| Senso e mistero di ogni incontro |
Comunicare è incontro, uscita dal sé nomade, incontro sulla
soglia
Partiamo da un dato personale evidente: nel tuo scrivere e parlare si riflette
un singolare pathos di esperienza, pensiero, tensione comunicativa. Un pathos
non comune, forse addirittura raro. Cosa appassiona di più - nel duplice senso
di coinvolgimento e patimento - il tuo riflettere sul tema dell'educazione?
Donde e a che questo pathos?
Non so. Forse la
chiave di volta è che avverto come esperienza di vita originaria e preziosa,
e insieme fragilissima, quella dell'incontro con le donne e gli uomini. Avverto
nell'incontro, in ogni incontro una sorta di "esposizione" sul senso e sul mistero:
quando si è di fronte l'uno all'altro, e guardandoci negli occhi, accettiamo
di essere un poco oltre, un poco esposti (e quindi nel gioco della fiducia e
dell'affidamento, specie quando l'incontro è segnato da "bellezza e verità",
come è in ogni relazione educativa). E chiediamo di essere un poco ospitati,
preservati dal rispetto e dall'attenzione d'altri.
Le donne e gli uomini quando iniziano a dipanare il racconto della loro storia
nel tempo, (per ognuno originale, forse sarebbe meglio dire originaria) e quando
ne fanno memoria e consegna, sono preziosi per ciò che portano. In primo luogo
per ciò che portano in sé, generando, facendo spazio e accogliendo nuove nascite,
nuove forme di vita (anzitutto biologicamente, ma anche nei nuovi inizi delle
biografie, nelle relazioni tra loro, nel riaprirsi dopo le ferite arrecate o
subite…)
Poi, per ciò che portano su di sé, sopportando e sostenendo, resistendo al male
e assumendo il limite. Non pensandosi immuni dal male, ma provando a preservare
un resto di bontà e giustizia.
Mi diceva un'allieva qualche tempo fa dopo essere tornata da un progetto per
i bambini in un campo profughi per famiglie fuggite dalla guerra: "A me, adesso,
sembra di aver vissuto la storia dell'umanità. Quando ho guardato negli occhi
quelle persone mi sentivo misera, non mi sentivo capace di un qualche gesto
per loro. Mi sono sentita, io, sbattuta nella più nuda umanità. Però ho capito,
adesso, perché sono nata: per vedere quegli occhi. Potevamo essere in qualunque
altro tempo. Adesso quello che io studio, che vivo, il mio lavoro, sono tutta
un'altra cosa."
Donne e uomini sono preziosi infine per ciò che portano come sogno e per la
capacità di trarre dal passato, dalla testimonianza ricevuta o colta e serbata
con cura fedele, forza di riscatto, di nuovo inizio.
E quel che donne e uomini portano lo colgono e coltivano nelle relazioni educative
dove si incontrano, certamente, libertà che si chiamano in responsabilità e
cura. Dove si incontrano sempre anche attese.
Non le aspettative, o le voglie, o le ansie di soddisfazione immediata, di protagonismo…
No: le donne e gli uomini, i giovani e gli adulti si incontrano nell'attesa,
consegnata con le prime parole, le prime cure, i significati, i racconti, i
riti. Cresciamo leggendoci attesi, gli uni dalle altre, reciprocamente. Prima
e indipendentemente dallo scambio.
Credo ci sia un legame profondo tra l'incontro educativo e la cura: il
gesto di cura è uno dei gesti più originari e propri delle donne e degli uomini.
Gesti di cura ci hanno accolto nella vita e permesso di reggere l'insostenibile
fragilità del corpo appena nato. Con gesti di cura ricomponiamo il corpo morto
per l'ultimo riposo.
Siamo così consegnati gli uni agli altri. Oggi in modo intensissimo, con prossimità
che colgono noi adulti un po' impreparati, e che sono il contesto della vita
dei nostri piccoli e delle nostre piccole.
"Il mondo ci raggiunge", in mille modi: dolci e creativi come le musiche e i
racconti, i viaggi e le ospitalità; oppure tragici e duri come la denuncia,
la disperata violenza terroristica, l'invocazione dell'estrema periferia del
mondo.
È il comunicare che ci fa crescere, nella sorpresa e nel conflitto. Danilo
Dolci distingue il trasmettere dal comunicare. Comunicare (da cum e munus)
implica reciprocità, co-evoluzione, interazione educativa. Diverso dal flusso
continuativo e unidirezionale, a senso unico, di notizie. Che è solo trasmettere
(trans mittere), mandare oltre un messaggio. Comunicare è incontro, uscita da
sé nomade. Incontro sulla soglia.
Ascoltare della vita l'aprirsi è preparasi anche ad abitare la distanza, che
si può fare separazione, oppure mistero e affidamento.
Ogni pensiero e pratica volti all'educazione presuppongono sempre un'antropologia.
Qual è l'idea vissuta di uomo che tu hai maturato e su cui moduli la tua ricerca
e il tuo lavoro?
Da dove viene l'ascolto di chi ci chiama alla presenza, all'amicizia, alla cura?
Dalla nostra mortalità, dal riaprire i nostri corpi che vorrebbero rannicchiarsi
e rinchiudersi. Non dalla nostra forza volitiva. Presenza e cura a volte non
sono efficaci, spesso non "fanno giustizia". Ma aprono a scambi al limite dell'impossibile,
con parole e gesti che provano a farsi vicini a un altro, seguendo le sue indicazioni
nel limite, nell'estrema fragilità, nell'in-fine. Specie quando "non c'è più
niente da fare".
Il vitalismo narcisistico e disperato dell'uomo moderno, la sua voglia d'essere
del tutto e tutto, di poter e di volere, non può che operare una riduzione dell'altro
a sé stesso, facendone un oggetto della propria conoscenza, della propria organizzazione,
perfino un oggetto del proprio amore. Ma non regge la esperienza del fine, dell'in-fine.
Va, allora, nascosto il malarsi, il portare deficit, l'invecchiare, l'avviarsi
nell'ombra. L'ambiguità, la doppiezza del corpo "bello e mortale" va vissuta
e narrata nelle stagioni della vita: allora il finire non è estinzione, ma dire
le cose in-fine, e può far tornare alle radici. Le radici dell'origine. "In
realtà l'albero è radicato nel cielo" scrive alle allieve Simone Weil.
C'è una bellezza particolare che si può accompagnare a cogliere nell'educare,
e che vive nell'accogliere l'altro da sé tra dolore e gioia, cioè nei movimenti
dei giorni, e della storia personale, nel respiro tra contatto col mondo (la
gioia) e perdita del mondo e ritorno a sé (il dolore). Respiro della vita. "Nel
bello c'è qualcosa di irriducibile. Come nel dolore fisico" scrive ancora la
Weil.
"Mi rendo conto" dell'altro, e ritrovo me stesso: siamo sulla soglia di una
nuova forma di conoscenza e di pensiero, particolare e preziosa. È quel "pensare
con il cuore" che ci indica Edith Stein, un pensiero "concavo", sul rovescio,
sotto-traccia…
È una virtù del conoscere questa capacità di ritrarsi e concedere spazio, per
lasciare essere l'altro, specie quando è fragile o ferito, torna a sentire l'origine,
e l'abbandono della nascita. Ed è la via che può permettere di assumere il dovere
del sapere da parte dei nostri ragazzi, la destinazione dei saperi specialistici
e tecnici da parte di noi adulti delle aree dei saperi e dei poteri.
Mi chiedi di un'antropologia: e io ti potrei rispondere in due modi. Potrei
dirti di come mi senta lontano (non estraneo) dal Sartre che ha descritto
un soggetto teso ad attivare strategie ed astuzie per liberarsi dalla presa
dell'altro, sia nella violenza che nella malattia, o nell'amore sentimentale
("progetto di recupero del mio essere", sottratto allo sguardo dell'altro) e
di come senta vicina la riflessione di Emmanuel Lévinas che considera
l'altro anzitutto come volto, non come sguardo: "incontrare un uomo è essere
tenuti all'erta da un enigma". L'altro si offre e si sottrae, è "nudità": su
di lui non ho alcuna presa, è trascendenza e denudamento. Mi resiste e mi elegge;
mi ordina. La responsabilità verso l'altro è sollecitudine reclamata come dovuta,
non basta la compagnia quando l'altro mi si rivela attraverso il volto, è richiesto
che io sia per lui e non solo con lui.
Ma potrei anche raccontarti di quelle esperienze particolari che sono i momenti
di formazione e di riflessione con donne e uomini anziani. Vivere una vita nella
abbondanza degli anni è esperienza di tante persone nella nostra convivenza.
Ed è diventato abbastanza diffuso il ritrovarsi di persone anziane in occasioni
culturali di confronto, di formazione per iniziative di gruppi ed associazioni.
A volte le occasioni hanno il carattere della riflessione e della ricerca, altre
della formazione e del reciproco racconto.
In questi momenti pare di cogliere quell'attesa di vita nuova e di una essenzialità
che smuove, sotto, rompendo e aprendo la terra indurita del presente e delle
sue ragioni.
Forse perché, come si diceva in una di quelle occasioni di incontro, le donne
e gli uomini anziani più di altri e di necessità "devono adeguare il desiderio
alla realtà, più che provare ad adeguare la realtà al desiderio". In una società,
la nostra, che continua a spingere perché gli individui ad adeguare la realtà
al desiderio.
L'adeguare il desiderio alla realtà, al senso del limite, al non sprecare gesti
(se non è vissuto rancorosamente come perdita d'occasioni...) può svelare i
tratti di una nuova e attualissima saggezza del desiderio. Quella che cerca
e ascolta, e trova la bontà nelle relazioni, nelle parole, nei gesti del presente
curati e preservati per non scivolare consumisticamente e aggressivamente sul
presente.. Per trovare buono ciò che ci è già donato, scoprendo la destinazione
buona cui è inteso, o cui possiamo dirigerlo. È possibile provare a insegnare
ai giovani questa saggezza dal desiderio: poi con essi si potrà aprire una nuova
utopia di cuori pacificati.
Questa saggezza del desiderio fa contenere la seduzione della vitalità, sa cogliere
l'amore come avvenimento nella relazione, perché sa essere essenziale, intelligente,
paziente.
Quante volte nei colloqui quelle donne e quegli uomini mi han detto: "adesso
capisco". Il compimento di un racconto, di una nascita si ha nella semina, nella
sua semina: finire per far vivere, dopo aver operato profondamente, con attenzione;
macerando e smuovendo, aprendo, facendo spazio.
Compiere è seminare, lasciarsi seminare: sussulti di vita nella terra, corpo
che si ricorda concepito. I raccolti sono lasciati ad altri, come consegnati.
Cito dal tuo libro: "Da sempre gli uomini abitano immagini e rappresentazioni.
Attraverso le immagini gli uomini hanno aperto all'abitabilità un mondo comune,
una promessa di futuro. Le rappresentazioni degli uomini, però, hanno anche
compreso e rinchiuso il mondo, includendo il noi ed escludendo gli altri". Una
faccenda seria per chi educa… Quali sono le immagini accrescitive e quelle regressive
che il nostro tempo coltiva?
Le immagini che compongono i nostri paesaggi interiori oggi sono, da un lato,
più complesse e, dall'altro, immediatamente si confrontano (includendo o escludendo)
con presenze, realtà, persone, culture un tempo lontane. Così spesso abitiamo
nelle paure degli altri e loro nelle nostre: siamo presenti (conficcati o accolti)
nelle memorie degli altri e loro nelle nostre; ci scorgiamo come promessa o
come impedimento dei futuri possibili degli altri, e loro emergono in modo simile
nei nostri. Identità-rifugio, proiezioni, assimilazioni, negazioni attraversano
a volte con sottigliezza, altre con nuovo ostentata trasparenza i luoghi formativi
della trasmissione della cultura, dell'elaborazione dei significati, della prefigurazione
delle storie personali nella storia del mondo.
Interdipendenze, dislocazioni, migrazioni, sradicamento portano donne e uomini,
comunità e storie europee a sentirsi di vivere nel tempo delle incerte identità;
un poco improvvisamente a scoprire dentro i propri modi di fare e di pensare
delle identità trasformate. E a reagire in modi diversi: più immediati o impauriti,
oppure più riflessivi e in ricerca.
C'è chi si sente minacciato, o sconfitto; c'è chi si sente richiamato a fedeltà
e dialoghi; c'è chi si concentra su progetti e su interessi particolaristici.
Tutti comunque presi dall'incertezza, nativi e migranti, nelle identità e nelle
differenze plurali, senza cogliersi simili per le situazioni emotive e psicologiche,
per la comune esposizione sul futuro, per le fatiche nell'affrontare tempi inediti
e inedite condizioni del vivere.
Ma la nostra identità è vita che viene delle terre dove son piantate le nostre
radici plurali, e che viene dal cielo verso cui tende e si dispiega, in cui
fiorisce e accoglie, dà frutto per altri e grazie ad altri.
Abbiamo bisogno, specie quando il sentimento di incertezza svela che le nostre
identità sono un cammino che incontra altri cammini, di elaborare di riflettere,
di fare un racconto della nostra esperienza. Abbiamo bisogno di racconti e di
comunicazione.
Il senso di insicurezza, la voglia di semplificazioni fa brutti scherzi.
Perché nell'insicurezza che viene dall'inquietudine, dal timore per il futuro,
dalla frammentazione, dalla solitudine… "tendiamo a mettere sul volto dell'altro
la maschera della nostra paura e della nostra insicurezza" come dice Adel
Jabbar.
Una convivenza che pare soprattutto vivere la paura di se stessa, di ciò che
le si muove nel profondo, di scoprirsi poi non così salda, attenta e responsabile
può fare dell'altro la maschera di questo suo tarlo interiore.
Mi pare che si possa parlare, oggi, di una "immane potenza del negativo", immersi
come siamo in una continua rappresentazione dello scialo di morte che vien realizzato
da guerre e terrorismo, dei percorsi delle migrazioni, delle dissipazioni metropolitane
delle vite nei consumi, nella sfida del limite…
Come rappresentare la "piccola bontà" dei gesti senza calcolo, senza valenza?
Tempo fa un gruppo di studenti alla fine del corso esprimevano gratitudine per
aver conosciuto nello studio donne e uomini testimoni del loro tempo capaci
di raccontare ciò che resta dell'umano, ciò che resiste, ciò che si crea tra
donne e uomini, anche nelle condizioni più difficili.
Immagini di vita, verrebbe da dire; faccia a faccia con la propria ricerca di
vita. Memoria sentita e coltivata attraverso i racconti e le testimonianze di
donne e uomini incontrati tramite la letteratura, e l'arte, la musica, la storia…
Nelle quali assumere "ciò che resta" dell'avventura umana, ciò che resiste e
per cui si dà la vita (testimone è supertestes, non solo testis). E delle quali
ascoltare ciò che si muove nel profondo di donne e uomini e tra di loro, accomunandoli,
nessuno immune, nello sforzo di contenere o ridurre il male e di fare spazio
al bene.
Il nome dei giovanissimi viene a volte schiacciato dal peso della consegna di
immagini e rappresentazioni: dal compito di realizzare i sogni di un passato
fantasticato, di vendicare le offese ricevute, di conservare e perpetuare purezze
originarie ... In questi anni sarà importante volgere uno sguardo non immediato
a queste situazioni che sono al cuore delle trasformazione e del travaglio dell'Europa,
mentre paiono o sono fraintese come "periferiche" e "locali". Uno sguardo che
provi a superare una rappresentazione solo politica del fenomeno.
Pericolosissime e soprattutto false sono queste "pratiche di nominazione" perché
dal nome non attendono novità, nuova linfa, non si aspettano un inedito e creativo
riaprire i sogni, non sono disposte ad accettare amnesie. Il nome è chiuso dentro
appartenenze e fedeltà totali. Sono i più giovani ad essere maggiormente esposti
ai riti di consegna che semplificano la complessità, che offrono una sintesi
tra pienezza del gesto, legame al passato, appartenenza ai guardiani del vero,
opposizione al presente.
Rappresenta una sfida anche culturale ed educativa l'istanza di morte che con
indicibile e violenta nettezza si presenta nei gesti di chi funzionalizza la
vita (nonostante il frequente e blasfemo riferimento al sacro) tanto da fare
del suicidio il "mezzo tecnico" per arrecare quanta più morte possibile ad altri.
Come trovare parole giuste, di vita? Come riconquistare le menti, la calma interiore?
Qui nelle regioni del mondo terrorizzate ed attraversate dall'ansia sorda, e
là tra i disperati, i rifugiati dei campi, gli sradicati e i miseri. Riusciranno,
qui e là, donne e uomini vulnerabili a leggersi dentro, a educarsi ad ospitare
le memorie e le speranze d'altri nelle proprie? Atteggiamento necessario per
operare gesti forti e permanenti di inclusione, di attenzione: gesti il cui
valore simbolico attraversi spazi interiori e territori culturali: in modo anche
sorprendente, inedito. Attivando pensiero e riflessione, quel pensiero che invece
la violenza blocca, cristallizza, pietrifica. Per scagliarlo.
Gesti diffusi e interiori, semplici e difficili. Da apprendere nelle pratiche
quotidiane. Come un digiuno, serio, che attraversi la quotidianità e richiami
a sorgenti profonde, comuni: di riconoscimento della vita donata e dei beni
da ridiffondere. Luogo casto e umile d'incontro tra grandi esperienze religiose,
e mistiche, e laicamente civili.
Quando la violenza si reimpone, con le forme nuove e antiche del dominio totale
sulla vita e sulla morte, occorre chiederci dentro i luoghi della formazione
che apporto stiamo dando, dentro e fuori di noi, alla sua esplosione, e che
apporto stiamo dando dentro e fuori di noi alla crescita della pace e della
giustizia. Dentro le nostre culture, i nostri saperi, le nostre utilizzazioni
delle tecnoscienze
Intervista di Giovanni Ruggeri a Ivo Lizzola
Ivo Zizzola insegna Pedagogia sociale e Pedagogia dei diritti umani all'Università di Bergamo. E' presidente del Centro di formazione e lavoro "Achille Grandi". Ha sviluppato negli anni un intenso lavoro di sostegno alla progettazione sociale, allo sviluppo delle politiche giovanili e all'educazione degli adulti. Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo: Città laboratorio dei giovani. Politiche giovanili come esperienza di pedagogia sociali (con Tarchini e Noris), Roma 2000; Educare dai margini. Marginalità e cura come luogo di vita, Bergamo 2001.