| Arturo Paoli - La Chiesa di Giovanni Paolo II |
La Chiesa di Roma è entrata in tutti gli angoli della terra
Nell'entrare
nella seconda domenica di Pasqua si è chiuso l'arco di vita di Giovanni Paolo
II. Il suo transito è stato amorosamente accompagnato dalla veglia orante di
folle che in tutto il mondo sapevano il suo approssimarsi alla fine.
Le vicende del suo pontificato, iniziato a Cracovia come pontefice del popolo
polacco, e concluso a Roma come pontefice del mondo cattolico, ce lo fanno guardare
come simbolo della chiesa, popolo di Dio. Chiesa che nasce come liberazione
da una schiavitù, una chiesa che aspira ad essere segno di verità per l'umanità
presente nel tempo, che non cessa di splendere sul mondo anche quando si mostra
affidata alla fragilità e alla caducità dell'essere umano. Mentre Giovanni XXIII
ha messo la Chiesa nel tempo e nella storia, promuovendo un concilio aperto
ad accogliere le istanze della modernità, Giovanni Paolo II ha voluto spostare
la Chiesa al di fuori e al di sopra di tutte le società umane. Con lui la chiesa
romana è entrata in tutti gli angoli della terra, non come ospite ma come soggetto
di un diritto al di sopra di tutte le società fondate su diverse tradizioni
politiche e religiose. E sempre ha contato sull'accoglienza delle folle che
i mass media facevano prossime ad ogni paese della terra. Si è formato così
un consenso universale e, vorrei non essere irriverente definendolo contagio
mediatico, che ha sorvolato tutte le frontiere e si è mostrato al di sopra delle
differenze etniche, religiose e culturali. Il pontefice romano è diventato una
presenza di cui non si può fare a meno. Giovanni Paolo II non ha perso tempo
con tutte le istanze in cui si è impegnata nell'ultimo Concilio ecumenico. Ha
cercato di calmare le attese lasciate aperte da Paolo VI e non ha preso in esame
i pochi giorni di pontificato del primo Giovanni Paolo, che prese il nome dei
due papi conciliari. Di fatto ha coperto le istanze accolte dai vescovi riuniti
in concilio, sorprendendo il mondo con la buona notizia: la Chiesa vi viene
incontro con le braccia aperte, affettuosa, accogliente e materna. Il progetto
è stato favorito dalla scelta politica comune presa dall'occidente dopo la fine
delle ideologie. Un occidente che si può definire senza storia, fuori dalla
storia. Perché l'idolo mercato non ha storia: come tutti gli idoli ha gambe
che non camminano, occhi che non vedono, orecchie che non odono come dice il
salmo. La storia è come un fiume, qualche volta sparisce in superficie, ma continua
a scorrere sottoterra. E questa corrente sotterranea si identifica nel nostro
tempo con l'orientamento del pensiero che prende la sua partenza dall'esistenza
della persona qui sulla terra e scopre delle dimensioni che la filosofia dell'essere
aveva trascurato; il pensiero filosofico diviene etica come aveva predetto Levinas.
L'impianto del pensiero sull'essere viene trasferito sull'esistente che è un
corpo fra gli altri. La misericordia, la tenerezza, il dovere di soccorrere
lo sconosciuto, la persona senza qualità nel mondo cristiano hanno prodotto
documenti, dissertazioni, incontri congressuali, sinodi, senza frenare il dilagare
della miseria di una parte sempre più vasta di umanità, senza impedire esportazioni
di armi e di guerre da terra cristiana ad altre parti del mondo. Il sacerdote
e il levita della parabola conoscono perfettamente il dovere di accogliere lo
straniero, non ignorano la preferenza di Dio per gli esseri umani senza qualità;
maneggiano dei concetti, delle leggi per passare oltre giustificati dall'obbligo
di non sporcarsi le mani col sangue. Il samaritano è privo di questo bagaglio
difensivo e riceve senza protezione il lamento che gli giunge dall'essere sconosciuto
che gli taglia la strada. Contemplare, sentire, amare, si danno nel corpo e
il samaritano è come nudo senza difese, colpito dall'altro corpo in attesa passiva
della morte. Il samaritano non ha perso la capacità di calcolare: come salvare
quest'uomo, come portarlo fuori di lì è indubbiamente un pensare, ma non è un
pensare messo fuori dal corpo e dalla realtà. La tenerezza di Dio per l'uomo
è scesa nel corpo, nella carne di Gesù che si è affidato come un agnello alle
forze contrarie a questa presenza scomoda.
Il successo di Giovanni Paolo II in vita e in morte è dipeso dal fatto che il suo grande prestigio è legato al potere della metafisica classica per la quale le idee sono delle essenze. In fondo i capi di stato, anche se impegnati nelle guerre con le armi o in quelle più micidiali che si combattono col denaro, che produce più vittime delle prime, sanno che la Chiesa di Roma chiede loro solo riverenza, rispetto verso un potere più alto che garantisce il loro potere. La Chiesa di Roma chiede loro di aderire all'odio verso la guerra, al progetto di cancellare la miseria del mondo, di praticare una politica che riconosca a tutti i cittadini di essere soggetti di diritti. E in questi concetti fatti essenze per un metodo metafisico comune alle nostre culture e fissati per sempre nella teologia, tutti i capi di stato concordano facilmente e con sincerità. Quindi partiamo tutti per Roma a onorare il papa morto, simbolo di questi valori. Le folle piangono con vero dolore il vecchio Padre che con le mani tremanti accarezza i bambini e stringe fra le sue mani una testa sconvolta a cui dona la pace.
Ora è proprio la metafisica di cui la Chiesa cattolica è seguace fedele, quella che Gesù di Nazareth accusa con la sua vita, calando la verità nell'amore e scontrandosi con quelli che 'dicono e non fanno'. La legge che comanda di osservare il sabato, non è cancellata nell'atto di rimettere in piedi il paralitico, ma è verità nella glorificazione del Dio della vita. La condizione umana che Dio ha preso nella carne di Gesù non è provvisoria, legata a un tempo reale come quella di un emigrante che col suo lavoro e il suo sacrificio, con un pizzico di furbizia, entra nella classe dei ricchi, ma è permanente. Quante volte ho cantato con la mia comunità brasiliana la cristologia paolina: "Cristo ieri oggi e sempre". E' unicamente Colui che ha scelto l'ultimo posto che ha indicato al convertito Charles de Foucauld come unico luogo del suo appuntamento. Certo, l'ultimo posto può essere vissuto in tanti modi e certamente il papa defunto lo ha vissuto nell'ultimo tratto di vita che ha suscitato la pietà universale. Ma ciò non toglie che non sia il punto panoramico scelto da Dio, da cui guardare l'umanità perché possa prendere delle decisioni simili a quelle del samaritano.
Il fiume sotterraneo oggi può venire alla superficie solo accogliendo questo
"pensiero debole" che scende per farsi prossimo all'esistenza concreta dell'essere
umano. Lo può un Papa? Mi pare chiaro che il successore di Giovanni Paolo II
si senta spinto dalla grandezza mediatica del predecessore a considerare la
collegialità che l'episcopato ha affidato in delega al Vescovo di Roma. Il filosofo
Gianni Vattimo, un credente non molto allineato, alla domanda: "sarebbe allora
possibile una religione religione privata senza chiesa?" risponde: "non credo,
neanche se potessero essere i filosofi a predicare e a discutere" (1). La prima
parte della risposta è chiara, il ricorso ai filosofi può sembrare oscuro a
chi non sa della corrente sotterranea del fiume. Vattimo vuole alludere a questo
abbandono della filosofia dell'essere, messa per secoli al servizio della teologia,
ancilla theologiae si proclamava nei seminari. Da molte voci ben più autorevoli
della mia si chiede l'apertura di un concilio; forse si potrebbe riprendere
il progetto - chiesa nato nel concilio chiuso nella seconda metà del secolo
passato e perciò risposta valida al bisogno del tempo. Questa chiesa ha ispirato
la teologia della liberazione, molto più in sintonia con la Bibbia che con Platone
e Aristotele. La chiesa non può rinunziare ad essere norma di questa forma non
metafisica ma storica di parlare di Dio e della sua immagine, come si presenta
all'uomo del Ventunesimo secolo.
Mi auguro che il nuovo Papa si senta confortato dalla certezza che lo Spirito
Santo lo ha preceduto. Dovrà solo accoglierlo.
Arturo Paoli