| Sommario - Novembre 2005 | |
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questo numero di Ore undici è dedicato al Concilio. Lo abbiamo fatto
non per doverosa commemorazione nel 40° anniversario, ma perché lo
consideriamo un momento importante, direi eccezionale, della vita della Chiesa,
che ha dato uno scossone significativo alla barca di Pietro. Non vogliamo tanto
parlare dei documenti che hanno certamente importanza, quanto del significato
dell'evento. Qualcuno ha usato la metafora della primavera che ci pare appropriata.
L'inventore e regista di tutto fu la straordinaria figura di papa Giovanni che
ascoltando i 'segni dei tempi', fece un gesto di coraggio e di fiducia nel dar
voce ai rappresentanti di tutta la Chiesa. Si creò lentamente l'aria
frizzante della primavera dove è tutto un germogliare di vitalità.
L'ascolto e il confronto fra le diversità era regola comune. Lo sforzo
che la dottrina si incarnasse in fede vitale, l'attenzione alle scienze umane,
il dialogo fraterno con le altre esperienze religiose, la consapevolezza di
essere un popolo in cammino, il popolo di Dio, la preoccupazione che i segni
liturgici fossero capiti e fruiti da tutti, erano i grandi temi messi in moto
da quell'incontro di tante voci di vescovi di tutto il mondo.
Purtroppo forse le strutture organizzative e burocratiche della Chiesa erano
degli otri troppo vecchi per contenere tanto vino nuovo. Stando alla metafora,
non seguì l'estate che porta a maturazione i frutti, ma si è passati
subito all'inverno e alla notte profonda. Ecco allora un tempo di crisi. Gli
indicatori sono tanti e la crisi noi figli del Concilio ce la portiamo quasi
somaticamente dentro. Ci è rimasta, usando le parole di Neruda, "la
nostalgia del possibile". L'interiorità, la crescita in profondità,
la fedeltà a tutto ciò che di vitale si muove nella Chiesa e fuori
di essa, diventa la regola costante della nostra vita, insieme alla fiducia
che lo Spirito, la forza creatrice della vita, promessa da Gesù, è
in noi e non ci abbandonerà mai. Don Mario
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