| Arturo Paoli - Eucarestia terra di contestazione |
Per Gesù religione è prima di tutto e soprattutto accogliere
Può apparire strano
che il Papa abbia definito il prossimo anno come un anno eucaristico, perché
qualcuno potrebbe chiedere: gli anni della chiesa non sono tutti eucaristici?
Che altro compito può avere la chiesa se non trasmettere quel senso o quei sensi
che sono nascosti nel simbolo eucaristico? Se non mangiate la mia carne e non
bevete il mio sangue non avrete la vita in voi. Nella realtà la confezione e
la consumazione delle ostie bianche che vogliono essere pane è un fatto così
semplice e routinario che i più evitano la fatica di cercare che conseguenza
ha la semplice manducatio del pane consacrato. Non pretendo portare più luce
di quelle che vi hanno proiettato i grandi teologi di tutti i tempi. In fondo
senza superare la risposta in due parole che san Tommaso fornisce ai
piccoli e ai grandi, quando, sgranando gli occhi sul piccolo frammento di pane,
gli dicono che questo è Gesù. San Tommaso risponde sì, ma quoad substantiam,
cioè come sostanza. Non ho mai capito a fondo questa risposta e meno la capiranno
le nuove generazioni sempre meno capaci di accogliere formule filosofiche. Per
me il discorso più eucaristico del vangelo non è nel tanto tormentato capitolo
6° di Giovanni, quanto il discorso alla samaritana nel 4° dello stesso vangelo:
se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti chiede da bere, tu chiederesti
a lui l'acqua, e lui ti darebbe l'acqua viva (4,10).
Nei miei lunghi anni di vita che è stata fondamentalmente la storia della mia
relazione col Figlio dell'uomo, mi pare di essere avanzato progressivamente
da una conoscenza simbolica e implicita a una conoscenza più diretta, più semplice
e più svelata. Sono cosciente che queste parole, che hanno molto senso per me,
siano molto oscure per chi mi legge. Intanto ho sentito nascere in me una forte
critica verso i metodi pedagogici della formazione cattolica, che mi sembrano
sempre più lontani da quello così semplice e diretto trasmesso nelle parole
di Gesù: questa è la vita eterna: conoscere te e colui che tu hai inviato che
si potrebbero esprimere senza cambiarne il senso: conoscere te in colui che
tu hai inviato. E solo questa frase definisce la verità che Gesù ha portato
all'umanità. Ha invertito il senso della religione di ogni tempo e di ogni luogo
abitato dall'uomo. Non è più l'uomo che deve rompersi la testa per come comunicare
con l'essere invisibile che si fa presente attraverso i fenomeni naturali soprattutto
quelli che incutono terrore. Quali stazioni speciali costruire per l'approdo
di Dio, quali sono i gusti particolari da soddisfare con i doni? Per Gesù religione
è prima di tutto e soprattutto accogliere. Non siamo noi che andiamo, egli viene.
Il fatto Gesù significa essenzialmente questo investimento delle relazioni dell'uomo
con la divinità, qui sulla terra, nella carne umana. Gesù ripete continuamente
a noi le parole rivolte alla samaritana: "ragazza mia, non puntare il tuo sguardo
sulla collina né su Gerusalemme, ma guarda me, qui c'è tutto Dio ed è solo qui",
le cose non potranno mai cambiare finché l'Eucarestia non diventi simbolo di
un gesto, di un movimento che è la scelta permanente di Dio, che è il suo svuotamento,
la kenosis, rinunzia alla sua natura divina per manifestare nell'uomo Gesù il
dono di sé, la disposizione permanente a dare la vita per amore. Lo spirito
di Gesù in noi e con noi continua ad aggredire il peccato creando oggi modelli
assolutamente inediti nella società attuale.
Questo è il senso semplice e unico dell'essere cristiano, è questo accogliere
il divino in noi. E allora, perché l'uomo appare più ferino che divino? Questa
è la domanda a cui si fermano pensatori e persone semplici coscienti di appartenere
a un mondo che Dio ha mostrato in molti modi di amare e di volere salvare ad
ogni costo. Colgo nelle parole di Umberto Galimberti una formulazione
attuale di questa domanda: dove colloco nella mia anima e dove sistemo nella
mia ragione quei numeri approssimativi e indefiniti che dicono quindicimila
afgani uccisi per catturare Bin Laden e ventimila iracheni morti per deporre
Saddam? Dove colloco a partire dai miei parametri di civiltà le torture nelle
prigioni irachene, i prigionieri di Guantanamo, i bambini uccisi di petto e
di schiena nella sperduta Ossezia, il rituale quotidiano di teste che cadono
questa volta non metaforicamente?
La chiesa tutta dovrebbe interrogarsi seriamente se è veramente ingiusta l'esclusione
dalla costituzione europea il riconoscimento delle nostre radici cristiane.
E se è solamente attribuibile a un riflusso di anticlericalismo l'escludere
la presenza cattolica fra i dirigenti della nuova Europa. E la proclamazione
dell'anno eucaristico va intesa profeticamente come un invito a cambiare qualcosa
di essenziale nella presentazione dell'Eucarestia? Oppure continuiamo a pensarla
come una delle solite celebrazioni medianiche a cui è preparata la chiesa cattolica,
con un risultato numerico che consola gli anziani, ma con una realtà che preoccupa
chi ama veramente il Cristo come salvatore del mondo? Il primo mondo che dovrebbe
mostrare i segni di questa salvezza dovrebbe essere quello che lo ha scelto
non solo come divinità ma come cammino, come verità e come autore di una vita
diversa.
Sono di giorno in giorno sempre più convinto che l'impianto del messaggio evangelico
sulla filosofia dell'essere oggi sia la causa fondamentale di questo allontanamento
di Cristo dalla società reale. E questo fatto è particolarmente visibile nell'Eucarestia
che si propone di essere la presenza simbolica e realmente efficace di far presente
nel tempo la decisione di Dio: ha tanto Dio amato il mondo da dare il Suo Unigenito
perché ognuno che crede in Lui non si perda ma abbia la salvezza (Gv 3,13).
La filosofia dell'essere ha prestato i suoi concetti per collocare l'Eucarestia
di fronte alla domanda: è veramente Gesù, il vero Gesù, solo e tutto Gesù che
è lì presente nell'ostia consacrata? La onnipresenza invisibile di Dio non ci
ha disturbato tanto e non ha avuto conseguenze tanto gravi come questa in carne
e ossa del Figlio unigenito. Seguendo la logica, questo Cristo invisibilmente
presente con il Suo Corpo è il Signore trionfante seduto alla destra del Padre.
Quindi deve essere trattato da re, al di sopra di tutti i poteri della terra.
Le arti hanno concorso per creare ambienti extraterreni per accogliere e glorificare
questo principe unico. Sovrani e capi di stato si prestano al cerimoniale e
illudono il papa di essere disposti ad accettare la loro dipendenza dal Re che
non apparirà mai nella realtà. Il cerimoniale di corte, le solenni liturgie
fanno dei cristiani degli spettatori ammirati, degli invitati permanenti a quel
godimento spirituale che li avvolge senza chiedere loro delle rinunzie gravi
e degli impegni che turbino le loro carriere professionali e politiche. La chiesa
si difende sempre mettendo davanti gli innumerevoli santi che è capace di fornire
al mondo e tutte quelle redenzioni invisibili di cui si fa garante.
Oggi siamo in grado di osservare quanto danno può fare una certa retorica celebrativa
che prende le mosse da riflessioni molto serie e si definisce in espressioni
poetiche che ci cullano e ci tradiscono. San Tommaso in uno degli inni celebrativi
canta al pio pellicano Gesù Signore di lavare me dall'immondizia con il suo
sangue del quale una sola goccia può salvare il mondo dal suo peccato. Un pensiero
come questo ed altri simili ci può tranquillizzare che il mondo sia salvato
ma questo non tranquillizza la coscienza di Galimberti e di tanti della generazione
presente che vivono in un mondo che rappresenta il contrario di quello che si
canta nella chiesa. Non mi viene in mente di negare la verità di queste parole,
ma penso che le espressioni molto crude nelle quali Gesù ci dice che la sua
carne è veramente cibo e il suo sangue veramente bevanda nascondono un'offerta
del nostro corpo nel quale continua il suo per la salvezza dell'umanità. Se
queste mie affermazioni possono irritare qualche teologo che potrebbe sfidarmi
nell'area dogmatica, dichiaro che non accetterei mai la sfida perché per me
questo metodo è morto. Credo che come l'eucarestia impiantata sulla filosofia
dell'essere abbia costituito per secoli l'ipotesi di lavoro per teologi, mistici,
pastoralisti e altri, oggi una vera novità dell'anno eucaristico può essere
solo quella di produrre un'etica a partire dall'intenzione di Cristo di salvare
il mondo. Per dirla con il neologismo di Theillard de Chardin di amoriser le
monde. Bisogna lasciare a parte la retorica che annunzia che il mondo è stato
salvato già da Gesù e cominciare col dire che Gesù in noi e con noi sta salvando
il mondo. L'umanità aspetta una risposta qui e ora e non dopo la morte. Oggi,
solo se partendo dall'Eucarestia nascono delle etiche esigenti che aiutino il
progetto di Cristo a farsi reale, può nascere credibilità alla Chiesa e al cristianesimo.
Quando parlo di etiche penso a un'etica economica, un'etica politica, un'etica
comunitaria. Dare senso all'Eucarestia oggi è solo possibile se la togliamo
dall'aurea grandezza in cui l'ha collocata la filosofia dell'essere e la riscopriamo
nel senso etico che è reale di questo tempo e di questa terra.
La chiesa cattolica deve prendere atto che per secoli ha abitato in un quartiere
esclusivo in compagnia di Platone, Aristotele e altri. Con questi vicini non
aveva buone relazioni perché le avevano detto in faccia: Dio è morto! Ma nonostante
questa piccola divergenza, Shopenhauer, Spinosa, Kant e altri sentivano rispetto
per questa vicina della loro classe. Oggi questo quartiere è stato abbandonato.
La chiesa è sola. La grande rivoluzione proletaria è stata spenta, ma le vittime
tolgono il sonno ai pensatori di oggi come Galimberti, i quali si domandano
se le parole salvare il mondo e liberare gli oppressi che Cristo ha seminato
sulla terra e diventate urgenti sono ancora vive. La chiesa non può continuare
a rispondere con le sue solennità che appariranno sempre più dei balletti che
troppo ripetuti né divertono, né consolano, né ispirano salvezza e libertà.
Arturo Paoli