Filippo Gentiloni - Per non rischiare di dimenticare

La Cecenia e l'Ossezia sono lontane

L'orrore che abbiamo provato tutti di fronte alla tragedia di Beslan rischia di venire dimenticato troppo presto. Un orrore scaccia l'altro e quelli di Baghdad sono sempre pronti ad aprire ogni giorno una pagina nuova di morte. I morti dell'Irak scacciano gli altri. E poi: dalla Cecenia le notizie sono poche e confuse. Non sappiamo bene chi abbia sparato per primo, e neppure quanti siano stati esattamente i morti e i feriti. Quanti i bambini. E soprattutto, perché. E quanti ceceni erano stati prima ammazzati dai russi. E quanto è in gioco un conflitto culturale, forse etnico, forse anche religioso, e quanto, invece, è semplicemente "terrorismo", quel mostro con il quale oggi siamo soliti coprire una quantità di conflitti, di orrori, anche di dolore. Cerchiamo di qualificare, nominare, catalogare, forse anche sistemare nell'archivio delle tragedie umane.

Rischiamo di dimenticare ben presto anche perché la Cecenia e l'Ossezia sono lontane. Ben pochi le conoscevano prima degli orrori di questi giorni. Non sapevamo neppure dove cercarle sulle nostre povere carte geografiche, fatte più per il turismo che per la partecipazione. Qui si inserisce la nostra colpa; qui si deve innestare la nostra responsabilità. Non soltanto perché, come diceva Dostoievski, siamo responsabili di tutto di fronte a tutti. Forse proprio per la nostra lontananza e anche ignoranza. Non sapevamo, ma, invece, avevamo l'obbligo morale di sapere. Ci chiudiamo troppo facilmente nella nostra stanzetta tranquilla e sicura. Forse tanto tranquilla e sicura non lo è più, comunque non ci dobbiamo disinteressare né dell'Irak né della Cecenia.

Non possiamo ignorare. Interessarci vuol dire prima di tutto conoscere, poi partecipare. Fare politica. Leggere, ascoltare, intervenire, fare. Oggi i mass media forniscono possibilità che una volta erano concesse soltanto ai professionisti della politica o ai viaggiatori. Oggi a nessuno è concesso il privilegio - si fa per dire - della ignoranza, della non partecipazione. Siamo tutti chiamati a "scendere in piazza", la piazza della scuola, del giornale, del posto di lavoro, dell'associazione, del condominio. I terribili conflitti che attraversano il mondo ci coinvolgono. Siamo tutti all'interno delle guerre di schieramento, di cultura, di civiltà. Inutile ripetere che non esistono. E' messo in discussione il nostro essere occidentali, cristiani, forse capitalisti. Non possiamo chiamarci fuori, come se anche noi non fossimo messi in discussione. E tutti i luoghi e le occasioni di coinvolgimento sono preziosi. Anche Ore undici, pur così lontano dalla Cecenia e dai suoi cimiteri.

Filippo Gentiloni

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