| Per conoscere Etty Hillesum |
"In una vita c'è posto per tutto: per una fede in Dio e per una fine miseranda. Io posso… essere accanto ai moribondi, agli affamati, ai maltrattati, ma posso anche essere vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro le mie finestre". Così scrive Etty Hillesum il 3 luglio 1942. Credo che non bisognerebbe mai dimenticare, neppure per un istante, quando ci si accinge a parlare di Etty Hillesum, che è una vita quella che stiamo per toccare, una vita che è storicamente esistita, che ha pulsato, che - nel breve arco di tempo che le è stato concesso - è riuscita incredibilmente a dilatarsi nel mondo, e non semplicemente un oggetto di studio.
Etty non è una filosofa, non è una teologa, non è una psicologa. Non è nemmeno - forse semplicemente perché non ne ha avuto il tempo - la scrittrice che avrebbe voluto diventare. E' una giovane donna la cui esistenza si è smisuratamente estesa dalla piccola scrivania accanto alla finestra della sua stanza, che dava sulla piazza del Rijksmuseum, dove ogni giorno cercava per sé "almeno un paio di parole", come altri cercano una casa, un rifugio, fin dentro le pieghe della più grande tragedia storica del Novecento: "Se dico che stanotte sono stata all'inferno, che cosa potete capirne voi?" scrive agli amici di Amsterdam da dentro il campo di transito di Westerbork, dove ogni lunedì arrivava un treno vuoto che ripartiva il mattino seguente carico di donne, uomini, vecchi, bambini, destinati allo sterminio. E tuttavia, in quel lungo tragitto dalla sua scrivania ("il più bel posto di questa terra") alla storia, Etty non solo non smarrisce se stessa, ma non smarrisce la libertà di continuare ad amare gli esseri umani e di continuare ad assaporare la bellezza del mondo. Mantiene intatta "la coscienza che, in ultima istanza, non ci possono togliere nulla. Che esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro ciascuno di noi per poter congiungere le mani in una preghiera".
Dunque, accostandoci a Etty non dobbiamo commettere l'errore di trasformarla in oggetto della nostra indagine, volta a catturare la sua appartenenza, il suo pensiero, la sua religiosità, e così via. Ma abbiamo invece il compito, oltre che la grande chance di disporre delle "tracce" scritte della sua vita che ci ha lasciato, di cercare di conoscerla. Parlando della vocazione di scrittrice alla quale si sentiva destinata, Etty diceva: "Vorrei scrivere parole che fossero organicamente inserite in un grande silenzio". E anche: "Se mai un giorno scriverò mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto". La storia, credo, è quello "sfondo muto" nel quale le sue parole sono state scritte. E noi dovremmo fare quel "grande silenzio" per ascoltarle.
In che modo, allora, potremo metterci in ascolto delle parole di Etty? E che cosa potremo conoscere di lei? In primo luogo, dovremmo tenere a mente, con trepidazione, che ponendo lo sguardo su una vita umana non tutto potremo cogliere, perché mai tutto emerge in superficie, e mai tutto viene interamente abbracciato dallo sguardo dell'altro. E quindi non dovremo presumere di afferrarla per intero, di coglierne il segreto, ma sapere che soltanto ne assaggiamo la schiuma. Poi, occorrerà essere disposti a cogliere frammenti, sfaccettature, schegge: perché non solo mai una vita si offre per intero, ma, anche, mai una vita è intera: è piuttosto frantumata, spezzata, plurima, molteplice. E dunque ci dovremo accontentare di comporre la sagoma di un mosaico parziale. Infine, il nostro desiderio di conoscere Etty dovrà avere le modalità dell'imparare. Perché conoscere una vita umana, in assenza di una possibile reciprocità, può voler dire soltanto mettersi in relazione a ciò che è stata, disporsi ad accogliere il segno che è riuscita a lasciare sulla terra.
Ciò che, dunque, di Etty Hillesum potremo conoscere, e forse imparare, è in primo luogo la ricchezza delle potenzialità di una vita umana. Anche nelle situazioni più terribili, e di maggiore costrizione, si può trovare la forze se non di capovolgere il dato, almeno però di rovesciarne il senso: "Ho il dovere di vivere nel modo migliore, e con la massima convinzione, sino all'ultimo respiro. Allora chi verrà dopo di me non dovrà più cominciare tutto da capo e con fatica". Etty sa amare la vita, e trovarvi bellezza, anche nelle situazioni più intollerabili non perché sia un'anima bella, che con sa vedere l'orrore del mondo, ma perché sa che "tutto fa parte di questo mondo: una poesia di Rilke come un ragazzo che cade dall'aeroplano". Viene in mente Dietrich Bonhoeffer, nel carcere di Tegel, a Berlino, poco tempo prima di venire giustiziato: "Meravigliosamente custoditi, da forze che vegliano per il nostro bene, attendiamo senza timore l'avvenire. Dio è con noi sera e mattina, e lo sarà fino all'ultimo giorno".
Di Etty potremo anche conoscere, in tempi in cui le fedi ci appaiono sotto il loro volto o fondamentalista o secolarizzato, o spettacolarizzato o svilito in consuetudini quotidiane, che fede può essere anche qualcosa in cui libertà e sottomissione diventano la stessa cosa. Bisogna "sopportare i misteri di Dio", dice Etty, e solo sopportandoli, senza presumere di possederne le chiavi, si può anche sperare di "aiutare Dio", quando Dio non sembra più in grado di far fronte alla malvagità degli esseri umani.
Ma, infine, da Etty potremo anche comprendere che la vita non
va conservata, ma spesa "ad ogni costo". E che solo spendendola, come è stato
detto prima di lei, la si può salvare. Per questo la "parola" fondamentale sotto
la quale si può leggere il senso dell'esistenza e del destino di Etty Hillesum
è, forse, quell'"ardore elementare" in cui consiste l'amore per il prossimo,
e che arriva a superare le barriere dell'indifferenza e dell'egoismo, dalla
superficialità e dell'inimicizia. "E' giunto il momento di mettere in pratica
'ama i tuoi nemici'. E se noi arriveremo a dirlo, bisognerà pure che questo
sia possibile.
Gabriella Caramore
Gabriella Caramore è autrice del programma radiofonico di RadioRAi "Uomini e profeti"