| Le "ragioni" della forza |
Non sono le ragioni a decidere dell'uso della forza, semmai è la disponibilità
stessa della forza che crea e determina un ordine di ragioni.
Salvo imprevisti
dell'ultima ora - la storia talvolta ha in serbo soluzioni che non immaginiamo,
anche se non sempre a buon mercato - sembra proprio che questa guerra "s'abbia
da fare". I motori della macchina sono caldi e il semplice fatto che la macchina
sia in funzione rappresenta per troppi, come sempre, un buon affare. Si parla
e si scrive con il sentore amaro dell'impotenza, della chiacchiera accademica,
finché non saranno direttamente i nostri corpi a rimetterci. Un'impotenza che
ora più che mai fa parte del merito della questione. Almeno dal momento in cui
si è insinuata in tutti la convinzione che ai disastri che si possono operare
cercando di "governare" la storia, sono preferibili i disastri del lasciare
che le cose vadano come vadano, auspicando che alla fine si governino da sole.
In ogni caso, dato che l'accademia è comunque un luogo di pace, proviamoci.
Alcune osservazioni ingenue che possono avere la capacità di notare paradossi
(l'ingenuità li ha spesso scovati), e forse di tenere conto di troppe cose che
si dimenticano nella fretta del sempre più nuovo. Intanto una domanda che non
s'aspetta risposte che non siano le solite, ma che ha il valore del poterne
porre altre. Perché l'Iraq? Cioè, perché non la Corea del Nord? Questo lo hanno
notato tutti e una risposta alla Luttwak - la Corea del Nord sarà pure infida
e canaglia, ma non è avvezza a guerreggiare - evidentemente fatica a non sembrare
ancora più ingenua del buffone di corte (che tanto ingenuo poi non era). Si
tratta in realtà di un problema serio che mette a nudo l'arbitrarietà della
forza a fronte della quale la scena dell'opzione democratica nell'ambito del
diritto internazionale dimostra tutta la sua vanità (nel doppio senso dell'essere
vacuo e del farsi belli) e la sua drammatica improponibilità. Si dice che Saddam
mente. Avrebbe in realtà armi di distruzione di massa ma le terrebbe nascoste
molto bene, dato che gli ispettori dell'Onu nell'inutilità patetica del loro
lavoro non riescono a scovarle. Può essere vero, nessuno lo discute, semplicemente
perché si tratta di un'opinione contro un'altra. È un fatto però che la Corea
del Nord queste armi non solo le ha, dato che lo dichiara senza pudori, ma ha
pure messo alla porta senza troppi complimenti gli ispettori che dovevano sorvegliare.
A ben vedere un risposta alla nostra domanda l'abbiamo già data, ma qualcuno
dirà che è troppo semplice perché possa ambire ad essere anche vera: non si
fa la guerra alla Corea proprio perché probabilmente ha davvero armi di distruzione
di massa, ed impegnarsi su quel terreno potrebbe essere rischioso da molti punti
di vista. La guerra all'Iraq invece - prescindendo da ciò che questa guerra
potrebbe innescare - è già vinta; alzi la mano chi davvero pensa il contrario.
Non voglio trarre conclusioni, ma valga su questo lo sdegno morale con cui Alberto
Asor Rosa ha recentemente stigmatizzato l'arroganza dello strapotere: "Se un
soldato non può che vincere, non è un buon soldato, è un buon macellaio" (La
guerra, Einaudi). Che i proclami di portata biblica nei quali si giura la lotta
senza quartiere al regno del male siano mere fanfaluche sta sempre a dimostrarlo
l'impunita, e impunibile, dominazione cinese del Tibet. Chi ha la forza, quella
vera, e cioè quella che può distruggere, viene rispettato. Se la disgraziata
leadership irakena è assurta a emblema del nemico da scalzare è semplicemente
perché non ha questa forza. Altrimenti le nostre preoccupazioni sarebbero ben
altre. Non riconosciamo agli Stati Uniti il ruolo di guida e di sentinella del
pianeta per la loro comprovata statura politica e morale, ma perché dispongono
della forza per decidere e potere ciò che vogliono. Il fatto che tra l'altro
siano un'unione democratica di stati che propone modelli di esistenza culturalmente
omogenei ai nostri, può essere motivo di conforto nel timore della catastrofe,
ma non è assolutamente l'argomento principe del nostro riconoscimento. Sarebbe
ipocrita non ammetterlo. Il che però devia pericolosamente il nostro consenso
verso la logica del suddito e non certo quella del partner.
Sia chiaro che simili considerazioni non intendono in alcun modo prestare il
fianco a generici rigurgiti antiamericani, che sarebbero quanto mai fuori luogo;
ma è bene ricordare che il netto rifiuto di qualsiasi forma di massimalismo
- perché stupido prima che ideologico - non ci esime dal dovere del dissenso
e della critica. La parte migliore della società americana non ha bisogno dell'aiuto
di servi fedeli.
Walter Benjamin sosteneva che "la violenza mitica nella sua forma esemplare
è semplice manifestazione degli dèi. Non mezzo ai loro scopi, appena manifestazione
della loro volontà, essa è soprattutto manifestazione del loro essere. […] la
loro violenza istituisce piuttosto un diritto che non punisca per l'infrazione
di un diritto esistente". Ed è questo il punto, mi pare. Non sono le ragioni
a decidere dell'uso della forza, semmai è la disponibilità stessa della forza
che crea e determina un ordine di ragioni. Il fatto che poi sia liberamente
possibile discuterne dimostra soltanto la sovranità olimpica di questa forza.
Come nell'ambito della ricerca scientifica, avviene sempre più spesso che ciò
che si può si fa, e a cose fatte si lascia che la società civile si accapigli
sulla legittimità morale di quanto è stato fatto.
Luttwak in una recente trasmissione televisiva ha fatto notare che gli americani
hanno pazientemente ascoltato per diversi giorni il dibattito che si è svolto
all'Onu sulla questione Iraq, e hanno pazientemente atteso che si prendesse
una qualche decisione. Un avverbio che la dice lunga, e rivela più di quanto
si vorrebbe. Il sovrano illuminato ascolta, ma deve essere chiaro a tutti che
la sua pazienza ha dei limiti. Altro che democrazia nei rapporti tra gli stati.
Il massimo che possiamo auspicare è che il possessore della forza (con il relativo
armamentario di distruzione globale e chirurgica) sia appunto "illuminato" e
"tollerante". Il governo mondiale che potrebbe derivare da quel tavolo di confronto
rappresentato dall'Onu è una pura e semplice chimera per anime belle. E questo
è vero a prescindere dal fatto che vi siano o no politiche a tutela di interessi
di parte. È vero per il nudo e semplice fatto che il "terzo" a cui si vorrebbe
rimettere il compito della mediazione e della decisione - l'assemblea delle
Nazioni Unite in questo caso - non dispone né forse potrà mai disporre di una
forza super partes in grado di far rispettare le proprie risoluzioni. Perché
la forza in qualche modo va da sé, e può di volta in volta ridisegnare le regole
del gioco. Non in quanto governata da cattive coscienze, ma semplicemente in
ragione del suo strapotere. Cosa dovrebbe spingere il possessore di una tale
forza a negoziare le proprie decisioni? In che modo potrebbe mai esser possibile
sanzionare la limitazione di una simile forza nel caso malaugurato che chi la
possiede non risulti più né illuminato, né affidabile? La convivenza democratica
si fonda sulla rinuncia all'esercizio privato e individuale della violenza.
Questo non è evidentemente possibile nel rapporto tra stati sovrani, a meno
di improbabili atti unilaterali, e meno che meno in una situazione di sostanziale
monopolio della forza. Che un tale monopolio si legittimi da sé è il messaggio
che gli ultimi dieci anni di guerre hanno veicolato al mondo.
Un'ultima considerazione. È vero che gli stati democratici non si sono mai fatti
la guerra tra loro, forse anche perché condividono una somma decisiva di interessi
e un modello di vita sostanzialmente analogo. Cosa succederebbe se le cose non
stessero più così, se su parte del loro vitale fabbisogno entrassero davvero
in una concorrenza non più mediabile se non attraverso costosissimi sacrifici?
In altri termini - in un salto solo apparentemente pindarico - è possibile coniugare
povertà e democrazia? Una risposta negativa a questa domanda ci costringerebbe
amaramente ad ammettere che come non è possibile la condivisione universale
di standard di vita di stampo occidentale, così la democrazia è destinata a
restare un lusso per pochi - costruito sulla sventura dei più, perché non ci
si venga a raccontare la storia del povero che è tale solo perché non ha voglia
di rimboccarsi le maniche -, un lusso da difendere con le armi. Ma tanto varrebbe
ipotizzare un'umanità di serie A e una di serie B e ammettere che le democrazie
si reggono sulla menzogna. Con buona pace di tutte le carte dei diritti, almeno
fino a quando la forza consentirà la consumazione ineguale del banchetto. Tanto
non sarà questa generazione a pagarne il prezzo.
Gli imperi sono sempre stati sconfitti più dalla loro stessa stanchezza che
non dalla minaccia di veri nemici esterni. Ma vale a qualcosa ricordare che
forse domani sarà tardi per salvare il salvabile? Forse si. Vogliamo crederlo,
perché non abbiamo alternative alla fiducia nell'umanità.
Sempre Asor Rosa, commentando ciò che pochi hanno visto della guerra del Golfo,
annota: "Lo spettacolo di un esercito in rotta, disfatto, porta sempre con sé
un sentore pesante di umiliazioni, a cui non possono sottrarsi neanche gli spettatori
neutrali od ostili purché siano dotati di un minimo di sentimento umano. E tuttavia
anche in queste sensazioni c'è un limite oltre il quale si entra nel campo di
un sentimento abnorme, che supera di gran lunga quello cagionato dall'assaporamento
di una sconfitta da parte di un vincitore: come quando si vede battere una bestia
ringhiosa o un asino recalcitrante; dopo un po', non si prova più consenso,
se mai lo si è provato, anche se la bestia è troppo ringhiosa, anche se l'asino
è davvero recalcitrante, - né ira né pena, ma soltanto vergogna".
Sandro Tarter
Sandro Tarter (1957), insegna religione
al liceo classico di Bolzano, filosofia all'istituto di Scienze religiose della
diocesi di Bolzano-Bressanone. Laureato in Filsofia all'università di Pisa .
Ha scritto su Lévinas numerosi articoli pubblicati da riviste di Filosofia ed
etica e il libro "La riva di un altro mare" (Ets edizioni). Ha pubblicato, inoltre,
"Crisi della metafisica e pensiero dell'esilio" (Ets edizioni).