| IL RITORNO - Recensione di Daniele Fianchini |
Titolo originale: Vozvrascenje
Regia: Andrej Zvjagintsev
Produzione: Ren Film/Dmitry Lesnevsky
Distribuzione: Lucky Reds
Origine: Russia, 2003
Colpisce subito l'uso del quadro largo e del movimento di macchina lento, e
ci si ritrova sempre più avvolti in una bellezza delle inquadrature che aumenta
sempre più, facendo intravedere paesaggi non belli di per sé stessi ma per come
vengono ripresi.
La fotografia del film "Il ritorno" - vincitore del Leone d'Oro all'ultimo festival
di Venezia- non è però solo bella fotografia, fotografia da cartolina, ma è
vera resa del paesaggio come possibile compartecipazione alla storia narrata
sia nel dolore che nella gioia.
In questo sta l'assoluta bellezza delle inquadrature che riprende temi cari
al regista come alla Cultura quando per esempio fa vedere per la prima volta
il padre a letto dormiente ritraendolo come il Cristo del Mantegna. Qui sta
tutto il segreto del film, il suo mistero. Nel suo essere rappresentazione di
un ritorno del padre che si sacrifica per i suoi figli.
Il film "Il ritorno" narra la storia di un viaggio fatto da un padre e i suoi
due figli il cui più grande è appena adolescente mentre il più piccolo è ancora
un bambino. Il film in sé è molto potente sia per il tema che per la forma,
ed è di una potenza che si fa sempre più mistica ma di un misticismo laico,
delle piccole cose, si può benissimo descriverlo come vero film "cristologico".
Nel senso di lunga e sempre più forte rappresentazione di un Cristo moderno
che appunto si sacrifica per i suoi figli, come fosse un ritorno di Dio tra
gli uomini che per lungo tempo lo avevano aspettato. Da qui il riferimento al
Mantegna, non solo per quanto riguarda il contenuto del quadro ma anche per
il significato letteralmente umanistico di esso. Cioè insegnare i veri valori
della vita. E via via abbiamo molte epifanie primordiali semplici nella forma
e potenti nel contenuto. Dallo spezzare il pollo con le mani e distribuirlo
ai figli, alla seguente distribuzione del vino fino alla caduta nel vuoto e
alla conseguente morte nel tentativo di salvare il più piccolo e riottoso.
Tale sacrificio del padre è l'insegnamento che per tutto il film egli tenta
di dare ma non riesce a causa della sua incapacità a relazionarsi con i figli
e anche dal contrasto che nasce tra la volontà di farlo e tale incapacità. Il
sacrificio allora diviene la summa degli insegnamenti che i figli hanno avuto
in una settimana di tempo e che non potranno dimenticare.
Per tale forte accezione di messaggio sono molte le scene madri, soprattutto
in relazione al paesaggio. Che guarda impassibile anche se sembra sorridere.
I figli si dividono i compiti nella percezione del nuovo, così uno odia, l'altro
ama, uno contrasta, l'altro emula affascinato; e la percezione del nuovo è come
la scoperta di una nuova dimensione del vivere. Il figlio più piccolo sembra
allora crescere di più e raggiungere il maggiore quando si compie la catastrofe
finale ma poi impercettibilmente sembra che il maggiore abbia uno scarto finale
e diventi uomo.
In tutto il film tagliano come lame i silenzi del padre, che sembra sempre più
un orso sia fisicamente che psicologicamente alle prese con due cuccioli. È
evidente la sua difficoltà di esprimere il proprio piano, un progetto di vita
o almeno di viaggio (che c'è ma che egli non riesce a dire). Difficoltà forse
dovuta alla abitudine di una silenziosa fisicità più che all'oralità.
E allora ciò che vediamo sembra la rappresentazione di un istinto paterno che
sembra volere esplodere dopo molto tempo in cui è stato compresso.
In tutto ciò la madre sembra quasi rassegnata a vedere partire i maschi di casa
e appare, nei brevi momenti in cui si vede e nelle foto finali, come persona
che antropologicamente forse non può condividere quello che stanno per condividere
i tre, ma senza per questo avere rancore bensì dimostrando capacità di comprendere
la propria funzione e il proprio spazio.
L'evidenza della "cristologia" citata si staglia ripetiamo nelle piccole cose
inquadrate, le quali diventano simboli ma che non lo sono a priori, anzi si
trasformano in simboli con il passare del tempo.
Dal pane caduto per terra e la minestra non mangiata al ragazzino ladro non
punito per il furto - con conseguente giudizio del padre- alla pioggia che sbatte
in testa al piccolo lasciato solo sul ponte (piccolo che lì vede con occhi sognanti
il camion come fosse lampo di passione futura) fino all'isola dove si rifugiano,
luogo di isolamento, sviluppo, e acquisto di consapevolezza tramite il passaggio
vita/morte.
Il film è letteralmente pieno di questa simbologia che si stacca da una certa
"russeità" per entrare nella simbologia del mondo (almeno quello occidentale).
E facendosi così comprendere dalle giurie internazionali.
Daniele Fianchini
Daniele Fianchini (1977), studente alla Facoltà di Lettere e Filosofia all'Università degli studi di Milano. Si interessa di cinema e fotografia