| Essere felici in tempi di guerra |
Cercare nella felicità l'ispirazione per stare al mondo e cambiare
l'esistente
Si
può essere felici in tempi di "guerra preventiva perpetua"; davanti a questo
principio aberrante che legittima ogni avventura a freddo? Oggi in Iraq
(non ci si chiede se questa guerra si debba fare, ma su come si debba procedere
per farla. E sembra certo che le resistenze degli alleati europei e di quelli
arabi riusciranno soltanto a ritardare questa prima guerra preventiva del XXI
secolo), domani in Corea, dopodomani chissà; colpire per primi un nemico
potenziale non è aggressione ma autodifesa. È la mentalità e la tecnica dei
pistoleri del west applicata su scala mondiale. La stessa mentalità che vuole
l'impunità dei soldati Usa; inaudita pretesa di essere formalmente legittimati
a commettere crimini contro l'umanità. "Da coloro che calcolano così bene i
costi e i ricavi di ogni guerra, e come oscilleranno i prezzi del petrolio,
e come si chiamerà il prossimo dittatore iracheno esportato, vorrei sapere quale
sarà il prezzo di sangue che il damerino inglese ha già messo in conto, quante
saranno le vittime innocenti. È disgustoso questo dettaglio, che le vittime
siano ormai un sottinteso irrilevante. Saranno meno dei morti di fame e sete
conteggiati a Johannesburgh ma saranno freschi e premeditati. La mia generazione
è convinta di aver vissuto in un secolo tragico ma può dirsi fortunata, il genocidio
era in fondo ancora episodico e circoscritto e non ancora duraturo e pianificato
su scala planetaria" (Luigi Pintor).
Si può essere felici dopo l'11 settembre, con il mondo ridotto solo a due categorie: terrorismo e antiterrorismo? Non esistono più lotte di liberazione o rivendicazioni democratiche e repressioni, violazioni dei diritti umani. Sarebbe inumano azzerare le vittime dell'11 settembre con la scusa che di vittime e massacri ne esistono tanti. Ma gli Stati Uniti ci chiedono di azzerare tutti gli altri massacri in nome del fatto che esiste l'11 settembre, chiedono al mondo di condividere il loro dolore ma rifiutano di vedere quello degli altri.
Si può essere felici davanti al dramma della Palestina, fra gli attentati dei kamikaze (in assoluta sintonia e collusione con i carri armati d'Israele) e lo stillicidio quotidiano di vite palestinesi? Nell'indecente silenzio del mondo davanti a questa tragedia, al martirio del popolo palestinese, alla distruzione di qualsiasi futura prospettiva di pace. È chiara l'intenzione di Sharon di eliminare una volta per tutte Arafat e l'Anp, stretti in un tragico assedio a Ramallah, di cui al momento non conosciamo l'epilogo.
Si può essere felici davanti al dramma dell'immigrazione, con il quotidiano stillicidio di morti negli sbarchi, come il recente naufragio di Porto Empedocle? Vero degrado morale e civile che ci porta a convivere con una legge razzista come la Bossi-Fini, espressione di un governo che organizza ed alimenta la xenofobia di massa; ad accettare i "lager" dei campi di detenzione frutto del governo di centro-sinistra con la legge Turco-Napolitano; il tutto per negare il diritto di ogni essere umano a fuggire la fame e la morte, a vivere nel mondo che è di tutti perché è l'unico che abbiamo.
Eppure crediamo che si può essere felici per un libro, per una poesia, per una canzone, per un film, per una mostra d'arte, per un dipinto rinascimentale, per una passeggiata nel centro storico.
Si può essere felici per la nascita di una bambina; per un nuovo amore (fatto di carezze e scherzi, abbracci e sorrisi e silenzi); per le amicizie presenti e passate, perché la vita ci fa fare tanti incontri che paiono definitivi, ci fa sperimentare solidarietà umane che sembrano senza fine, e poi ci si disperde. Una felicità ("che non ci costringa ad essere sempre allegri e soddisfatti - e un po' stupidi - come una gallina che si è riempita il gozzo." Gianni Rodari), delle cose piccolissime, ma molto importanti, come quella di portare il proprio bambino a scuola; comunque sempre combinata con qualcosa di sensuale, di umano, di affettivo. Eppure, in tempi come questi in cui è così facile cadere nel cinismo, non credere a niente, rifiutare i sogni prima che abbiano la possibilità di mettere le ali, sentiamo che esiste una felicità più profonda (legata alla contagiosa euforia dei sogni collettivi), per la quale vale la pena vivere.
"Forse la felicità sta nel fare le cose che possono arricchire la vita di tutti gli uomini; nell'essere in armonia con coloro che vogliono e fanno le cose giuste e necessarie. E allora la felicità non è semplice e facile come una canzonetta: è una lotta. Non la si impara dai libri, ma dalla vita e non tutti vi riescono: quelli che non si stancano mai di cercare, di lottare e di fare, vi riescono, e credono che possano essere felici per tutta la vita" (G. Rodari "Libro dei perché").
Per molti di noi, questa felicità ha il colore della solidarietà
internazionale, "tenerezza dei popoli"; perché nonostante tutti gli errori
che facciamo ogni giorno dell'anno, abbiamo compreso che se non si ha la saggezza
di sperare nella nostra felicità, tantomeno si è capaci di cambiare il mondo;
perché non si può pensare di dare la felicità se si è infelici. Occorre cercare
nella felicità l'ispirazione per stare al mondo, non per negare l'immensa infelicità
del tempo presente, ma per cambiare l'esistente.
Giulio Vittorangeli
Giulio Vittorangeli, nato a Tuscania (1953), è impegnato nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di solidarietà internazionale. Responsabile dell'Associazione Italia-Nicaragua di Viterbo, cura il notiziario "Quelli che solidarietà...".