Arturo Paoli - IDENTITA' filo conduttore della vita


La scoperta di stare al mondo insieme agli altri come un essere necessario

Il primo tempo del mio rientro in Italia è stato pieno di eventi, di incontri e di emozioni non solo di carattere nostalgico - affettivo, ma densi di stimoli alla riflessione sulla pace, sulla giustizia, e su un tema che risalta sugli altri, quello dell'identità. Il 25 aprile sono tornato a Sant'Anna di Stazzema, la comunità lucchese dove sta sorgendo sulle ceneri di oltre 500 persone trucidate dalle S.S. che Hitler chiamava "i miei lupi", un Centro della pace, destinato ad avere un'importanza internazionale.
In questo tempio della morte e della vita ho sentito come altre volte la voce dei morti, particolarmente dei bambini, ricordati in un lieto girotondo fermato dall'odio. Nella commemorazione che mi avevano affidato volevo trasmettere l'idea che gli autori di questo eccidio non erano delle belve ma degli uomini che avevano ricevuto un'identità non umana trasmessa da un'ideologia nata su un pensiero filosofico apparentemente innocuo che veniva trasmesso nelle università fino alla mia generazione e poi. La fede religiosa ci salvò non del tutto perché, come cercherò di chiarire in questo articolo, la religione ci allontanava dalle pratiche di crudeltà ma non ci trasmetteva l'identità di uomini di pace.
Ho assistito poi al Forum lucchese su progetti di volontariato che ha avuto un successo di frequentatori interessati a conoscere le loro possibili scelte dove rivestire una nuova identità che li faccia solidali e allo stesso tempo incapaci di crudeltà future. Il sabato 3 maggio ho partecipato, anche se parzialmente, a un incontro di preti operai in cui mi sono sentito accolto da una calorosa amicizia nel ricordo di lotte, di speranze, di sogni condivisi. Mi è parso di capire che anche loro sono alla ricerca della loro identità nonostante alcuni abbiano varcato come me le soglie della vecchiaia, e gli altri non ne siano lontani. Il tema dell'identità ci verrà riproposto fino al giorno della nostra morte fisica o psichica. Per noi è più facile risolverlo che per un sacerdote giovane all'inizio del suo ministero. Noi siamo stati messi per la scelta che abbiamo fatto nel luogo giusto, basterà avere presente il cambiamento del lavoro. Nell'epoca tecnica il lavoro non è più il centro della promozione umana travolto dall'implacabile avanzare della tecnica. Oggi sono in primo piano la fame, la violenza, le guerre, e la nostra identità può essere solo quella del samaritano, se continuiamo a stare nel mondo in mezzo agli altri. Di assaltanti, di lupi rapaci, di pastori che non entrano per la porta e di fatto sono divoratori del gregge, noi siamo esperti perché non siamo mai usciti dalla strada e non ne usciremo mai. Parlando dei preti operai ho detto che per loro è più facile rinnovare la loro identità fuori dal lavoro che per un giovane. E penso di fare di questa affermazione il centro dell'articolo.

L'identità è per me la scoperta di stare al mondo fra gli altri come un essere necessario

Se io non esistessi all'umanità mancherebbe qualcosa nel suo cammino verso la meta del suo essere vera. Tematizzo qui una condizione personale molto confusa che si chiarisce poco a poco attraverso crisi, abbandoni, riprese, facendo della nostra vita qualcosa di simile alla storia dentro la quale si svolge la nostra esistenza. In mezzo a questo tumultuoso divenire appare come la figura di un albero nella nebbia il ruolo che devo assumere nel mondo. Ho raccontato molte volte lo spettacolo di sangue e di violenza politica cui assistetti da bambino che mi trasmise l'embrione dell'identità che oggi accompagna il resto della mia vita fino alla fine del tempo del mio esistere e della mia personale partecipazione all'avanzare dell'umanità verso migliori condizioni di giustizia e di pace. Sono sicuro di non avere scelto il sacerdozio pensando a un servizio di chiesa, ma per la scelta di seguire un Cristo annunziatore di pace e di libertà fra tutti gli uomini. La mia fede si alimenta oggi nello scoprire la vita come una costruzione lenta della mia identità che si chiarisce nel tempo. Il dopo non mi appartiene. Si sbiadisce sempre di più il ricordo degli episodi, dei ruoli diversi che hanno favorito oppure ostacolato la formazione di quella identità che nacque nel sangue che scorreva sulla piazza della mia chiesa parrocchiale. "Che posso fare perché la gente si ami?" Oggi non mi sento più solo nell'affermare che la nostra identità è soprattutto un fatto di compassione. La rinunzia a un tipo di vita egocentrico, tutta per sé e il vivere per altro e altri da sé, è una decisione che può nascere solo dall'intuizione che io posso essere colui che spara sull'altro o che soccorre l'altro ferito. Una terza scelta può essere quella di lasciarsi vivere. Ed è la scelta più facile. Metterci sul tapis roulant della tecnica che ha pensato a tutto, previsto tutto, togliendo la fatica di pensare. "La tecnica non è l'uomo - ci dice Umberto Galimberti - la tecnica è l'astrazione e la combinazione delle ideazioni umane a un livello di artificialità che nessun uomo e nessun gruppo umano è in grado di controllare nella sua totalità. A differenza dell'uomo inoltre, la tecnica non si propone fini perché il suo incedere è un crescere sui propri risultati che non hanno in vista alcuna meta da raggiungere se non il proprio potenziamento. La tecnica quindi non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità, la tecnica semplicemente cresce" (pag. 30).

L'identità nasce e cresce nel mondo e fra gli altri; ma solo nasce sulla compassione
Sto meditando da qualche anno sul discorso delle Beatitudini che mi hanno colpito come un'antropologia oltre che come linee di spiritualità, come definizione dell'umano totale. L'identità dell'essere umano si forma nella coscienza di essere fra gli altri e fra le cose e dentro una storia che è consegnata alla nostra responsabilità: tutto questo Gesù chiama regno di Dio. Ed è nell'identità dell'essere umano essere costruttore di pace, promotore di giustizia, salvatore. E' questa identità che dà senso al vivere nelle lacerazioni del tessuto della storia che noi stessi produciamo nel tempo, per la nostra resistenza all'udire il grido che ci viene dalle vittime escluse dal banchetto della vita. Forse il centro del grande proclama del Cristo non sono la pace, la giustizia, la libertà che pure sono la meta del regno, senso dell'essere cristiani; ma la misericordia, il cuore misericordioso dell'uomo, ferito profondamente dal vicino che è una vittima che si rivela attraverso quel volto, che domina la filosofia di Lévinas. L'identità vera dell'uomo totale oggi non appare nella sua capacità di pensare sboccata in una capacità di produrre a un ritmo tanto veloce che lo travolge e lo disidentifica per sempre. E questa è la perdizione vera che ha bisogno urgente di un intervento di salvezza. E' in questo terreno che il sacerdote di oggi e di domani può trovare la sua identità. Costruire per lui un mondo separato, chiamandolo sacro che vuol dire separato, è tradirlo e condannarlo a quella inutilità dell'esistenza che spiega il risultato di giocare con il proprio corpo piuttosto che farlo vittima seguendo l'esempio del Maestro. E questo nonostante tutte le abbondanti riflessioni sul sacrificio di Cristo. Il discorso di Gesù alla samaritana vale per tutti i tempi e tutte le circostanze storiche: "Viene il momento in cui l'adorazione di Dio non sarà più legata a questo monte o a Gerusalemme" (Gv 4,22 nella traduzione interconfessionale). Né il monte delle ideologie, né in quella religione dei samaritani identificata nella sua tappa attuale da questa riflessione di Galimberti: "Il risveglio religioso in tutte le disparate forme a cui oggi assistiamo non deve trarci in inganno. Esso è solo un sintomo dell'inquietudine dell'uomo contemporaneo che cresciuto nella visione della tecnica come progetto di salvezza, oggi percepisce all'ombra del progresso la possibilità di distruzione e all'ombra dell'espansione tecnica la possibilità dell'estinzione" (pag. 31). I responsabili della formazione religiosa possono non accorgersi di accogliere nei loro gruppi esseri umani disidentificati per cause diverse, e rivestirli di una falsa identità, quella del ruolo, e invece di salvatori mandare "un cieco ad accompagnare un altro cieco e ambedue cadranno nella fossa". Non è troppo sentirsi salvatore? liberatore? Mi spiegherò sull'identità del cristiano e in generale dell'uomo.

L'identità non è qualcosa fuori di noi che possiamo gestire, modificare, controllare
Io porto il mio corpo come è, posso vestirlo bene o coprirlo di stracci, di abiti puliti o sporchi, ma non posso modificare la mia altezza, la mia costituzione, impedire che la mia pelle mostri delle grinze: è quello che è, altri lo vedono, io lo vedo solo allo specchio. Così è della mia identità; mi sento felice non quando mi si loda ma quando qualcuno scopre che c'è stato un filo conduttore nella mia vita. "Quelle cose che dici oggi le dicevi quaranta anni fa". Quali? Io non le ricordo, ma continuo a camminare per una strada che è unica e mi sento felice non delle cose che ho fatto perché ve ne sono di negative e di ambigue, ma non mi pesano come se le portassi sulle spalle. "Le nostre azioni ci seguono" ho letto non ricordo dove, ma l'espressione non mi pare vera del tutto. Molte ci lasciano come scarpe consumate o abiti consunti. Anzi, la mia esperienza è che avanzando negli anni mi sento più sciolto, più libero come se non venissi da un passato; mai come ora intendo le parole del Maestro di non voltarsi indietro. Confesso che in mezzo agli altri mi sono sentito sempre più uomo e sempre meno prete. Ho capito che quanto più veniamo spogliati del ruolo tanto più appare agli altri la nostra vera identità. Mi sento molto cercato e molto amato ed è questo che mi dà gioia di vivere e allo stesso tempo cresce in me il dolore e l'umiliazione di essere tanto povero, di avere così poco da dare. Una donna della favela quando le dicevo questo, mi ribatteva: "le pare poco stare qui ad ascoltarmi?". Mi ha ricordato che Gesù, la nostra guida, ci ha detto di andare senza nulla, entrare in una casa, mettersi a tavola e dire una sola parola: pace. Ma teniamo presente che quella casa dove possiamo entrare senza essere invitati, sudati per il viaggio, mal vestiti e metterci a tavola senza etichetta, non è una casa di ricchi. La crisi del prete e in generale della persona religiosa si risolverà solo quando i cosiddetti formatori (parola che abolirei) avranno capito che rischiano sempre di confondere ruolo con identità. E allora possono mettere in una società profondamente ammalata quel drappello di scribi, dottori della legge, farisei, che sono esattamente la controfigura di quel giovane che rifiuta ogni ruolo che si chiama Nazareno. "Nella chiesa post conciliare - scrive Enrico Chiavacci presentando un libro fondamentale sull'identità del sacerdote - il prete è e deve essere sempre più aperto a una seria e sana capacità di rapporti veramente umani e non stereotipati dalla disciplina e dalla tradizione ecclesiastica. Il prete è e deve essere guida del suo popolo, ma deve essere parte del suo popolo e portare in ciò tutta la sua carica di umanità. Da questo contrasto possono nascere molti guai: omo e etero sociabilità, amicizie profonde sono necessarie al nuovo volto che il prete è chiamato ad assumere, ma in personalità mature ciò può costituire un reale pericolo sia soprattutto e prima di tutto per la vita della chiesa" .

Ritorno fra i morti, testimone di speranza
Per concludere voglio tornare con voi sui luoghi ricordati al principio. A Sant'Anna di Stazzema ho impostato il mio intervento sull'identità di quei tedeschi autori del gravissimo assassinio con tutti i contorni di raffinata crudeltà che lo hanno accompagnato. A Sant'Anna non vogliono sentire che parole di perdono; ma a commento di fatti simili sorge la domanda: sono uomini questi che hanno commesso tali atrocità? Sì - ho detto - sono uomini, come me, come voi. Alcuni di loro hanno frequentato una università come la mia, che voleva trasmetterci un'unica identità: lo Stato su tutto, sopra tutto, in tutto. Su questo si doveva fondare la nostra vita relazionale: gli altri sono amici, se sono "noi", sono nemici se sono "altri". Quando sentiamo che gli altri minacciano il nostro io bisogna sopprimerli per salvare lo stato che è il nostro dio che portiamo con noi ed è sempre con noi. Quanto alla crudeltà, non sapete che il sangue ubriaca come il vino, è rosso come il vino, più forte del vino?

Giovani in cerca di una vita differente
La gioventù del Forum lucchese è venuta per chiarire il tema della solidarietà. Il dio di Hitler è stato sostituito dal dio mercato. Oggi l'alternativa è fra la schiavitù e la libertà. La schiavitù è identificazione con il dio mercato, con la tecnica, successione di cose, suggestione del sempre nuovo, sempre più light, sempre più plus. O gli altri; ma gli altri sono l'inferno (Sartre) o il volto del fratello che non ti lascia passare finché non alzi lo sguardo verso di lui lasciando che strappi il tuo io a sé e lo avvii in un percorso diverso (Lévinas). La crudeltà non veste la divisa degli S.S., ma quella del "prete" e del diacono che passano oltre. Hanno fretta, ci sono molte cose da fare, le cose sono nuove e affascinanti, i poveri sono sempre gli stessi. Il Forum ti ha presentato la proposta, alcuni la sceglieranno come variazione ad una quotidianità diventata insopportabile. Altri come identità. Altri quali? Quelli che sono stati così profondamente, irrimediabilmente feriti da quel volto simbolo di tutti gli assassinii compiuti e che si compiono nel nostro occidente, da cercare la salvezza nella solidarietà come senso della vita. Solidarietà sempre la stessa e sempre nuova, in un cammino senza termine.

Il prete funzionario o amico
E i miei fratelli dai capelli bianchi che cosa avranno scoperto nel loro incontro? Il lavoro non c'è più o non ha più lo stesso senso di quando impegnarono il loro sacerdozio. Abbiamo scelto quel luogo dove vedevamo possibile entrare nel progetto della nostra Guida. Ascoltammo il gemito degli schiavi che attendevano la liberazione. Uniti a loro forse potevamo aprire l'udito ai sordi incapaci di intendere il linguaggio dell'umano, solo aperti al richiamo delle cose da possedere, di dare la vista ai ciechi, incapaci di cogliere nella bellezza della natura la gratuità del dono di sé. Ci siamo riusciti? La domanda si può tradurre in questa: se il regno di Dio non è venuto, quando verrà? Se abbiamo vissuto con la certezza che la nostra scelta faceva parte del progetto del regno stiamo bene nel luogo scelto, amando la vita nella speranza certa che continui a svolgersi la storia del regno. Una storia che percorre tratti sotto la terra, e tratti alla luce del sole, ma non si ferma. Non accettiamo l'offerta di chiuderci in un recinto separato anche se definito sacro. Restiamo qui allo scoperto dove la croce continua ad essere di legno e i chiodi di ferro e il corpo squarciato, sicuri che qui avverrà la Risurrezione.

Arturo Paoli

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