| Esperienza |
Quando penso a quei giorni in Val d'Aosta ho sempre sensazioni
diverse.
Io mi sono reso conto di essere andato a Champoluc senza aspettative. Con la
voglia di cercare qualcosa, di mettermi alla prova. Ci sono arrivato senza conoscere
nessuno, senza avere un'idea esatta di cosa fosse esattamente Ore Undici. Una
setta? Un movimento cattolico fondamentalista? O cattocomunista (qualsiasi cosa
esso voglia dire, cosa che ancora mi sfugge)?
Mi sentivo una tabula rasa su cui scrivere tanto, affrontando un argomento come
quello dei sentimenti che non è mai da prendere alla leggera, e che pesa molto
su qualsiasi bilancio che facciamo della nostra vita.
Adesso mi ricordo grandi risate, grandi chiacchierate, grandi parole dette in
modi semplici ma intensi. Tanta musica ascoltata, cantata e sentita nel cuore.
Mi vengono in mente tante persone e tanti occhi che avevano voglia o bisogno
di cercare risposte, ma non a tutti i costi. Solo se quello che avrebbero trovato
li avesse soddisfatti: risposte vere a domande che avevano un peso.
Il risultato di questi giorni?
Non lo so che cosa sia successo e penso che sia inutile fare la cronaca delle
conferenze, delle chiacchierate e delle bevute. Alla fine conta la sensazione
di aver trovato un'atmosfera che mi ha dato modo di essere me stesso fino in
fondo. E non è poco.
Ricordando le espressioni al momento di salutarci e l'entusiasmo che percepisco
quando parlo con altre persone che sono state lassù vedo e riconosco in loro
le stesse mie emozioni.
Ma cosa ha creato questa atmosfera?
C'erano le condizioni ideali: una guida, tanta disponibilità ad ascoltare senza
pregiudizi, tanti stimoli su cui meditare, la libertà di fare ciò che ci sentivamo
e l'interesse comune di investigare sui propri sentimenti.
Il fatto di non conoscere la maggior parte delle altre persone ha facilitato
l'apertura reciproca, soprattutto il fatto che ci fosse un tempo limitato ci
ha tolto la responsabilità di ciò che raccontavamo, non ci ha fatto pensare
a quali vincoli o legami avremmo creato mettendo a nudo noi stessi.
Eravamo liberi.
La piccola delusione che ho percepito da parte di certe persone di non fare
i laboratori alla fine è stata compensata dal clima che poi si è creato. Alla
fine io credo che ognuno di noi si sia ritagliato lo spazio per ascoltare gli
altri e anche se stesso. Cosa molto importante.
Per esempio io durante diversi interventi (lo ammetto) facevo finta di prendere
appunti in maniera pedissequa, ma in realtà ragionavo, scrivevo e mettevo in
fila i miei pensieri, approfittando di quello che era il momento in cui ci si
poteva isolare senza escludere nessuno.
In quei giorni avevo per la testa un brano di Bruce Springsteen che mi sarebbe
piaciuto dedicare a tutti perché lo trovavo molto adatto a tutto quello che
stavamo vivendo:
Possa la vostra forza darci forza
Possa la vostra fede darci fede
Possa la vostra speranza darci speranza
Possa il vostro amore darci amore
(Into the Fire - Dentro al fuoco)
Mi ha molto colpito il senso di unione, di compenetrazione di sentimenti. Quasi
che non ci fossero più i relatori e il pubblico, chi ascoltava e chi imparava.
Ma tutti prendevano e davano qualcosa di se stessi in egual misura, senza pensare
a quanto avrebbero ricevuto in cambio.
Non penso che ritroverò le stesse emozioni in altri contesti, ma mi sono ripromesso
di fare il possibile per ricreare quell'atmosfera nella vita di tutti i giorni.
Magari soltanto dentro di me. E ogni volta che ci riuscirò dentro di me ringrazierò
tutte le persone che ho conosciuto lassù, perché ci sarò riuscito anche grazie
a loro.
Stefano