CITY OF GOD - Recensione di Daniele Fianchini

Titolo originale: Cidade De Deus
Regia: Fernando Meirelles
Sceneggiatura: Braulio Mantovani dal romanzo "Città di Dio" di Paolo Lins

Definito da molti il nuovo "L'odio" (film fancese di Kassovitz) "City of god" - tratto dal libro "Cidade de Deus" di Paulo Lins - ha sicuramente la forza prorompente e il notevole seguito di pubblico soprattutto giovanile del predecessore.
Ma come con "L'odio" così con "City of God" ci troviamo davanti a una forse netta separazione tra i due ordini cartesiani dell'opera: forma e contenuto.
E la divisione sembra là come qua molto funzionale (e un po' furba).

Come se oggi per raccontare una storia che possa essere capita da più persone possibili e usando il cinema come mezzo di comunicazione bisognasse adottare dal punto di vista formale codici ritenuti basilari nei paesi in cui tale cinema/mezzo di comunicazione
ha raggiunto dal punto di vista economico le vette più alte, tralasciando la possibilità
di essere, non originali, ma quantomeno dentro la propria cultura, vicini alla propria forma di narrazione (nel senso di forma narrativa precipua della propria cultura e tradizione nazionale).

Cioè se x viene da Parigi o da Rio e vuole parlare di problemi di Parigi e di Rio,
e vuole far conoscere tali problemi al mondo è molto probabile che debba essere costretto
ad adottare (o adotti senza problemi) forme narrative che non sono tipicamente francesi
o brasiliane ma magari molto anglosassoni.
È vero che il cinema è molto più internazionale di altri linguaggi ma sui confini di tale internazionalità si gioca tutta la partita.

Come "L'odio" quindi anche "City of God" narra le particolari vicende della favella di Rio, argomento tipicamente brasiliano, ma non sembra ne voglia carpire lo spirito, bensì mostrare la "spettacolare" vicenda umana.
Così un tema brasiliano è trattato con forme non brasiliane o non completamente brasiliane.
C'è sicuramente un incrocio tra le due culture ma rivedendolo è forte la sensazione che qualcosa non torni.

D'altronde se un film come "City of God" fa successo così il "Pinocchio" di Benigni fa flop.
"City of God" ha dovuto diventare film internazionale per parlare di temi brasiliani, "Pinocchio" ha provato a rimanere italiano e a girare il mondo come italiano ed è stato non capito e dileggiato.

Detto questo il film si lascia vedere (forse però non rivedere) per il ritmo, la vicenda,
le caratterizzazioni.
Usa molto la violenza ma fa capire come sarebbe insensato non rappresentarla
in un angolo di mondo fatto a quel modo.
Anche qui forse il problema è il modo in cui fa vedere questa violenza e il film sembra proprio volere correre verso la rappresentazione più cara ai vari Scorsese, Tarantino, Spike Lee, Walter Hill etc, adottandone il linguaggio senza esserne forse portatore sano.




"City of God" diventa così spietatamente divertente, violentemente esaltante, sorregge
con un ritmo vorticoso, brasiliano, ma di un brasile più turistico che autoctono, tutta
la complessa girandola di nomi vite morti situazioni amori odi armi droghe musiche sapori odori e luoghi che ne caratterizzano la storia.
Il ritmo incessante forse addirittura può sfociare in noia da movimento o non reggere
le necessarie parti statiche.


E comunque il protagonista della storia Buscapè ipnotizzato dalla possibilità di vedere
il proprio mondo attraverso la lente della macchina fotografica tenta dall'inizio di fermare tale ritmo, di catturarne angoli della di esso velocità, riuscendoci e non riuscendoci per tutto l'arco della storia.

Non si riesce ne si vuole quindi scappare dalla favela perché come una calamita essa attira gli sguardi della macchina fotografica e le vite di chi ne è dentro tanto da sembrare quasi datrice sia di vita che di morte.
Le foto fatte da Buscapè sembrano più essere foto della nuvola atomica di un atomo
che non può essere fissato nella sua nitidezza ma deve essere scorto solo in alcuni momenti, quando sembra rallentare (forse i morti fotografati sono di tale atomo
gli elettroni).

Il tempo fissato dalla mf di Buscapè viene fissato per un attimo, ma il senso viene stravolto da chi legge (Ze Pequeno per esempio), la riflessione non è pienamente possibile, forse bisogna solo rimanere vivi nella cidade de deus.

Buscapè inizia a fotografare quando con la morte di Benè gli regalano una mf, quindi
si potrebbe anche dire che la morte di Benè vale come uscita di scena di quest'ultimo, uscita dal ritmo.
In questo modo Buscapè può fare finta di astrarsi dal ritmo, di staccarsi dal vortice.
Ma forse solo con la morte ciò è possibile, e allora le sue foto inseguono questo vortice, mai riuscendo a catturarlo, perché come testimoniano i progetti bellici dei bambini
nel finale tale ritmo di morte o di vita vissuta al limite è troppo veloce per essere catturato.
E sono proprio loro i veri protagonisti.
Dall'inizio alla fine un filo conduttore che passa per le mani dei meninhos è presente
per tutto il film, cambiano i giochi (dal pallone alle pistole) ma il significato sembra
lo stesso.
Comandano loro, basta che ne acquistino la consapevolezza e tale si acquista anche attraverso riti di passaggio come la punizione inflitta da Ze Pequeno a due di essi
in una delle scene più dure di tutto il film.

Daniele Fianchini

Daniele Fianchini (1977), studente alla Facoltà di Lettere e Filosofia all'Università degli studi di Milano. Si interessa di cinema e fotografia

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