Raniero La Valle - "Perché sperare in Ratzinger"

per ricomporre l'unità della famiglia umana

Forse più che un cardinale "in pectore" Giovanni Paolo II aveva un papa "in pectore", ed era Ratzinger. Il passaggio di consegne è avvenuto, anche visibilmente, alla via Crucis del venerdì santo quando papa Wojtyla, ormai ridotto al silenzio, veniva ripreso dalla TV di spalle, non più protagonista ma spettatore e come sull'atto di partire, mentre Ratzinger prendeva la parola e venivano letti i testi dettati da lui, che non erano didascalie devote del rito, ma un vero e proprio discorso sullo stato della Chiesa e del mondo.
Dunque apparentemente è una scelta di continuità, aggravata dalla qualifica di conservatore che Ratzinger si porta con sé, e con cui da molti è stato riconosciuto al momento della sua elezione. Eppure se i cardinali avessero voluto fare una scelta di secca conservazione, avrebbero trovato delle figure assai più caratterizzate e più rischiose in questo senso. Sembra invece che si sia preferita una soluzione istituzionale, la meno fantasiosa, quella per cui, contro il solito, chi entra papa in Conclave ne esce papa. Tuttavia non si annunzia nessuna continuità. Nonostante la retorica continuista, a cui ogni eletto dedica parole di circostanza, in realtà nella storia della Chiesa molto spesso un pontificato si pone in netta discontinuità col precedente; così è stato per i papi del Novecento, in particolare nel passaggio drammatico da Pio XII a papa Giovanni, da Giovanni a Montini e da questi a papa Wojtyla.

Il primo atto del nuovo papa è stato di discontinuità, nella sorprendente scelta del nome, che interrompendo la serie dei Giovanni e dei Paolo, ha voluto come scavalcare in un ritorno all'indietro le grandi contraddizioni della Chiesa del Novecento, e risalendo oltre i papi Pio, riprendere il nome di un pontefice dimenticato, ma di bruciante e suprema attualità: perché Benedetto XV è il papa che nella prima guerra mondiale vide come in figura tutte le guerre del Novecento, fino all'attuale guerra perpetua e infinita, e la bollò senza appello di ogni possibile giustificazione, razionale od etica, come "inutile strage".
E allora viene in mente che solo qualche anno prima della via Crucis di Ratzinger, quando gli Stati Uniti avevano ormai dichiarato la loro volontà di esercitare una sovranità universale, e le armate d'oltre-mare dell'Occidente già marciavano sull'Iraq, papa Wojtyla deponendo i fogli del discorso già scritto, guardò il Colosseo, teatro di altri fasti e nefasti del potere, e disse: "ma quell'Impero è caduto". E sul filo della memoria ritorna un altro snodo, quando il cardinale Ratzinger rispondendo a un suo zelante interlocutore, uno di quegli atei devoti che reclamavano che la Chiesa si incorporasse nell'Occidente per fornire i suoi conforti spirituali a una cristianità non più credente ma tentata di gettarsi nello "scontro di civiltà", diceva con fermezza che questo era escluso, "per ragioni storiche, teologiche ed empiriche": storiche perché la Chiesa è nata in Oriente e già la sua prima evangelizzazione si spinse fino all'India, teologiche perché il suo statuto, la sua "ortodossia", è l'universalità, ed empiriche perché i suoi fedeli e lo spazio del suo annunzio sono ormai per la maggior parte fuori e oltre l'Occidente. Sicché si può pensare che il nuovo papa difenderà con forza la condizione stessa perché la Chiesa possa giocare il ruolo che oggi le è richiesto nel mondo, che è quello volto a ricomporre l'unità della famiglia umana dilaniata e spartita dal mercato e dai suoi poteri in sazi e affamati, necessari ed esuberi, medicalizzati e privi di cure, Stati per bene e Stati canaglia, destinati alla salvezza e votati alla esclusione e perdizione, ritrascrizione moderna della storica discriminazione tra signori e servi, tra dominatori e dominati, tra "popoli dello spirito" e "popoli della natura", che ha percorso tutti i secoli passati. E la condizione perché la Chiesa possa oggi farsi "segno e strumento", come dice il Concilio, dell'unità di dignità e di destino dell'intera famiglia umana, e possa lottare contro una scissione antropologica del mondo più grave della divisione ideologica tra capitalismo e comunismo di fronte a cui si trovò papa Wojtyla, è che essa rivendichi e mantenga la sua autonomia dai poteri mondani, a cominciare da quelli supremi degli Stati Uniti e del Mercato globale.

La sfida, a questo tornante della storia e a questo stadio dei rapporti di forza, sembra sovrumana. Non è tentato, anche il popolo della pace, di considerarla impossibile, così da ripiegare continuamente in una pura testimonianza impolitica? In effetti occorre il coraggio della libertà. Nella tradizione cristiana la libertà viene dalla fede. Senza dubbio papa Benedetto è un uomo di fede, la quale non è tolta per il fatto di essere declinata nelle forme di una prudentissima ortodossia. Chi non ha bisogno di dimostrare di essere ortodosso può avere più forza di un pavido innovatore. E c'è più libertà e coraggio dalla fede che non dal pragmatismo di chi si barcamena tra destra e sinistra, tra fissità e riformismo, né caldo né freddo, che è la vera origine di tutti i moderatismi, laici e clericali. Se dunque la Chiesa rivendica tale autonomia dai poteri terreni, naturalmente c'è da esigere che essa riconosca anche l'autonomia degli Stati e delle altre società, quell'autonomia che la modernità si è guadagnata con la civiltà del diritto e il costituzionalismo, salutati come "segni dei tempi" da Giovanni XXIII nella "Pacem in terris". Senza dubbio per trarre le energie necessarie alla sua impresa, il nuovo papa, come suggerisce anche il suo nome, intende far ricorso alla grande tradizione. Occorre riservare il giudizio su ciò che questo significa. Può essere l'alibi per una dogmatica restaurazione, come il severo discorso ratzingeriano contro il relativismo incoraggerebbe a credere; ma il relativismo non è tutta la modernità, è piuttosto il pensiero debole, quello che lasciando ogni pretesa di lumi, si è rassegnato a professare che né la verità esiste, né può essere cercata e trovata. Il richiamo alla tradizione può invece anche essere garanzia e fonte di rinnovamento, come fu per l'"aggiornamento" di papa Giovanni, come fu per il rinnovamento teologico ed ecclesiale del Concilio, che non avevano nelle vele "qualsiasi vento di dottrina" ma il robusto impulso che veniva dalla più antica tradizione, che è anche la tradizione della Chiesa indivisa, la tradizione di San Benedetto e di Gregorio Magno del primo millennio, precedente la "rivoluzione papale" dell'inizio del secondo millennio, che doveva indirizzare la Chiesa romana su un percorso di autoreferenzialità, separata dall'Oriente e divisa in Occidente, potere tra i poteri e scissa dal mondo, fino alle grandi crisi di identità e di fede dell'Ottocento e del Novecento. La tradizione contiene oggi molte, e anche contrastanti, eredità. Il nuovo papa, anche nel suo primo intensissimo discorso ai cardinali, è sembrato far appello a quella più autentica, fino a Pietro ed a Paolo e alla stessa comunità di Gesù. Ciò fa pensare che egli sarà più un papa delle profondità che della superficie, più della parola che dell'immagine e, in termini mediatici, più "caldo" come la radio che "freddo" come la televisione.
Certo c'è la grande incognita su quella che sarà la sua gestione della Chiesa: che ne sarà della Chiesa dell'America Latina, dei teologi, della condizione della donna? Quel giorno, al Colosseo, Ratzinger parlò di una "sporcizia" nella Chiesa, un termine che un prelato italiano, padrone delle sfumature del linguaggio, non avrebbe adoperato. Ma voleva dire che anche la Chiesa è terrena, luogo di peccati e di cadute; tutto sta a vedere che a essere ripuliti siano davvero i peccati, e non la libertà della ricerca teologica, l'assunzione personale delle responsabilità etiche, l'esercizio della libertà della fede dei credenti, le prove di comunione tra cristiani di Chiese sorelle, i dialoghi e le azioni comuni con i credenti di altre religioni o non credenti. Il discorso di ieri nella cappella Sistina è stato esemplare, è sembrato anche segnare uno stacco spirituale tra l'uomo diventato papa e la sua adusata figura di prima; ha parlato di pace e di ecumenismo, di unità e di Concilio, di giovani e popoli alla ricerca di nuovi fondamenti, ragioni di speranza e ricchezze di vita. La prognosi è aperta, la speranza è possibile.

Raniero La Valle

Pubblicato su "Liberazione" del 21 aprile 2005

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