Le vostre lettere

L'uomo Karol o papa Giovanni Paolo II?

Caro Arturo,
appena si è saputo che Giovanni Paolo II stava morendo, via della Conciliazione è stata invasa da centinaia di fedeli, curiosi e giornalisti. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, telegiornale dopo telegiornale, la partecipazione collettiva è andata crescendo sempre più, fino a raggiungere l’apice in occasione del funerale del Papa. Quel giorno io ero lì. Sono andata convinta che l’enorme mobilitazione fosse il frutto del martellamento mediatico e invece mi sono dovuta ricredere. La maggior parte dei partecipanti non era lì per le telecamere. Anziani, adulti, bambini e soprattutto giovani: tre milioni di persone hanno invaso la Capitale semplicemente per dare l’ultimo saluto a Karol Wojtyla. All’unico uomo, tra i tanti leader religiosi e politici, che sia riuscito a portare un messaggio di speranza e di pace in un mondo dominato dalla paura e dall’incertezza. La spontaneità e l’entità della partecipazione però non mi hanno aiutato a superare il senso di straniamento che avevo dentro. Vedevo i cardinali, nelle loro impeccabili vesti color porpora, sedersi sulle sedie dorate, lucidate per l’occasione e collocate a centinaia di metri dalla gente. E mi chiedevo: perché non si mescolano alla folla? Perché non vanno a pregare come fedeli tra i fedeli? Certo è solo un dettaglio, dovuto peraltro a motivi di sicurezza, ma in questa distanza fisica ho sentito ancora una volta il distacco profondo tra la Chiesa degli alti prelati e la chiesa della gente. Un ragazzo, quando gli ho chiesto perché fosse lì, mi ha risposto: «Sono venuto per Wojtyla più che per quello che rappresenta». Ecco, la sensazione che ho avuto è che molti dei partecipanti fossero lì per l’uomo Karol prima ancora che per papa Giovanni Paolo II. E allora mi chiedo e ti chiedo. È possibile ridurre la distanza tra la Chiesa dei potenti e il popolo dei semplici credenti? La Chiesa sarà veramente in grado di rinnovarsi per rispondere alle istanze di una società moderna? E soprattutto, avrà il coraggio di mettersi completamente al servizio degli ultimi, anche se questo dovesse comportare qualche deroga alla dottrina?

Miu Terranera



Cara amica, tu hai colto bene il senso del pellegrinaggio prima verso le spoglie, poi verso il sepolcro del papa Giovanni Paolo II. Hai sentito dolorosamente il distacco fra gli alti prelati e la gente. Dio si è approssimato all’uomo nell’uomo Gesù. La Chiesa vuole continuare la sua presenza nel tempo; spesso lo nasconde, lo tiene per sé. E in questo pellegrinaggio la gente vuol chiedere alla Chiesa di darcelo come amico, come compagno, come nostro. Un ragazzo tra la folla ha profetizzato: “Sono venuto per Woytjla, non per quello che rappresenta. Cioè per l’uomo che abbraccia i bambini, che stringe tra le sue mani una testa umana troppo piena di conflitti. Il ragazzo parte ma senza sapere bene che questo uomo rappresenta un’autorità troppo centralizzata sulla sua persona. Un uomo che non è riuscito sempre a vincere la paura e che forse non ha permesso alla libertà di Cristo di liberare veramente. Quel ragazzo coglie l’uomo Woytjla fuori di casa come un generale senza uniforme, un militare in licenza dal servizio, ha colto la sua umanità. A questo punto viene fuori una domanda che mi faccio spesso e vorrei rappresentare la domanda in una scenetta quasi comica: Gesù resuscitato appare sulla sponda del lago e Pietro sta pescando nudo, secondo un uso che ho visto fra i pescatori brasiliani di Salvador de Bahia. Gesù lo chiama e Pietro in fretta e furia si veste. E mi pare di vedere Gesù con un sorriso canzonatorio. Perché non vieni così come sei? Ti vergogni di me? In questa storiella c’è tutta la storia della Chiesa di cui sarebbe lungo parlare. Ma il tuo sentire e quello del ragazzo vogliono un altro Pietro e un’altra Chiesa. E io mi associo a voi. Un caro saluto da

fratello Arturo Paoli


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