L'INTERVISTA: GUGLIELMO MINERVINI - "La Puglia torni ad essere arca di pace"

l'eco di don Tonino nella nuova stagione politica

Negli stessi giorni in cui il mondo intero era colpito dal lutto per la scomparsa di papa Giovanni Paolo II, in Italia le elezioni regionali hanno modificato lo scenario della politica italiana. Sono arrivati inaspettati segnali di cambiamento, soprattutto in Puglia con la vittoria di Nichi Vendola alla presidenza della regione, una figura rappresentativa di quella cultura "alternativa" che ha attraversato parallelamente i fasti del berlusconismo, dal pantano degli anni Ottanta alla nascita del movimento no-global e ai drammatici fatti di Genova. Una sfida che ora trova davanti il banco di prova di una buona amministrazione della cosa pubblica. Abbiamo intervistato Guglielmo Minervini, direttore editoriale de "La Meridiana" e insegnante di informatica, già sindaco di Molfetta, che è uno dei protagonisti di questa primavera pugliese, eletto consigliere regionale nelle liste della Margherita e nominato assessore per la trasparenza, la cittadinanza attiva, le risorse umane.

Le elezioni regionali di aprile hanno segnato la vittoria del centro sinistra in tutta Italia. Ciò nonostante la vittoria di Vendola ha stupito più di ogni altra. Si può parlare di "laboratorio politico" pugliese? Anche il tuo passato e la tua esperienza ne sono esempio, e soprattutto la vita e le parole di don Tonino Bello, che nel buio degli anni Ottanta ha sollecitato le emozioni profonde dei pugliesi su temi come la solidarietà, la pace, l'attenzione agli ultimi... C'è stato un "effetto don Tonino" su queste elezioni? In che modo la nuova amministrazione intende raccoglierne le sfide?
L'uniformità del risultato elettorale in tutto il paese ha un significato molto preciso: gli italiani hanno capito che il sogno di Berlusconi era una truffa. Aveva garantito che, liberandoli dall'impiccio delle regole, si sarebbero ritrovati più ricchi e più felici e, invece, in meno di quattro anni, si riscoprono sulla soglia di una povertà senza precedenti ma soprattutto più soli, fragili, vulnerabili. Anche il voto pugliese contiene questo messaggio. Nichi Vendola ha restituito alla politica questo effetto di realtà, l'ha impastata di polvere di strada, di volti, di storie, delle paure ma anche delle speranze. E in questo ha interpretato molto bene il bisogno di un profondo cambiamento di rotta: la politica deve ritornare ad essere lo strumento attraverso cui collettivamente diamo una rotta al futuro, non possiamo più rassegnarci a vederla degenerata in un rozzo strumento di potere. I problemi che viviamo, la loro gravità, ci impediscono di rinunciare ad una sana, positiva, efficace politica. Ha vinto l'autenticità di Vendola rispetto all'artificialità di Fitto. Come non riconoscere in questi tratti l'eco delle provocazioni di don Tonino Bello? Se c'è un suo effetto, forse lo si può ritrovare nel bisogno di "costruttori di speranze a piedi scalzi", persone che, agendo solo a mani nude sulla forza interiore propria e sulla forza contagiosa delle idee e della passione, sfidano il potere, lo incalzano, lo mettono in discussione, fino a quando non si ricurva nuovamente alla sua originaria missione del servizio alla comunità. Il gesto straordinario è stato compiuto, ora resta il mandato, forse anche più difficile, di realizzare questa speranza dentro l'istituzione. Trasferire questo carico di cambiamento nell'azione di governo dei problemi seguendo, però, una direzione di fondo: restituire alla Puglia finalmente la vocazione che le deriva dalla storia e dalla geografia, la pace.

Secondo te perché i pugliesi hanno votato per Nichi Vendola? Che significato più generale, nel quadro politico nazionale, ha la sua vittoria?
Il risultato di Vendola spicca sul piano nazionale perché ha anche un contenuto civico e di costume. Votando Vendola i cittadini pugliesi hanno dimostrato di sapere anteporre i temi della politica ai giudizi della cultura e della morale. Nel voto si seleziona la credibilità di una persona e il suo programma non le sue scelte private o le sue convinzioni personali. Benché un fondo limaccioso di insinuazioni e pregiudizi abbiano accompagnato l'intera campagna elettorale, il risultato ha dimostrato una grande maturità civile, una modernità di costume che non è indifferenza etica ma capacità di dialogo e di tolleranza. Una bella lezione rivolta a quanti invece, in forza della loro arroganza, non perdono occasione di ostentare un'insopportabile inciviltà persino dentro le massime istituzioni del nostro Paese. La politica quando perde questa sensibilità fa paura perché mostra il suo volto più violento, anche se solo verbalmente: davvero le parole fanno più male delle pietre. Quando ministri della Repubblica hanno chiamato gli omosessuali "culattoni", gli immigrati "bingo bongo", i meridionali "nordafricani", allora la loro concezione della convivenza civile è divenuta davvero esplicita. Più di un programma politico. Fa paura.

Il voto per Vendola può essere stato un voto di protesta, ma ha comunque sostenuto un candidato dal profilo alternativo ben preciso... Quali sono i punti su cui Vendola ha ricevuto la fiducia degli elettori e in cosa soprattutto non deve tradirla?
La Puglia, come il paese, sta attraversando una fase di crisi strutturale acuta. Su Vendola ricade il compito, ora, di elaborare risposte che fin'ora non sono arrivate. E non si tratta di risposte semplici, perché coinvolgono fenomeni molto vasti, coma la globalizzazione. Ciò che appariva lontano s'è avvicinato enormemente. La crisi che la manifattura classica, ad esempio, sta spazzando via solide realtà produttive che fino a poco tempo fa si consideravano immuni dalle tempeste. Tutto questo crea una serie di effetti sociali piuttosto inquietanti, di cui il crimine organizzato è la traccia più grave. Il lavoro da fare è enorme: riavviare lo sviluppo intercettando le opportunità, intervenire sui più deboli evitando però nuove forme di parassitismo, ripristinare un moderno sistema di regole. Ma soprattutto allargare il circuito della democrazia e della partecipazione perché solo così si possono condividere le sfide complesse e suscitare adeguati livelli di responsabilità da parte di tutti. Nessuno può farcela da solo. Solo uno sforzo condiviso può consentirci di perseguire obiettivi condivisi. E' la chiave di volta di una politica nuova che non fa clienti, docili e asserviti, ma cittadini, liberi e consapevoli.

Una nuova sfida per la tua vita, un orizzonte più ampio da cui operare. Quali sono i progetti di Guglielmo Minervini per la Puglia?
Don Tonino ci ha insegnato che quando arriva la chiamata non si sceglie, si risponde. Il segno che scorgo in questa chiamata è un sogno. Don Tonino aveva riconosciuto alla nostra Regione un'ineludibile vocazione di arca di pace. La Puglia come terra dell'accoglienza, dello scambio, dell'incontro ma anche luogo di mediazione dei conflitti. Uno dei cuori del Mediterraneo. Mi sento attratto dalla sfida di dimostrare, con una buona azione di governo, che la pace non è solo un esigente imperativo etico ma anche l'unica via di sviluppo che questa regione ha di fronte. Uno sviluppo da costruire ricucendo i fili spezzati del Mediterraneo ma anche intercettando i flussi economici che lo attraversano. L'Oceano Atlantico, con l'emersione della Cina, dell'India e il Giappone, sta cedendo il suo scettro all'Oceano Pacifico passando per il Mediterraneo. La Puglia, con i suoi 800 chilometri di costa, con i suoi porti, ha delle cose da dire e da fare. Per la verità tutta l'Italia è chiamata a riscoprire la sua naturale funzione di cerniera tra continenti, culture, religioni, ma anche economie. La storia sta ritornando come straordinaria opportunità che non dobbiamo perdere.

Il governo delle regioni copre competenze sempre più ampie e importanti nella vita dei cittadini. Quali cambia- menti porterebbe in questo senso la devolution, se sarà approvato il progetto federalista voluto dal governo?
La devolution, così come formulata da questo governo, corrisponde alla ratifica legislativa del principio egoistico rozzamente perseguito dalla Lega. La pulsione egoistica elevata a principio politico costitutivo, regolatore. L'esatto contrario del principio di solidarietà concentrato nello scrigno della nostra Costituzione. La devolution afferma molto semplicemente: "sui problemi principali, dalla sanità alla formazione, ognuno faccia per se". Vi ricordate l'aforisma di don Milani "non c'è peggiore ingiustizia che sortire parti uguali tra diseguali"? Ebbene la devolution, invece, fa proprio questo, trattando allo stesso modo la Calabria e la Lombardia, rompendo il patto che stabiliva il dovere di fare parti diseguali tra diseguali. Detto questo il federalismo e la sussidiarietà sono un'altra cosa. Significano per quanto possibile restituire alle istituzioni vicine ai cittadini il massimo di responsabilità. Significa che riducendo le distanze tra istituzione che governano i problemi e i cittadini, la qualità del governo migliora. Alla base di queste scelte c'è la tensione a migliorare l'efficacia della politica, non un principio egoistico. Federalismo significa restituire responsabilità, non liberarsene. Serve a rinsaldare il legame di una comunità, non a frantumarlo.

a cura di Giuseppe Dibello

Torna al sommario

Torna all'archivio della rivista

Stampa questo articolo