitario perché penso che varrebbe la pena di insistere molto sull'etimologia delle parole. Riuscire a risalire la storia delle parole, consente di acquisire una certa padronanza. Bisogna tentare di dare gli elementi di base con l'obiettivo di riuscire ad entrare in comunicazione col medico, con le strutture, in modo da riappropriarci del nostro destino.
Francesco Gesualdi
Francesco Gesualdi, infermiere, animatore del "Centro nuovo Modello di Sviluppo" di Vecchiano (PI). E' stato allievo della scuola di Barbiana.