| No alle bandiere del bene e del male |
Riportare il dibattito e il conflitto nei suoi termini reali, laici
Siamo già in guerra o non ancora? Questo interrogativo che ci tormenta nelle settimane e nei giorni dell'inverno 2003 rivela implicitamente, ma non troppo, quali e quante siano le stranezze - tragiche - del conflitto USA - Irak. Non si capisce bene se sia già iniziato. Non si sa - soprattutto - chi sia il soggetto che combatte contro l'Irak: gli USA o anche noi? Una situazione che sta già producendo alcuni effetti di notevole gravità e sui quali vale la pena di riflettere.
Tutti dicono di
volere la pace, almeno a parole. Almeno nel senso di preferire la pace alla
guerra. Ma anche nel vasto mondo dei cosiddetti pacifisti veri e propri si è
introdotta una divisione che non si prevedeva. Pacifisti "assoluti" e pacifisti
con "i se e i ma". Una divisione che sta spaccando tutti gli schieramenti, anche
la sinistra, anche i cattolici. I primi rifiutano la guerra senza condizioni;
i secondi rifiutano la guerra se manca una forma di accettazione da parte dell'ONU.
Accettazione, approvazione. Una specie di firma. In questo caso i pacifisti
cosiddetti del "se e ma" approverebbero anche una guerra "preventiva": ci si
difende in fondo, anche- forse soprattutto - prevenendo.
Una divisione lacerante. Dal Medio Oriente e dal famoso Golfo Persico la divisione
investe tutta la politica mondiale. E' in gioco, infatti, l'ONU e il suo ruolo
nel mondo. Quel ruolo che sembrava affermato, consolidato, anche se con qualche
crepa, dal tempo della seconda guerra mondiale, ma che ora appare incerto, discusso,
spesso addirittura negato. E ONU significa anche Russia, Cina, tutto il mondo
che cerca di osservare che cosa faccia Saddam Hussein e quale sia il modo migliore
per neutralizzare un pericoloso e sanguinario dittatore.
Tutti d'accordo su queste qualifiche: tutt'altro che d'accordo, invece , sul
metodo, sul valore di una guerra preventiva, sul ruolo dell'ONU. Soprattutto
sui veri motivi di un eventuale intervento. Dalla garanzia di libertà al petrolio.
Siamo tutti preoccupati, perplessi, coinvolti. In gioco la geopolitica, ma anche
la cultura, anche la religione. Come, forse, non mai. Oriente e occidente; addirittura
cristianesimo e islam.
Il conflitto ha assunto - sta assumendo - proporzioni gigantesche. Non tanto
per le perdite e le disgrazie previste, ma proprio per il livello dello scontro.
I mesi - forse anni - di preparazione, soprattutto dopo l'11 settembre , hanno
fatto sì che l'attacco all'Irak abbia assunto l'aspetto di un a guerra fra il
Bene e il Male. Maiuscole importanti.
Un salto di livello, dunque. Da quello difensivo - combattere il terrorismo
che l'Irak sosterrebbe - a un livello addirittura metafisico, forse religioso,
sacrale. Qualcuno dirà che questo livello giova a rafforzare quello politico,
a dare forza a chi combatte e soffre e forse muore, da una parte e dall'altra,
dalla parte di Gesù come da quella di Allah. Forse è così. Ma è indubbio che
la chiamata in causa dei livelli supremi, il loro arruolamento insieme ai cannoni
e i carri armati li falsifica e li corrompe. Sarebbe meglio lasciare da parte
le bandiere del Bene e del Male, per riportare il dibattito e il conflitto nei
suoi termini reali, laici. Il terrorismo, la democrazia. Il petrolio.
La bandiera della pace è già abbastanza nobile ed elevata, senza bisogno di
sventolare altre bandiere. Nessuna casa di questo mondo - per quanto Bianca
- può pretendere di essere la casa del Bene.
Filippo Gentiloni
Filippo Gentiloni (1924) vive e lavora
a Roma dove ha insegnato filosofia e storia. Collabora a "Il Manifesto" e a
"Confronti". Tra le sue opere ricordiamo: "Il volto e l'immagine" (1989), "La
violenza della religione" (1991), "La verità prepotente", Ed. Manifestolibri
(1995), "La vita breve", Parma, Pratiche Editrice (1996), "Karol Woijtyla, ritratto
non stereotipato di un Papa di fine millennio", Baldini & Castoldi (1996), "Virtù
povere e povere virtù", Torino, Ed. Claudiana (1997), "Bilancio di un secolo",Assisi,
Citadella (1999).