| Filippo Gentiloni - Amare chi, amare come |
L'altro da amare è il diverso da sé e ha bisogno del mio fare
più che del mio sentire
"Amore" è un termine
talmente inflazionato che verrebbe voglia di abolirlo. E' troppo ambiguo, dice
tutto e - forse - niente. Il guaio è che non esistono sinonimi: tutti i termini
che possiamo adoperare se vogliamo sostituire "amore" sono per lo meno insufficienti
se non addirittura falsi. Anche se vanno di moda, come, ad esempio, solidarietà.
O beneficienza o benevolenza sul versante sociale; su quello religioso, carità;
su quello sentimentale, affetto.
Colpa, fra l'altro , della eccessiva abbondanza di parole, i mass media, internet;
i significati si fanno elastici, gommosi, si svuotano di contenuto. Colpa, anche,
della pubblicità che, invadente come è, colpisce soprattutto quella scimmia
dell'amore che è la solidarietà (se ne può vedere una conferma nella pubblicità
dell'otto per mille). Nell'area delicata e soprattutto gratuita dell'amore è
entrato, così, il suo esatto contrario che è il mercato. Si contratta il risvolto
dell'amore. Se vuoi veramente bene, compra e vendi. L'offerta, così, è diventata
merce di scambio: avrà un premio. Il regalo è diventata una caparra per ottenere
"regali" rovesciati: andata e ritorno. Una commercializzazione che ha corrotto
non soltanto i rapporti umani: un amore all'insegna del "do ut des" corrompe
perfino il rapporto religioso, quello che il termine "grazia" - gratuito - dovrebbe
qualificare.
Che fare, allora? Che dire? Come correggere - raddrizzare - il tiro? Come riportare
l'amore nel suo giusto binario? Due indicazioni sembrano importanti, anche se
non sono certamente le uniche né sono risolutive. La prima riguarda l'oggetto,
il "chi"; la seconda il modo, il "come".
Sul "chi" , l'oggetto dell'amore, si fa presto a dire "l'altro", ma non basta.
Almeno due precisazioni assolutamente necessarie. Non un altro qualsiasi: l'altro
da amare di amore autentico è il diverso da sè , il piccolo, il povero. Non
un altro nel quale cercare la mia fotografia; non un altro che mi giova, mi
esalta . Che mi ricompensa; per lo meno, mi ringrazia. Soprattutto non un altro
nel quale cercare la copia di me stesso. L'altro da amare è l' io da "deporre",
come dice nei suoi molti testi Levinas, un autore caro alla cultura di Ore 11.
(L'amore per l'altro è una "deposizione della sovranità dell'io": l'io è il
re da deporre) . E come ricorda il mito di Narciso che in un finto altro si
innamora del proprio io. Troppi narcisi nascondono con un ripetuto e ostentato
falso amore per l'altro l'infatuazione per il proprio io, il vero "oggetto"
- brutta parola - di un falso amore.
Il "chi", dunque, esalta la diversità. Di sesso, di età, di cultura, religione,
di ceto sociale. Di tutto: Il diverso è anche, forse, brutto, antipatico, cattivo.
Anche ingrato: il chi non si aspetta la ricompensa della gratitudine.
E a questo punto entra in gioco il "come". Fra le molte riflessioni sul "come"
amare mi sembra di particolare importanza lo spostamento da un "sentire" a un
"fare". Il vero amore non dovrebbe abitare esclusivamente - o soprattutto -
il mondo dei sentimenti. Un mondo ricco e interessante, ma ambiguo, scivoloso,
spesso inconcludente oltre che mutevole. L'altro da amare ha bisogno del mio
fare più che del mio sentire. Il sentire rimane nella sfera dell'io mentre il
fare riesce a uscirne affrontando il mare aperto.
Non un fare qualsiasi, ma un fare gratis. Non senza qualche soddisfazione, ma
comunque con una gioia che non rappresenta un prezzo, un pagamento, un interesse
(si può leggere - rileggere - la bella riflessione di Carmine Di Sante su Ore
Undici dell'ultimo giugno).
Sarà bello riparlarne a Trevi.
Filippo Gentiloni