Arturo Paoli - Sulle tracce del fratello univedrsale

Charles de Foucauld, ispiratore dei Piccoli Fratelli

La beatificazione di Charles de Foucauld era decisa per il 15 maggio; lo slittamento a data da definire con il passaggio al nuovo pontificato, nulla toglie alla già decisa proclamazione da parte della Chiesa. Essa non può non rallegrare quelli che, religiosi o laici, sulle sue tracce hanno deciso di seguire una spiritualità più prossima al Vangelo di quelle che hanno visto vicino a loro e nelle parrocchie di appartenenza. E' importante che la Chiesa lo presenti come una guida sicura a chi cerca Dio.
Il suo improvviso passaggio dalla incredulità alla fede non avvenne come il termine di un cammino di iniziazione, fatto di conoscenze e di pratiche, ma si presentò come incontro con la persona di Gesù e come cammino al suo seguito.

Il Vangelo racconta come fu la chiamata dei pescatori di Galilea: non furono invitati ad un corso di iniziazione ai misteri, ma ad un "vieni e seguimi", ad un "lasciate tutto e venite dietro a me". E questa è e resterà l'originalità del Cristianesimo: dal principio "seguitemi" alla fine "mangiate la mia carne e bevete il mio sangue". E così è per Charles, il nuovo invitato al suo seguito. Come piccolo fratello del Vangelo, portato a staccarmi fisicamente dalla comunità, ripenso spesso a due persone che ho conosciuto da vicino, e che sono all'origine della Fraternità: frère Milad, maestro dei novizi, e Réné Voillaume, fondatore. Conobbi, da adolescente, quando si sogna di avventure, l'esistenza di Charles de Foucauld attraverso la lettura della sua vita, scritta da Réné Bazin: una avventura che poteva attrarre i ragazzi sognatori, come me. A queste due persone, molto diverse fra loro eppure molto armoniosamente unite nel dono di sé al seguito del "mistico del deserto", devo la mia spiritualità. Réné Voillaume era un prete francese, uscito da una famiglia della borghesia (suo padre era stato Sindaco di Versailles), che aveva seguito gli studi teologici a Roma, all'Angelicum, l'Università Pontificia più rigorosamente tomista, orientata da un teologo di fama, quale era Garrigou Lagrange. Mi incontrai, nel mio tempo romano, con questo teologo, che trovai molto umano e semplice, nonostante la sua fama di rigorosa ortodossia. Spesso si trovava in polemica con alcuni teologi, che univano al rigore del tomista domenicano altre letture del Vangelo, più mistiche che razionali. Réné Voillaume non si staccò mai da questo rigore razionalistico, che si armonizzava con una vita senza fratture, come appare nella sintesi che ci ha lasciato nel suo testamento. Ma comprese che scegliere e seguire Gesù, sulla strada percorsa da Charles de Foucauld, voleva dire non cercarlo nei libri di teologia, ma nei poveri reali, quelli che oggi vivono negli slums, nelle favelas, e nelle "ville miseria" dell'Argentina. Non conosco bene l'origine di frère Milad. So che, appena prete, fece parte di quel gruppo di persone che cercarono nel deserto quel tipo di vita religiosa come l'eredità lasciata nel mondo musulmano dal militare convertito Charles de Foucauld, ufficiale assegnato in Algeria, che pareva più propenso a seguire l'attrattiva verso la "bella vita" che la disciplina militare.

Frère Milad, maestro dei novizi, fu per me l'incontro con una persona assolutamente insolita. Avevo conosciuto e ammirato persone di una profonda vita spirituale e di grande coerenza di vita, e queste conoscenze le penso come un privilegio dell'Amico. Ma Milad sembrava veramente come l'uomo del deserto da cui era emerso Gesù, l'unico Maestro. Milad mi apparve come l'uomo spogliato di tutti i travestimenti che ci vengono chiesti, come l'abito per entrare in certi clubs o l'uniforme per assicurarci un sedile nel Tempio. Ti accorgevi subito che era l'uomo "del sì e del no", "il resto viene dal maligno". Mi accolse con diffidenza perché venivo da Roma e forse sapeva del mio recente passato. L'incrocio di voci diverse appariva in contrasto assoluto col silenzio e il vuoto del deserto. Conobbi, poi, più intimamente Milad e mi apparve un uomo molto informato di quello che avveniva oltre i limiti del deserto. Lo aspettavamo ogni sera in una grande sala, noi, una cinquantina di novizi, silenziosi, seduti, come gli arabi, su stuoie. Lo vedevamo arrivare con un piccolo libro rilegato, che apriva e cominciava a leggere. Il libro conteneva i tre Evangeli disposti in colonne parallele, che gli studiosi chiamano "sinopsis". E così fu, dalla sera in cui giunsi a El Abiodh, il villaggio formato da un migliaio di famiglie musulmane, fino alla nostra Professione, salvo qualche settimana di sua assenza. Fin dalla prima sera, in cui mi sentivo molto scomodo per la posizione insolita, fui catturato dal fascino dei suoi commenti ai pochi versetti letti in precedenza. Con la stessa semplicità, con la quale venivano a noi affidate, le parole del Vangelo diventavano vive, illuminando la nuova vita che ci preparavamo a vivere. Non ho mai sentito dalla sua bocca la parola "regola". E quello che mi attirava di più era il suo rigore nei richiami all'essenziale e l'umorismo con cui commentava le goffaggini dei novizi, suscitando una incontenibile ilarità. La notizia della sua morte giunse alle mie orecchie come una musica: stava parlan do alle Piccole Sorelle di Gesù, si mise in piedi, fece cenno ad una sorella di seguirlo. Nella sua cella si mise a giacere e silenziosamente si spense.
Così uscì dal mondo colui che avevo incontrato come la presenza esistenziale di quelle norme che Gesù aveva dato agli inviati. Nel cap. 10 del Vangelo di Luca queste norme mi avevano colpito particolarmente e cercai di trasmettere questa commozione in un piccolo libro che pubblicai nel 1950: "Non portate né borsa, né sacco, né sandali. Lungo il cammino non salutate nessuno". A Roma, scrivendo questo piccolo libro, pensavo di difendermi da quel virus che sentivo circolare e che poteva farmi o salottiero o diplomatico. Trovai Milad assolutamente immune da questo contagio. Milad restò tra i nomadi del deserto che lo avevano scelto come consigliere. Allo scoppio della seconda guerra mondiale (1939) il gruppo dei contemplativi al seguito del "Fratello Universale", come amava chiamarsi il monaco solitario del Sahara, si disperse e alcuni furono richiamati alle armi.

Réné Voillaume iniziò la sua attività di Fondatore, avendo scoperto l'ultima mansione, come Teresa di Avila definisce le tappe della vita contemplativa, raggiunta da colui che aveva vissuto la sua vita di convertito alla ricerca di seguire il modello unico, il Signore Gesù. Aveva cercato Dio nella Carne di Gesù, adorandolo lungamente e spesso dolorosamente, come se il simbolo del Pane fosse come una porta che ostacolava la visione del suo amatissimo Fratello Gesù. E, per un passaggio che appare logico, semplice, questa umanità in cui scende il Padre, richiamato dal grido della schiavitù umana, è il Corpo del Figlio dell'Uomo, è l'umanità che Charles de Foucauld vide negli uomini prossimi a lui, gli arabi Touaregs. E' come se quella porta, davanti alla quale si è fermato implorando con il suo lamento, finalmente si aprisse sugli altri, sui fratelli. Si illuminano le parole che destano una reazione di ribrezzo negli ascoltatori: "Se non mangiate la Carne del Figlio dell'Uomo e non bevete il suo Sangue non avrete la vita in voi"(Gv 6,53). Dalla fraternità con l'Unico, il solitario passa alla fraternità con gli altri, con i molti, con l'umanità, non come se fosse su una scala sulla quale da un gradino si passa all'altro lasciando il precedente, ma per estensione, per continuità, non lasciando l'Unico. E la carne umana nell'Uno non ha bisogno di nulla, e fratello Charles non sa più che fare per mostrare il suo desiderio di amore e la sua impotenza lo fa uscire in una espressione ingenua e commovente, dicendo che vorrebbe disperdersi come un profumo e avvolgere l'Amato come di una carezza.
Ora i fratelli sono lì con i loro bisogni reali, la loro ostilità, ma anche con il loro desiderio nascosto di essere accolti da un fratello che con loro si apre al vero senso del vivere: "Se non mangerete la Carne del Figlio dell'Uomo non avrete la vita, non scoprirete il vero senso del vivere". I Touaregs, quasi per un simbolo che rimanda all'Eucarestia, velano il loro volto, e si coglie in una lettera scritta dal Solitario di Tamanrasset, che spesso manifestava nelle sue lettere alla cugina, una dolorosa attesa, un vero squarcio di gioia: "Hanno cominciato a chiamarmi fratello". Da allora si definerà il Fratello Universale. Ecco il senso semplice e vero di tutta l'esistenza cristiana: il passaggio dall'hostis all'hospes. Dall'hostis, l'altro dal volto chiuso, ostile, dietro il velo o separato da una porta, all'hospes, ospite, dall'escluso all'accolto: ecco l'itinerario spirituale che Charles de Foucauld ha aperto a chi si mette alla ricerca delle sue tracce.

Arturo Paoli

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