Arturo Paoli - Levatevi, partiamo da qui

L'inquieta ricerca anche in ciò che si crede

Riprendo il discorso sull'eucarestia iniziato nel numero di novembre. Inizio questa mia riflessione riportando alcune risposte del filosofo Cacciari in una intervista apparsa nel giornale "La Stampa" del 5 dicembre. Prima di tutto sono felice di rilevare che in queste risposte trovo l'abbandono della filosofia dell'essere che ha costituito l'impianto alla lettura del mistero eucaristico secondo me allontanandolo dall'intenzione di Gesù. Seguendo l'indirizzo del pensiero occidentale, Cacciari si rifà al filo conduttore dell'umanesimo tragico. E questo suo umanesimo è ricerca permanente e angosciosa comune ai pensatori italiani di oggi. In questa stessa intervista il filosofo veneziano dà alla parola angoscia un senso più dinamico che doloroso: l'angoscia scuote dall'inerzia: "l'uomo se vuole innovare, non lo deve fare con inerzia. La filosofia cerca di ridurre al minimo l'inerzia conservatrice e le inerzie conservatrici e cerca di trovare delle risposte dialogando".
Questa ricerca angosciosa che ha delle vibrazioni mistiche provoca una domanda che rivolsi un giorno al filosofo Salvatore Natoli, dopo un suo discorso in cui scoprivo una concordanza con il suo pensiero: lei è credente? La risposta di Cacciari è analoga a quella che ricevetti da Natoli: "dal punto di vista dogmatico non ho alcuna religione positiva, ma mi assilla il problema del presupposto. Come faccio a pensare senza credere? nella religione c'è un aspetto positivo. Ma nella tradizione giudaico cristiana c'è un aspetto che va ben oltre e si esprime in una inquieta ricerca anche in ciò che si crede." Perché cercare con inquietudine dal momento che la chiesa ci assicura: questa è la nostra fede, questa è la verità che dovete accogliere. Io credente chino la testa e dico Amen. Ma c'è un aspetto che va ben oltre ed è trasmesso nelle parole che troviamo nel capitolo 6° di Giovanni: il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. La vita non si può fissare in un concetto, in un'idea, in una verità come i dogmi, come la legge. Ecco il presupposto, la vita che da Dio passa in Gesù ricevendo in questo passaggio il senso vero e unico che si può definire dono totale senza residui, senza nulla tenere per sé come visibile nell'epilogo della morte sulla croce. Ed è la stessa vita, questa unica vita, che una sorgente unica passa in ciascuno di noi, con il rischio di essere trattenuta ad uso esclusivo o quasi dell'io. E' questa intenzione egocentrica la causa diretta della morte degli altri e conseguentemente di altri enti creati indissolubilmente legati all'io umano.
Oggi in questa trasmutazione rapida dell'indirizzo dato alla filosofia che è passata dalla contemplazione dell'uomo - pensiero all'uomo reale, il senso dell'umano è in questo dono di sé e nell'affrontare la lotta per dominare il proprio io, anzi per farlo fuori. Il consiglio non è mio, è la condizione della salvezza del mondo di cui si parla tanto fra noi cattolici, senza mai chiarire che cosa vuol dire: chi vuol salvare la propria anima (= vita-io-sé) deve perderla e perderla non in una corsa automobilistica, ma per gli altri. Il termine dare la vita al mondo vuol dire non costituire un ostacolo con un progetto di vita egocentrico agli altri e alla natura perché sia possibile raggiungere quel livello di vita piena che Dio ha fissato per tutti gli esseri.
La grande e stupenda novità è che il piedistallo della filosofia dell'essere su cui è stata poggiata l'eucarestia come un oggetto sacro, è caduto come un vecchio mobile e il dono che il Padre ha fatto di se stesso attraverso Gesù perché la qualità di vita dell'uomo Gesù si faccia qualità di vita per ciascuno di noi. Ed è questo il solo senso autentico delle parole prendete e mangiatemi cioè siate me. Un me che troviamo raccontato nel vangelo, un me che noi non possiamo imitare perché camminiamo su altre strade ma possiamo come lui essere-per-gli-altri.

Tutto questo senso globale dell'umanità è racchiuso nella cena che rinnoviamo come memoria della morte del Signore. E come tutti i conviti ha una conclusione che è un avvio: levatevi, partiamo di qui (v. 31). Di qui comincia la nostra ricerca dell'unico senso del vivere e non possiamo evitare quell'angoscia attiva che Cacciari unisce alla ricerca. La chiesa è molto preoccupata di come trasmettere lo stile dello svolgimento della cena. Ma qualche volta nella sua preoccupazione di raggiungere l'alta qualità celebrativa ci fa pensare alla cena raccontata da Luca (7,36 - 50). Una cena in cui prevale l'intenzione e talvolta l'interesse dell'invitante su quella dell'ospite invitato. Ho pensato tante volte a questo e il mio pensiero torna sotto la tenda dei nomadi dove sono stato invitato spesso a sedere intorno a un piatto di cous cous, l'equivalente del riso brasiliano, solo riso se poverissimi, riso e fagioli se hanno superato il livello della miseria. Sotto questa tenda ho visto il lusso, l'aristocrazia, l'alta qualità attualizzata nei gesti dell'accoglienza che erano quegli stessi di Abramo: corse loro incontro dall'ingresso della tenda… non passare oltre… lavatevi i piedi, accomodatevi sotto l'albero (Gn 18,1 - 5). Proprio così, e aggiungeteci il bacio di accoglienza sul capo perché l'ospite è un marabuth (un santo) e il primo boccone intinto nella salsa, messo dalle mani del padre nella mia bocca, perché l'ospite diventi uno della stessa carne. Questa aristocrazia non si è trasferita nelle mense borghesi con tre bicchieri di cristallo davanti a ciascuno e i piatti di porcellana, è restata nel deserto forse travolta nel fiume di petrolio che lo ha attraversato; ma è rimasta viva nel mio cuore. Ad ogni atto penitenziale confesso che viene dal profondo l'angosciosa domanda: sarà che questa mia vita viene estesa nel tempo perché non sono riuscito a diventare dono? Questa pacifica angoscia è l'unica sicurezza molto povera che mi è restata nella perdita definitiva dei meriti, nella vana fatica di affidarmi alle virtù che sono crollate. Mi resta questa angoscia che oggi Cacciari, mistico senza saperlo, definisce inquieta ricerca anche in ciò che si crede. Allora risento le parole: alzati, andiamo via di qui. L'oltre ti attende.

Arturo Paoli

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