| Arturo Paoli - L'esistenza come dono |
Parlare
del dono è mettere al centro della nostra riflessione la dimensione umana
più spontanea e pacifica. Oggi lo si considera come una scoperta antropologica
del pensiero occidentale, secondo cui l'uomo non è né economico
né erotico né altra cosa, è solo relazione. Nei suoi scritti
la mia maestra e compagna nel cammino spirituale, Teresa d'Avila, esprime spesso
il bisogno di una collaborazione con i teologi, cioè i teorici della
fede e conseguentemente della spiritualità. Capita a noi che, come lei,
viviamo una esperienza spirituale - anche se la mia relazione resterà
sempre da discepolo a maestra - di avere delle illuminazioni accompagnate da
un certo calore affettivo, che sospende i momenti della vita quotidiana, quando
poi vorremmo comunicare il messaggio senza sciuparlo con le nostre parole, proviamo
una grande difficoltà. Quella calda affettività vissuta nella
scoperta essenziale ritorna, forse in chiave musicale diversa, quando ritroviamo
l'intuizione spirituale in una argomentazione del pensiero. Così è
di quello che Mancini chiama il "dono dell'origine". Mancini mette
in chiaro quello che ho detto ora riferendomi alla maestra spagnola: il presupposto
sta nell'accettare che il pensiero sia interpretazione dell'essere, del
mondo, dell'esistenza vissuta. L'esistente vissuto è a sua volta interpretazione
e vaglio critico del pensiero (1).
L'interesse per il dono è emerso in questo nostro tempo dominato dalla
globalizzazione capitalistica, come rovescio di questa, cioè come gratuità.
Solo la gratuità, per il suo essere umile, nascosta e quasi superflua
in mezzo a tanto utilitarismo, appare una forza capace di opporsi alla società
capitalistica. La ricerca sul dono può diventare facilmente un percorso
teorico alla scoperta delle sue origini, della sua evoluzione nel tempo e delle
sue diverse espressioni nelle varie culture, infine diventa concetto come accade
normalmente nella nostra cultura idealistica. Al contrario, come evento mistico,
il dono appare fondamento della gratuità, qualità essenziale che
lo distingue dagli scambi commerciali. Quando il cammino di spiritualità
impegna l'esistenza intera dal suo punto di partenza che è lo choc della
conversione, il dono diventa relazione.
Nella definizione della preghiera è implicito un aspetto relazionale:
elevatio mentis ad Deum, un dirigere la mente (spirito e pensiero) all'Essere
trascendente. Ma Dio è tanto invisibile e lontano che l'attenzione si
concentra spesso sul contenuto dell'orazione invece che sulla relazione. La
mia maestra infatti con tutta la sua irruenza spagnola, si scaglia spesso contro
le devozioni che sembrano simboli vuoti. E quando le devozioni si calano nelle
solenni liturgie diventano spesso estetismo e qualche volta godimento degli
occhi mentre il cuore è lontano. Proprio la ricerca dell'essenziale persuase
Charles de Foucauld a rinunziare a progetti di vita religiosa in cammino, per
il timore che nell'esteriorità dei programmi di preghiera potesse perdere
di vista la relazione con l'Altro.
L'unica vera sorgente della gratuità è nella dimensione creaturale, profondamente riconosciuta e assimilata. Pensiamo per un momento alla bellissima preghiera del salmo 138: Sei tu che hai creato le mie viscere - non ti erano nascoste le mie ossa - quando venivo formato nel segreto - intessuto nella profondità della terra. Quest'ultimo verso del salmo dovrebbe calmare l'angoscia dei neofondamentalisti che vogliono difendere la notizia della creazione come trasmessa letteralmente dalla Genesi. Lo sguardo amoroso di Dio è molto più amoroso collocato nell'attesa descritta dal salmo. L'attesa di milioni di anni non è più lunga dei nove mesi di attesa della madre. E nell'ordine mistico non è più lunga dell'attesa che il cercatore di Dio attraversa in un cammino spesso lungo e impervio, fino al punto di arrivo che è la relazione di amicizia con l'origine. Troviamo l'amore altro e promesso come maturità della fede e la scoperta quasi violenta: dal profondo delle viscere mi hai tratto. La conoscenza immediata del nostro essere oscilla continuamente fra il ricordo della profondità della terra da cui siamo emersi e dello sguardo amoroso che da tempo immemorabile ci ha attesi, e la sorpresa di trovarci come gettati nel mondo in condizioni di difendersi dagli altri, e tormentati dal pensiero della morte inevitabile. L'esperienza di questo Altro che ha atteso non tanto l'evoluzione darwiniana dell'uomo, ma l'emergere dell'io vero, dell'io che si scopre pura gratuità, dono alla vita, e coincide con quella che Mancini definisce esistenza ricevuta, originata, affidata. Questa consapevolezza dell'origine è quella che fonda la gratuità autentica e ontologica. La scoperta dell'Altro che ci ha atteso avviene solo quando l'emergenza del vero io equivale a salvezza. Un piccolo libro di Salvatore Natoli dis- serta a lungo sulla parola salvezza. La certezza incrollabile dell'Altro, quella fede che sfida la morte, avviene quando si vive l'esperienza di essere in un pozzo da cui non possiamo assolutamente uscire senza un aiuto che ci viene incontro. Nessun evento fisico è tanto forte come tutte le avventure raccolte nell'evento salvezza. L'uomo di fede emerge nelle Confessioni di Agostino quando racconta la sua esperienza di vita che può avere diverse interpretazioni ma, giudicata da chi ha vissuto esperienze simili, sa quanto sia vera. E la grande fede di Paolo si illumina nel racconto delle varie peripezie di cui è stato il soggetto, che sbocca come in un finale di orchestra nel Satana che lo schiaffeggia e gli trasmette l'esperienza di essere un corpo di morte. La relazione con l'Altro non è la fede del marinaio scampato al naufragio; è piuttosto quella di Lazzaro la cui putredine è avvolta nei bianchi lini da cui non può liberarsi senza il soffio di vita espressa nelle parole del Cristo. E' vero che la gratuità del dono può essere fondata solo sull'esperienza dell'origine, ma la liberazione dalla violenza che inquina tutte le nostre relazioni mi sembra impossibile senza essere passati dall'esperienza della morte che portiamo dentro e che ci rende assolutamente incapaci di pace finché non la raccogliamo nell'offerta che ci viene calata nella notte di Betlemme.
La liberazione nella gratuità è l'ingresso nel tempo più luminoso del percorso spirituale. Sparisce tutta la contabilità cui siamo stati abituati nella formazione religiosa: i meriti, le indulgenze, la promessa di una gioia senza fine. La vita eterna come qualità stessa della vita, sottratta all'usura del tempo, a tutti i desideri utilitaristici e alla tristezza della fine, diventa davvero la leggerezza dell'essere. Per me non è una conquista filosofica e molto meno materialistica, ma è soltanto una meta raggiunta da chi ha permesso che una energia di nuova creazione operasse nel più profondo provocando quel dolore che forse non ha confronti con le sofferenze che sono comuni a tutti gli esseri umani. Anche se può apparire contraddittorio la certezza della vita eterna è liberata dalla curiosità di sapere dove staremo dopo la morte. La gratuità è un fidarsi totale, non voler sapere che ne farai della mia vita, dove ti piacerà portarmi. E' quella indifferenza che si traduce nelle parole di Paolo che chiede di essere anatema per la salvezza dei fratelli. Questa gratuità va al di là della solidarietà,del servizio, della beneficenza, arriva ad una scelta di voler condividere la condizione dei perversi, il desiderio di mettersi al loro posto, purché loro si salvino. In questa gratuità è in gioco il senso stesso dell'esistenza. Razionalmente è chiaro che si tratta di un assurdo: spingere l'amore a un grado così alto da rinunziare all'amore. Rifiuto l'amore perché tu lo faccia scendere su un altro da me. Evidentemente questo desiderio è ispirato dall'amore e quindi impossibile; ma la spinta della gratuità oltrepassa la frontiera della ragione e diventa follia. Tutto questo avviene nello spazio mistico che penso come modello e come una grazia che entra nella storia ed è per tutti. Se pensiamo agli effetti tragici prodotti dall'egoismo capitalistico, alle smisurate e sempre inedite sofferenze che ricadono sulle esistenze umane, alla follia dell'accumulazione nelle mani di pochi, e ai poveri esseri umani affetti dalla lucida follia che raggiunge la ragione del cuore, ci sembra sempre scarsa e inefficace la gratuità dell'amore. E si capisce che possa diventare follia.
Sembra piccola cosa questa scoperta del dono e assolutamente innocua soprattutto pensando che il consumismo intensifica necessariamente l'uso comune di scambiarsi degli oggetti. In questo clima il dono può essere visto come un concetto superfluo che ricopre il vuoto del consumismo, quando invece è un valore antropologico. E per questo cammino si giunge a pensare l'esistenza propria come dono da essere offerto per il bene degli altri. Questo suppone una scelta di povertà che - come scrive Mancini - rovescia i termini concreti con cui viene intesa e vissuta la dimensione economica dell'esistenza. Infatti toglie dall'oblio l'economia essenziale e la rimette al primo posto, riportando l'economia materiale al servizio della vita (2). Chiudendo questa riflessione invito i lettori a contribuire con le loro esperienze a questa riflessione sul dono, cominciando da un punto comune: l'esistenza come dono.
1. Roberto Mancini, L'uomo e la comunità, Qiqajon, pag. 59
2. op. cit. pag. 59
Arturo Paoli