| Sommario - Ottobre 2003 | |
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Prendo spunto questa volta dalle parole di fratel Arturo che ci disse una mattina
a Trevi: "Bisogna imparare a coniugare il termine vivere, semplicemente, senza
avverbi e senza aggettivi".
Mi inserisco sull'onda di queste parole per aggiungere un mio pensiero.
Normalmente di fronte alla vita il nostro atteggiamento è di controllo, siamo noi che vogliamo prevedere, programmare e gestire gli eventi. Cosa che l'esperienza puntualmente smentisce. Ma questa lezione per noi è difficile da imparare. Allora prima o poi dovrà venire il momento in cui noi ci abbandoniamo agli avvenimenti della vita con la stessa fiducia con cui un bambino si abbandona nelle braccia della madre. Certamente è un punto di arrivo. Bisogna infatti aver maturato prima una grande fiducia nel bene. Il pensiero di essere immersi in un universo di positività deve essere diventato a noi familiare, le immancabili negatività che abbiamo sperimentato debbono averci allenati all'esperienza che dietro ogni difficoltà c'è un'opportunità di bene più grande da accogliere. Sappiamo anche che tutto questo nasce dalla riflessione, dalla profondità del silenzio e dalla ricerca di senso che vi è in ogni avvenimento della nostra vita. Spesso sono i nostri stati d'animo che colorano di bene o di male tutto ciò che ci accade. Per esempio di solito le novità e i cambiamenti non ci sono graditi perché ci obbligano a riorganizzare il nostro sistema di sicurezza. Eppure Levinas come spesso Arturo ci ricorda dice che è nell'indesiderato, aggiungo io, non solo come persona ma come evento, l'ambito in cui dobbiamo scorgere il volto di Dio, e quindi il bene.
Concludo offrendovi un pensiero di Annalena Tonelli, uccisa nei giorni scorsi
in Somalia e che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia giovinezza.
"La mia vita ha conosciuto tanti pericoli, ho rischiato la morte tante volte…
sono stata per anni nel mezzo della guerra, ho sperimentato nella carne dei
miei, di quelli che amavo, la cattiveria dell'uomo, … e ne sono uscita con una
convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. Ma il dono più straordinario,
il dono per cui ringrazierò Dio e loro in eterno è il dono dei nomadi del deserto.
Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l'abbandono incondizionato, la resa
a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata
in Dio, una resa che è fiducia e amore".
Don Mario
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