| Arturo Paoli - Restituire il Cristo all'umanità |
La fondamentale trasgressione che Gesù rinnova attraverso i discepoli è il passaggio dalla legge allo Spirito
Dopo questo spazio
di tempo non storico, la storia può riprendere il cammino dalla parte offesa,
dalla parte di tutte le vittime di questa guerra condotta col denaro e con le
armi. La ripresa del cammino storico appare chiara perché corale. Lévinas ha
definito la modernità come la fine della filosofia. Il vuoto è stato occupato
dalla globalizzazione come tecnocrazia, consumismo, sospensione dell'agorá soffocata
dal rumoroso concorso di voci e di immagini massmediatiche, molte voci per soffocare
la parola. L'attuale società in un frenetico movimento e allo stesso tempo morta,
ora si ritrova a un punto di partenza semplicissimo: il volto sfigurato dell'uomo
che rivolge al piccolo resto un richiamo: tu non mi ucciderai! La domanda che
nasce spontanea nel cuore di un cristiano credente è: avranno i responsabili
del popolo di Dio l'umiltà e il coraggio di restituire il Cristo all'umanità?
Di capire che il riconoscimento che Egli vive, che è nuovo, che è giovane, non
deve venire solo dalla fede, ma dal bisogno reale dell'umanità, dal suo grido
senza parole che ricorda quello del popolo oppresso dal faraone. Dovremmo chiedere
alle guide del popolo di Dio di perdere il vezzo di rifiutare fatti nuovi classificandoli
con nomi antichi, come arianesimo, pelagianismo, adozionismo, ecc evitando così
la fatica di conoscere più a fondo i contenuti del divenire storico. Oggi è
necessario ascoltare la profezia e andare dove zampilla: i profeti di ogni tempo
non vivono nelle regge e non vestono gli abiti dei principi. La scoperta del
Cristo vivente oggi non è quella stessa dei pensatori di altre epoche. Il desiderio
di Asor Rosa di togliere i chiodi al crocifisso e di rimetterlo sulla strada
non è quello di Renan o degli scrittori russi del secolo passato. Certe espressioni
che ascoltavo in seminario mi facevano la stessa impressione che mi fa oggi
la parola terrorismo, che spaventa la società attuale e nello stesso tempo la
tranquillizza, sapendo di che si tratta. Liberateci il Cristo non vuol dire
oggi che voi lo avete travestito da Dio mentre Egli è stupendamente uomo. Vuol
dire soprattutto che, se vogliamo passare da spettatori e consumatori ad attori
e costruttori del nostro oggi, è necessario riscoprire il senso del discorso
programmatico pronunziato da Gesù nella sinagoga della sua città. Sono stato
mandato ad annunziare la buona notizia ai poveri, a liberare gli schiavi. Che
vuol dire oggi liberare l'umanità dalla schiavitù del consumismo, della tecnocrazia,
dell'idolatria di mercato, dei folletti della borsa. E in questo avvio della
storia, la cui energia è il bisogno urgente e concreto, incontriamo moltissimi
credenti responsabili che credono a quell'identità che il Maestro conferisce
ai settantadue inviati ad annunziare la pace (Luca 10).
Proprio perché sappiamo di dover dire all'arrivo la semplice parola pace e che
questa parola può essere efficace solo se pronunziata nello Spirito di Gesù,
non possiamo non essere trasgressori come Lui. Non possiamo non essere trasgressori
di un catechismo esteso in ottocento pagine, che disperdono la trasparenza e
la semplicità del messaggio di pace. Non possiamo non essere trasgressori di
alleanze con persone e con metodi che sono chiaramente la parte che opprime,
quella da cui dobbiamo affrancare gli schiavi. Non possiamo non essere trasgressori
del metodo di mettere vino nuovo in otri vecchi e mi riferisco a quell'immenso
lavoro di rinnovamento del metodo pastorale, dell'annunzio del vangelo, della
vita religiosa, della formazione dei ministri, che viene presentato come vino
nuovo che regolarmente rompe i vecchi otri e si spande nel suolo. L'umanità
ha bisogno di un impianto nuovo, di una nuova venuta del Cristo affidata non
più alle carte né alle istituzioni, ma alla persona. Le ultime parole che ci
ha lasciato il monaco Benedetto Calati sono una profezia: il futuro del mondo
è dei contemplativi. Questi sono quelli che affidano all'umanità del loro tempo
il Cristo atteso non soltanto attraverso la parola, ma soprattutto attraverso
il loro esistere. "Beato il ventre che ti ha portato e le mammelle che ti hanno
dato il primo alimento" grida una donna a Gesù. "Che bello, che giocondo che
tu sia qui fra noi, come ci sentiamo sicuri pensando che tu sei tornato"
La fondamentale trasgressione che Gesù rinnova attraverso i discepoli che continuano
la sua presenza nel tempo, è il passaggio dalla legge allo spirito. Si può rappresentare
come il passaggio raccontato nell'incontro col giovane ricco (Luca 18). Una
relazione in cui la persona è al centro e attraverso una volontaria obbedienza
ai precetti della Legge, raggiunge una certa libertà di azione. L'obbedienza
alla legge è come possedere una tessera che dá diritto ad entrare in un club
di gente rispettabile: non si chiede al socio altro che l'osservanza dei divieti
statutari e l'adempimento delle regole che garantiscono ai membri della comunità
un'identità comune e allo stesso tempo la rispettosa distanza dal progetto di
vita individuale. Il giovane ricco non si era mai sentito questionare sulla
sua vita privata. Fino all'incontro con Gesù ha rigorosamente osservato il regolamento,
tutto a posto. È così seria la sua vita, così dignitosa, che Gesù si ferma un
istante ad osservarlo: è un bel tipo umano, vediamo se è pronto per la trasgressione:
liquidare tutto e venire dietro a me. "Esiste una forma empirica di separazione
per la quale l'individuo si raccoglie nella sua propria interiorità e, per sviluppare
la felicità, si mette, in certo senso, al riparo del mondo". (S. Natoli).
Se trasportati in spirito sul colle Vaticano potessimo vedere in un istante
il miliardo di cattolici, le comunità religiose maschili e femminili, i seminari
laicali, tutti i buoni dispersi nel mondo, rivedremmo lo sguardo compiaciuto
di Gesù, ma immediatamente egli dirigerebbe lo sguardo sul mondo in cui vivono
questi suoi seguaci e lo sguardo si farebbe triste: "Gerusalemme, Gerusalemme,
che uccidi i profeti!".
La trasgressione essenziale di cui ha bisogno il mondo è legata all'identità
stessa del Figlio dell'uomo. Il vieni e seguimi non è un invito geografico,
è la richiesta di un dono di sé all'umanità che rinnovi nella propria carne
il dono di Gesù: prendete e mangiate. E questo senso è racchiuso nel termine
contemplativo. L'affermazione si muta in domanda. Che vuol dire contemplativo?
La risposta ci dirigerebbe immediatamente verso quei luoghi dove vivono coloro
che hanno scelto un tipo di vita contemplativa. Non è detto che non vi si trovino
persone che hanno raggiunto lo status del contemplativo, ma non è così sicuro
che la scelta di una comunità di vita contemplativa assicuri che la persona
lo diventi. Si possono dare definizioni molteplici e non possiamo affermare
che i contemplativi si trovino solo nell'area religiosa. Contemplativo può essere
un pensatore quando è onesto, e non dimentica la sua responsabilità di fare
del male costruendo progetti non ispirati alla giustizia, al bene comune, alla
saggezza, ma che sono espressione dell'ambizione di mettere in mostra la forza
del proprio pensiero, la capacità di sfidare i rivali piuttosto che fare avanzare
l'umanità verso la giustizia e la pace.
Limitandomi al mondo religioso, si può definire il contemplativo la persona
che riproduce il modello Gesù, la docilità e l'obbedienza del Figlio, quella
capacità di stare al mondo senza nuocere ma al contrario facendo il bene e aiutando
i fratelli ad avanzare verso più giustizia e più pace e conseguentemente verso
la vera felicità di vivere. Per questo riceve uno sguardo particolare che si
posa sulle cose e sull'agire umano giudicandolo sulla base della verità che
non può essere mai assoluta e definitiva. Il criterio che guida la sua vita
è raggiungere quell'unità interiore che vuol dire armonia conquistata sulla
disarmonia che il peccato mette tra le cose e fra gli uomini. Per cui il contemplativo,
fra le vicende conflittuali e l'aggressione permanente delle novità prodotte
dalla tecnica o dal pensiero umano o dalla tecnica politica, mantiene il dono
della pace perché ha raggiunto una soglia che non può essere oltrepassata dalla
menzogna. Questa capacità di sguardo, questa luce che illumina la realtà, spogliandola
di quel senso di cui viene rivestita per saziare interessi e passioni, è profezia
e speranza. Visione permanente anche se oscura, che tutte le vicende cosmiche
sono avvolte dallo Spirito che tutto contiene. E per questo è l'annunziatore
della speranza contro ogni speranza. Il contemplativo cristiano è assolutamente
necessario al mondo ed è continuatore di Cristo senza mai averne piena consapevolezza.
Paolo racchiude questo mistero nelle parole rivestitevi di Cristo. Il contemplativo
ha la consapevolezza permanente dell'Altro che vive in lui, allo stesso tempo
muore il dualismo di anima e corpo perché raggiunge una unità interiore impossibile
all'essere umano.
Nell'Arcipelago, il libro in cui Cacciari passa in rassegna i mostri creati
dall'occidente super razionale, il filosofo finisce col mettere in scena l'oltreuomo,
ed è un presagio: l'oltre opposto al super, al più brutto assassino di Dio,
opposto anche al cum, e il riferimento è di quelli che cercano gli altri per
sicurezza, per difendersi dalla paura. Il contemplativo che si presenta allo
sguardo morente del monaco Benedetto è questo oltreuomo indefinibile: L'inaudito
consiste nel fatto che Dio rivela proprio se stesso come straniero: "Ero xenos,
straniero, e mi avete accolto (Matteo 25,35) Ero hóstis e mi avete ospitato".
Così Lui si presenta come straniero, come il dissimile - e chiama per essere
riconosciuto in tale aspetto, non malgrado esso. Egli si ri-vela pertanto nel
senso letterale del termine: si mostra proprio nell'aspetto dell'Altro. Solo
tramontando da ogni fissa identità egoistica, è pensabile una tale amicizia
stellare. Il Vangelo ripete questa idea come il proprio inaudito - e che al
tramonto occorre in ogni modo affrettarsi, non ritardarlo. Il Vangelo è martellato
da questa domanda: Chi sei Tu? È straniero al mondo, è lo Straniero. (Cacciari).
Questa riflessione richiama alla mia mente un pensiero cui torna varie volte
la mia maestra Teresa d'Avila distinguendo coloro che vivono l'esperienza del
mondo invisibile e colgono i messaggi dello Spirito, dai "dottori" che hanno
la capacità di metterle in parole comprensibili, oggi diremmo di tematizzarle.
Le parole di Cacciari descrivono l'esperienza di alcuni credenti, se pochi o
molti non saprei dirlo. Ci sono, solo questo si può affermare con assoluta certezza.
Sono quelli che vivono misticamente la situazione dello straniero attuale, quello
che arriva alle nostre spiagge e non sa di essere il portatore dello Straniero
e su lui si accumula la povertà e la persecuzione dello straniero; è quel Gesù
che viene come è scritto su alberi e su muri accanto a simboli di culti di morte.
E ci sono quelli che senza essere nella condizione fisica degli stranieri, portano
nella loro esistenza questa miseria dell'identità del Figlio dell'uomo.
C'è un grande silenzio in questo momento storico dell'occidente (il Papa ha
parlato del silenzio di Dio). "L'uomo superiore vuole tramontare; a questo
oriente tien fermo: al proprio tramonto. Non una via vi conduce, non un metodo.
Il tramonto di tutte le figure, e i viaggi e i naufragi che l'uomo superiore
ricorda e compendia in sé, è il luogo dove può apparire, non giungere, dove
può darsi, non essere prodotto, ciò che assolutamente si distingue dalla historia
fin qui ricordata, e dunque ciò che è assolutamente irrappresentabile nei suoi
confini" (Cacciari). Non è l'attesa di un Deus ex machina quella descritta
dal filosofo veneziano, sono piuttosto le parole di Giovanni che diventano luminose
della luce dell'oggi: in mezzo a voi esiste Qualcuno che voi non conoscete (Giovanni
1,26). Lo straniero è qui in mezzo a noi ed è un fatto reale, doloroso, enigmatico,
controverso: "Egli è lo Straniero, di più: l'Abbandonato, la creatura in
esilio, che tuttavia ospita, che trae dal suo essere in esilio l'energia del
più perfetto ospitare. Come imitarlo? Soltanto questo possiamo dire: che la
sua figura è il contraccolpo a tutte quelle dell'ultimo uomo, l'impossibile
per loro e a partire da loro". Chi ha ispirato al filosofo non credente,
o piuttosto non religioso questa descrizione del portatore dell'oriente, di
colui che porta la certezza che dopo la morte di questo periodo storico si deve
attendere una vita nuova? È arrivato certamente a lui quel vento che gli ha
raccontato che qui oggi quello che doveva avvenire è avvenuto. Come sempre questa
voce non può essere captata da quelli che cercano definizioni precise e certezze
assolute, tutto quello che chiamano verità. Furono le figure indefinibili dei
re magi che rievochiamo fino ad oggi come esseri di fiaba, o gli ultimi, i pastori,
quelli che portano sulle loro spalle il peso del dolore umano, sono i contemplativi,
misteriosa sintesi degli uni e degli altri, i soli capaci di cogliere questa
voce.
Arturo Paoli