| Massimo Toschi - Gratuità e tenerezza come virtù politica |
Là dove ci sono le vittime si compie il volto storico della Pasqua
Per iniziare
la mia riflessione e creare un linguaggio comune, vorrei rileggere la parabola
del samaritano, senza farne un commento ma cogliendone alcuni aspetti durante
la lettura.
"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo
spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per
caso un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò
oltre dall'altra parte. Anche un levita giunto in quel luogo lo vide e passò
oltre. Invece un samaritano che era in viaggio, passandogli accanto lo vide
e ne ebbe compassione". Come sapete 'compassione' è una parola fortissima, che
nella radice greca rinvia all'utero femminile, alle viscere di tenerezza.
"Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino, poi caricatolo
sopra il suo giumento lo portò in una locanda e si prese cura di lui". Sono
importanti questi verbi: 'ebbe compassione', 'gli si fece vicino', 'gli fasciò
le ferite', 'lo port ò in una locanda' (il termine greco indica il luogo dove
tutti vengono accolti), 'si prese cura di lui'.
"Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all'albergatore" che non
è il maître dell'hotel, ma la radice indica 'colui che tutti accoglie' dicendo
"abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno".
Sottolineo che l'atteggiamento del samaritano passa a colui che tutti accoglie
che 'si prende cura': il verbo è lo stesso.
Ovviamente c'è la domanda finale: "chi è que- sto albergatore?". Sappiamo che
il samaritano è Gesù, Dio che opera in Gesù. Ma chi è colui che tutti accoglie?
E' il povero, a cui si può applicare lo stesso termine dell'agire di Dio: prendersi
cura. Dio si fa povero. Colui che tutto accoglie sono i poveri. Vorrei aggiungere
un'accezione a me particolarmente cara, colui che tutti accoglie sono le vittime
che spenderanno qualcosa in più, ci mettono del loro, se non altro il tempo
per accoglierci.
Nella mia esperienza, quello che è accaduto in questa parabola è la ragione
per cui mi sono trovato a fare politica. Come è avvenuto? Un giorno dell'agosto
1997 il vescovo di Algeri, di passaggio a Lucca, all'indomani di una terribile
strage in un quartiere alla periferia di Algeri, mi ha invitato ad andare in
Algeria e poche settimane dopo ci sono andato con mia moglie. Ho accettato questo
invito pensando che fosse una cosa molto semplice, pensavo di trovare migliaia
di italiani perché i giornali ne parlavano molto. Invece è successo che io e
mia moglie siamo stati presi in cura dal popolo algerino e il mondo è davvero
cambiato. La mia vita è profondamente cambiata quando sono stato accolto da
Ranì, un ragazzino di 14 anni che aveva una gamba amputata da una mina - lo
vidi all'ospedale di Medea, in uno dei luoghi dove il terrorismo aveva più picchiato
e dove mi accorsi che ogni amputazione è sempre amputazione della vita. E'
la tenerezza di Dio, la Pasqua di Dio che cambia la vita. La cosa più semplice
che mi venne da pensare è che forse il vero modo di combattere il terrorismo
era fare una protesi a Ranì perché potesse camminare. E' cominciato questo lavoro
non da una dottrina ma dall'incontro con le vittime. In realtà l'albergatore
era questo ragazzo, era lui che mi prendeva in carico. Era lui che mi cambiava,
il suo sguardo giudicava quello che avevo fatto fino ad allora e mi chiamava
a cambiare. Davvero è la tenerezza di Dio, la Pasqua. Da lì è cominciato il
mio impegno politico.
Tutto questo non ha niente di eccezionale, è molto tipico della tradizione
Ore undici/Marzo 2005 cristiana. Se leggiamo il testamento di Francesco,
lui dice "il Signore dette a me Francesco di incominciare a fare penitenza così.
Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, il Signore
stesso mi condusse tra di loro e usai con essi misericordia e allontanandomi
da essi ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo.
Poi stetti un poco e uscii dal mondo". La conversione di Francesco è impressionante
perché ci dice che la tenerezza di Dio verso di lui non si è manifestata quando
si è trovato in una notte stellata, con la bibbia in mano, emozionato, ma nell'incontro
con il lebbroso. Il lebbroso era il suo albergatore. Il passaggio avviene nell'incontro
con il povero, anzi il lebbroso che a quel tempo era il più abbandonato, vittima
della sua stessa malattia, l'escluso. Sono loro gli albergatori che si prendono
cura di noi e ci mettono del loro.
C'è un altro testo che a me piace molto, il grande discorso di papa Giovanni
alla chiusura del primo giorno del Concilio, il famoso 'discorso della luna'.
Non era un discorso sentimentale, se lo rileggiamo ancora oggi e vogliamo scoprire
la radicalità del tema che abbiamo davanti, lì c'è tutto. "La mia persona conta
niente. E' un fratello che parla a voi, un fratello diventato padre per volontà
di nostro Signore, ma tutti insieme, paternità e fraternità e grazia di Dio
tutto è tutto". Questo tema della paternità e fraternità ha la misura in un
gesto: "Tornando a casa troverete i bambini. Date a loro una carezza e dite
questa è la carezza del Papa, troverete forse qualche lacrima da asciugare,
abbiate per chi soffre una parola di conforto. Sappiano gli afflitti che il
papa è con i suoi figli soprattutto nelle ore di mestizia e dell'amarezza".
Se leggiamo bene questo testo comprendiamo che i bambini, coloro che soffrono,
coloro che sono afflitti sono coloro che prendono in carico il papa e lo chiamano
alla tenerezza.
Accosto ancora un altro testo, a cui sono molto legato perché è il testo
di un vescovo dell'Algeria, mons. Claverie. Ripercorrendo la storia, la
chiesa chiesa di Algeria è sorta come una grande chiesa coloniale: se andate
a Tiberin vedete un monastero imponente, un avamposto, un fortino quasi, alla
conquista dell'islam! E' stato costruito alla fine degli anni Venti quando l'obiettivo
della chiesa era quello di cristianizzare. Progressivamente questo monastero
si è svuotato, la chiesa ha perso peso sociale e già negli anni Cinquanta durante
la lotta di liberazione la chiesa di Algeria si è divisa tra chi accettò di
condividere le sorti del popolo algerino e chi no. Negli anni Novanta si è avuta
una seconda ondata di terrore di fronte alla quale molti sono partiti, alcuni
sono restati. Mons. Claverie racconta così il tema della Pasqua e della tenerezza:
"Ogni minaccia, ogni lutto che subiamo provoca migliaia di testimonianze di
amicizia e solidarietà che ci incoraggiano a perseverare. Senza armi né forza
noi restiamo una minoranza solidale con altre minoranze, oggi vittime come noi
dell'ostracismo nazionalista e religioso (in Algeria sono morti 100.000 musulmani,
di cristiani ne sono morti 19). Se come noi crediamo Dio è amore siamo chiamati
ad essere in Algeria segno di questo amore, così come Gesù ce lo ha rivelato
operante in lui e intorno a lui. Non siamo qui per la nostra comodità, il nostro
interesse, o la nostra soddisfazione. Questo è il momento di rimanere, anche
se silenziosi e impotenti, al capezzale di coloro che amiamo, l'offerta della
semplice presenza che accompagna il sofferente solamente tenendogli la mano.
Questo segna la nostra volontà di amare gratuitamente, non abbiamo più niente
da dare tranne che noi stessi e più niente da condividere se non la compassione".
La tenerezza è il condividere il mistero della Pasqua con tutti, in primo luogo
con il popolo sofferente di Algeria in quel momento. Quando sono andato in Algeria
e ho incontrato questo ragazzo, ho capito una cosa molto semplice: là dove
ci sono le vittime lì si compie il volto storico della Pasqua. La discussione
che veniva fatta allora aveva per oggetto uno scontro militare tra il potere
militare algerino - l'esercito - e i terroristi. Come se in mezzo non ci fosse
nulla, senza capire che in mezzo c'era Ranì a cui era stata amputata una gamba,
c'era la vita di tanti uomini e tante donne, c'era una chiesa che nessuno voleva
andare a visitare. Certo erano giorni terribili, ma la vita cristiana, la paternità
e la fraternità, o la si vive davvero nei momenti di crisi o diventa una cosa
insignificante. Allora è cominciata la mia esperienza politica. Da lì ha prodotto
piccole cose che erano un tentativo di partire dall'idea - questa è una delle
grandi questioni della politica - che la misura della politica è la vita di
un ragazzo, è il farlo camminare se ha una gamba amputata perché in questo modo
si mostra che il terrorismo è sconfitto, si ridona futuro e speranza alle persone.
Si dà una misura concreta alle nostre idee e ai nostri progetti, un'idea verificabile.
Quando abbiamo fatto il centro protesico a Medea insieme a Emergency non abbiamo
fatto un atto della Caritas, abbiamo fatto un atto di grande politica.
Dall'Algeria mi è capitato di andare in Sierra Leone. All'inizio del 2000,
quando cominciò il Giubileo, ci fu la visita di questi bambini ex soldato accompagnati
dal vescovo Biguzzi. La cosa mi sconvolse perché pensare che i bambini, che
sono le vittime più vittime di ogni guerra e di ogni povertà, fossero talmente
vittime da diventare carnefici mi pareva inimmaginabile. La Sierra Leone diventava
la parabola dell'abisso dove era arrivata la guerra. La politica è misurarsi
sul futuro di questi bambini, sia di quelli che avendo fatto la guerra sono
diventati carnefici, sia dei molti che abbiamo visto amputati. La politica diventa
lavorare e dare futuro a questi bambini. E' la tenerezza di Dio nei nostri confronti
che cambia i nostri criteri, il nostro modo di pensare e di agire. Abbiamo la
presunzione di dire che rispetto alla grande riflessione fatta sul tema della
pace, abbiamo aggiunto qualcosa, che ha qualificato in termini nuovi il movimento
per la pace. La pace non è una dottrina, una ideologia, un progetto politico,
è soprattutto una persona, le vittime. La vera alternativa non è tra la guerra
e la pace, ma tra la guerra e le vittime. Questo tema delle vittime noi lo abbiamo
imposto, è l'elemento nuovo, per questo siamo contro la guerra. Non per motivi
religiosi o ideologici, ma perché la guerra moderna oggi non solo distrugge
tutto, ma ha un accanimento nei confronti delle vittime più vittime che sono
i bambini che ci chiamano a convertire la nostra politica, uscendo da una politica
che non ha la misura del futuro delle vittime. Questo mi pare un punto assolutamente
saliente. Sono loro gli albergatori che si prendono cura di noi, che ci fanno
cambiare o comunque sono una domanda costante sul nostro modo di agire. Questo
significa ridare dignità politica alle parole del perdono e della riconciliazione.
Senza perdono e senza riconciliazione le vittime continuano a crescere a dismisura.
C'è un bellissimo progetto promosso dalla Regione Toscana "Salvare i bambini"
che prevede la cura dei bambini palestinesi negli ospedali israeliani. Ci siamo
posti una domanda: in Palestina ci sono bambini che muoiono uccisi dagli israeliani,
muoiono da eroi negli scontri militari e hanno l'onore del popolo. Ma ci sono
tanti altri bambini, quelli che io chiamo le vittime invisibili, che a causa
di quella situazione non possono essere curati, che muoiono nella dimenticanza
di tutti eccetto delle loro mamme. La domanda più radicale in Palestina oggi
è la domanda di quelle mamme che cercano disperatamente di curare i loro figli
e non lo possono fare perché le strutture sanitarie palestinesi non sono all'altezza
per la complessità delle patologie. La loro vita non conta? E' quella che conta
più di tutte perché non ha nessuna tutela. A partire da questa domanda è nato
il progetto che ha puntato a mettere insieme i pediatri palestinesi, il "Centro
Peres" e gli ospedali israeliani. In un anno sono stati accolti 750 bambini.
Questo ha significato mettere insieme pezzi di società, i palestinesi sperimentano
che ci sono israeliani disposti a curare i loro figli anche a costo di qualche
rischio, gli israeliani si rendono conto che i palestinesi vivono in una condizione
terribile, al punto che i loro figli non possono neanche essere curati, sono
destinati a morire per patologie che a 5 km di distanza dal loro villaggio possono
essere perfettamente curate. In questo intrecciarsi, partendo dai bambini, curando
le vittime, si comincia a guarire dall'odio, dalla paura, dal muro terribile
- molto più terribile di quello che si vede - dell'odio e dell'inimicizia. Allora
si riscopre come partendo dalle vittime e accettando il loro magistero muto
ma forte è possibile costruire percorsi di perdono e di riconciliazione. Questa
è grandissima politica. Mi ha molto colpito il commento di Abu Mazen a questo
progetto: "se accadono queste cose tra israeliani e palestinesi anche la politica
cambierà". Ha ragione, questo è un grande progetto politico, mettendo al primo
posto non i propri diritti, le proprie ideologie, le proprie appartenenze, ma
le vittime.
Il problema è stare dentro la storia riconoscendo che l'albergatore non siamo
noi, noi siamo degli albergati. L'albergatore sono le vittime, per questo il
nostro no alla guerra è senza incertezza perché abbiamo visto tanti bambini
morire e non se ne può più. L'albergatore è molto esigente nei nostri confronti,
paga in proprio, noi dobbiamo solo rispondere a questa domanda. Allora la tenerezza,
cioè la pasqua, cioè le vittime, sono il grande giudizio di Dio sulla politica
ma anche il grande dono di Dio per la conversione della politica. Credo che
sia possibile fare una politica che assuma questo magistero.
Massimo Toschi