Il popolo di Porto Alegre e l'Italia

 

Dalla assise del Forum Sociale Mondiale, svoltosi a Porto Alegre, viene certamente una grande speranza per il futuro della democrazia e della civiltà nel mondo. Nel documento finale sono riportate le enormi sfide di fronte alle quali concretamente si trova il movimento globale per la giustizia sociale e la solidarietà; sono individuate nel neoliberismo e nella guerra le politiche globali contro le quali impegnarsi, sono tratte indicazioni concrete di lavoro per gli appuntamenti futuri. Nonostante alcune ingenuità (non tutta la contestazione no-global è limpidissima), contraddizioni (vedi l'incapacità di un'analisi autocritica) ed ambiguità (sul tema della nonviolenza), i tanti obiettivi che il documento propone sono condivisibili e si deve apprezzare il buono che c'è.

Senza entrare nei dettagli del documento, bisogna riconoscere che ciascuno dei punti qualificanti ha ragione di validità, presenta con buon senso le battaglie intraprese e quelle che si intendono iniziare, mostra con linguaggio semplice, popolare, un "programma". Ma resta, emotivamente, un documento scialbo; senza emozioni, senza vibrazioni, senza calore. Giornate straordinarie, piene di entusiasmo, dolore, gioia, balli e lacrime, progetti, futuro, piene di colore finiscono in un documento grigio. Scialbo senza essere brutto, anzi è quasi inappuntabile: è una agenda, ma non ha punti focali, e non ha senso immediato della politica. E provo a dire, senza nessuna spocchia o presunzione, perché esso a me sembra così.

"Il movimento dei movimenti" è giovane, è il primo dopo la caduta del Muro; ciò ne conferma l'importanza, ma ne spiega i limiti. Si capisce, perciò, perché lo si voglia proteggere. Ma la tentazione di mettere a tacere critiche e dubbi rischia di spingere verso binari morti. Perciò non possiamo sottrarci ad una annotazione "polemica". Come si raccorda il "tutto" che viene da Porto Alegre (che implica un'azione non breve, né superficiale) con il qui e ora dell'agire politico in Italia?

Il paese in cui è andato al potere (vincendo le elezioni, certo, anche Mussolini e Hitler le vinsero, e poi le dimisero) un blocco sociale e un sistema che non mascherano affatto le loro intenzioni di eversione dall'alto; il paese in cui giorno dopo giorno si susseguono atti di governo che mirano a rovesciare la nostra Costituzione materiale; il paese in cui Parlamento e Capo dello Stato hanno tradito la Costituzione cui avevano giurato fedeltà e ci hanno trascinato in una guerra che intanto ha già messo fine alla civiltà giuridica e al diritto internazionale, oltre che alle vite di migliaia di poveri innocenti. Non sarebbe stato il caso che, l'agire politico, comporti l'adoperarsi più e meglio per difendere la legalità, la democrazia, la civile convivenza, i diritti umani, le stesse istituzioni repubblicane del nostro paese? Per far uscire l'Italia dalla guerra illegale e criminale? Non sarebbe stato necessario contrastare oggi con tutte le nostre forze la deriva eversiva e criminale, l'imbarbarimento del nostro paese? Se è vero che quanto è accaduto ed accade in Italia, non è solo una sconfitta, ma una disfatta dell'intero fronte democratico? Non siamo stati capaci di impedire la partecipazione italiana alla guerra (la marcia della pace di Perugia ha avuto una dimensione senza pari in Europa, ma il movimento pacifista successivamente non ha fatto proseliti), così come non siamo stati capaci di impedire lo sfondamento e la vittoria della destra eversiva nel nostro paese; però siamo stati capaci di inviare (con toni trionfalistici ed atteggiamenti gongolanti) la più numerosa delegazione a Porto Alegre… mentre la nostra stessa casa brucia.

Semplificando: dalla parte "politica" si avverte un sentimento di pessimismo nero (di Berlusconi non ci libereremo più: fra cinque anni, dopo aver fatto danni gravi, sarà ancora dov'è e probabilmente ci resterà); all'opposto, dalla parte "sociale" un ottimismo sorprendente (il capitalismo neoliberista è al tramonto, sta nascendo un nuovo mondo, una alternativa globale). Siamo davanti ad una separazione/oscillazione schizofrenica fra "tutto politico" e "tutto sociale", nel momento in cui la globalizzazione si misura (oltre che in quantità economiche) soprattutto nella ristrutturazione politico-sociale. Perché il movimento etico-culturale "no-global" (nome per intendersi), che vuole mettere in causa la crudeltà della logica globale del capitale, che è capace di costruire relazioni parallele di notevole significato, perché non è in grado di modificare i meccanismi di commando di un singolo Stato o paese? Poco che contino le dimensioni istituzionali, è in esse che si impediscono o si avanzano soluzioni. Anche una proposta economicamente compatibile e politicamente esplosiva come quella di Attac (per l'introduzione della Tobin tax) non si realizza che in sede istituzionale, va imposta ai governi, almeno quelli europei. L'azione politico-istituzionale, non riducibile alla democrazia diretta, resta ineludibile, fare a meno della rappresentanza è un suicidio. Il movimento "no-global", nato da pratiche dal basso e che esprime una tensione ideale radicale, che a Porto Alegre ha cercato di passare dalla protesta (no alla guerra, no al liberismo) alla proposta, questo movimento (anche al meglio) non basta per ridare dignità all'Italia. Si pone il problema di un terreno comune, condiviso, tra sinistra politica (interna ed esterna ai partiti dell'Ulivo e Rifondazione) e quella sociale (interna ed esterna al movimento). La mancata capacità di costruire progetti significativi che tengano insieme, rischia di lasciare senza avversari il rullo compressore della destra, fondato su un blocco sociale esteso e consistente, su un'idea o progetto di società imprenditoriale, sull'egoismo individuale come modello di comportamento.

 

 

Giulio Vittorangeli

Giulio Vittorangeli, nato a Tuscania il 1953, impegnato nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di solidarietà internazionale. Responsabile dell'Associazione Italia-Nicaragua di Viterbo, cura il notiziario "Quelli che solidarietà…".

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