SON FRERE - Recensione di Daniele Fianchini

Regia: Patrice Chéreau
Produzione: Pierre Chevalier per Azor Films
Distribuzione: Mikado
Origine: Francia, 2003

In una forma giustamente scarna ed essenziale, il film "Son frere" del regista francese Patrice Cherau (vincitore dell'orso d'argento allo scorso festival di Berlino ed ora nelle sale italiane se non già tolto) è sicuramente un bel film ma non un capolavoro anzi ha nella sua bellezza quella forma livida, violacea di assenza del bello propria delle piccole produzioni francesi post nouvelle vague, e come è sublime nel bello o nella di esso assenza dichiarata lo è nella presenza (rappresentata) del dolore.
Come se vedessimo il mare in tempesta dal molo, e nel mare scompare Thomas. Scompare senza che Luc suo fratello se ne accorga (quasi che tutta la vicenda non gli abbia insegnato niente). Ma allora forse il "son frere" del titolo è riferito a Luc che diventa protagonista dal momento che Thomas lo fa entrare nella sua vita, in gioco o in scena (e il regista viene dal teatro). Thomas fa brillare il di Luc egoismo che diventa (in modo sofferente) altruismo, lo diventa quasi per abitudine indotta, indotta dall'essere il fratello del futuro morto. Perché non sembra mai esserci un futuro per Thomas e anche dove e quando non c'è Thomas in scena tutto dice male al di lui futuro.
Già l'inizio vediamo un vecchio parlare di un naufragio fuori scena e fuori dalla storia, poi ancora vediamo (in una scena fuori dalla storia ma densa di significato per la storia) Luc incontrare un 19enne che sembra quasi vivere in ospedale distrutto non solo dal dolore per la malattia e le di essa cure ma soprattutto dalla fatica di essere ammalato, e dunque di vivere. Fatica che Thomas non riesce a sopportare e si da la morte. Fatica che Luc sopporta meccanicamente senza amore per il fratello ma senza nemmeno comprensione forse. Senza capire veramente quello che succede Luc guarda Thomas, lo guarda svenire la prima volta in ospedale spaventandosi e stupendosi dell'evento.
Lo vediamo alla fine, dopo aver finalmente capito e saputo che il fratello si è suicidato, seduto a un tavolo con un raggio di sole che sembra illuminargli il volto anche se non è affatto detto che la vicenda gli abbia insegnato qualcosa. Entrambi realisticamente vengono da vite lontane e si ritrovano vicini solo per legami di sangue, sangue che lega i due fratelli come sembra uscire dal più grande per provare a tornare a pulsare nelle vene del più piccolo.
Il rancore di Luc per tutta la sua vicenda di vita, dall'essere il minore all'essere omosessuale all'essere stato abbandonato sia dal maggiore che dai genitori, il suo rancore trova spazio forse nel sogno che fa Luc e che vediamo ma non necessita essere visto per come è possibile sentirlo in tutto l'impegno solo fisico che Luc mette nelle cure di Thomas.
"Son frere" risulta essere quindi un film sulla separazione della mente dal corpo. Separazione che avviene in entrambi i fratelli:
Luc aiuta fisicamente e così lentamente inizia a esserci mentalmente, inizia a capire che cosa sta facendo e cosa sta succedendo, e che significa quello che sta succedendo.
Forse Thomas scompare quando in Luc inizia a esserci quel barlume di com-prensione e com-passione che lo aveva sempre tenuto distaccato dalla vicenda, dal compito che la vita gli aveva dato. Thomas vede (e noi vediamo) il suo corpo disfarsi, non può farci nulla e solo al mare in Bretagna riesce a riunire la sua mente ancora Lucida (anche nella follia del suicidio) al suo corpo ormai scavato consumato quasi fosse privo di utilità in quel dover temere ogni tipo di contusione contatto medio, forte.
Sembra anche essere un film sulla distanza che c'è e che non può non esserci tra gli esseri umani che non si conoscono, non si vogliono conoscere e comunque non possono sentire il dolore provato da chi sta a loro vicino, dato che il dolore fa solo allontanare le persone tra loro come la ragazza di Thomas si deve quasi per forza allontanare dal fidanzato morente, come i genitori non riescono ad avvicinarsi veramente né al figlio morente né a quello dato ormai morto perché omosessuale. Nemmeno la dottoressa riesce a comprendere più cosa sta succedendo nel corpo di Thomas che deve allontanarsi dall'ospedale per trovare quella calma utile all'ultimo definitivo allontanamento. In tale separazione provocata dal dolore risuona ancora una volta e forte (e infatti è un film francese) il grido del sempre troppo poco celebrato e completamente com-preso film di Moretti "la stanza del figlio".
In tale rappresentazione della morte e della separazione che provoca la di essa interpretazione sta forse il filo rosso che lega tutti i film significanti di questo scorcio di tempo della storia del cinema, soprattutto post 11 settembre.

Daniele Fianchini

Daniele Fianchini (1977), studente alla Facoltà di Lettere e Filosofia all'Università degli studi di Milano. Si interessa di cinema e fotografia

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