| Arturo Paoli - Non tradire mai i poveri e i giovani |
Entreremo
presto nel clima pre-elettorale; e non occorre essere profeti per prevedere
gli usi e gli abusi della religione, del nome santo di Dio per spingere i lettori
a votare i difensori della santa Chiesa e dei valori cristiani. Lo stratega
americano della guerra infinita ha aperto questo cammino.
Fra le tante grazie ho avuto quella di essere uno degli orientatori della gioventù
nel passaggio dalla dittatura alla democrazia. Ci proponemmo una formazione
solida nella fede e conseguentemente una formazione politica, avendo come meta
una convivenza della fede con la ricerca della giustizia e della pace. Ci consumammo
la vista leggendo Maritain, Mounier e i personalisti francesi che indicavano
ai giovani i modelli fondatori della laicità dello Stato. Così cercavamo di
indicare una partecipazione alla responsabilità politica condividendola con
persone che ne rappresentavano l'ideale, come La Pira, Dossetti, Gonella e altri,
discepoli tutti di un grande maestro, Giovanni Battista Montini poi Paolo VI.
Tutti fedeli alla chiesa ma mai clericali. Ho cercato di non uscire mai da questa
strada, fedele a questi modelli di vita. Ora in tempo di idolatria, tutto è
confuso. E' difficile pensare una etica vedendo quelli che dovrebbero essere
i modelli scendere a patteggiamenti e alleanze scandalose. L'idolo unifica tutti,
a condizione che nessuno rivolga la domanda: "unde poecunia?", da dove il denaro?
Ho pensato di accogliere gli inviti che mi offrono l'occasione di incontrarmi
con gruppi di giovani a cui posso affidare un messaggio politico orientato dall'ideale
della giustizia e della pace. Porto con me sempre il bruciante desiderio di
comunicare il fascino di Gesù annunziatore della vera libertà. So che mettendo
questa mia intenzione sotto gli occhi dei miei concittadini non potrò evitare
una interpretazione diversa della mia intenzione. Il Maestro lo ha previsto
e mi ha insegnato come affrontare il rischio perché non mi fermi e non lasci
la sua mano, per continuare accanto a Lui il cammino lieve e giocondo fino alla
fine.
La mia vita è indissolubilmente legata a Lucca, non solo perché è la mia città
natale ma soprattutto per gli eventi che posso considerare paradigmatici per
la mia lunga esistenza. Ho raccontato molte volte dello scontro armato fra i
fascisti e i loro avversari politici avvenuto una sera verso la fine dell'anno
1920 quando avevo otto anni di età. Sono tornato spesso alla scena del bambino
atterrito con gli occhi sgranati fissi sui feriti che facevano della piazza
un lago rosso di sangue. In confronto alle stragi fissate negli occhi dei bambini
russi o iracheni o palestinesi, il breve episodio di piazza san Michele appare
insignificante, ma sufficiente per riempire gli occhi e la fantasia di un bambino
alla soglia dell'adolescenza. Il filo rosso della mia vita comincia a svolgersi
da quell'evento che affida una notizia troppo pesante per un bambino: gli uomini
non si vogliono bene! E questa notizia si apre e matura nello svolgersi
del tempo: tu ci puoi fare qualcosa? il mondo sarà sempre questo? come mi è
venuto incontro il Cristo liberatore?
Una domenica dopo Pasqua mia madre mi annunziava che era la domenica della libertà
e "stamani andremo a messa in san Martino". Sicuro, c'è una bella statua del
Gianbologna che porta alla base la scritta "Christo liberatori - A Cristo liberatore".
Tutte le grida alla libertà che riempirono Lucca persino dalla base di un bel
monumento a Maria che si erge trionfante su una colonna a un crocicchio di strade,
non scossero molto la mia bella città sonnolenta, comoda, adagiata. Ma in quel
momento, con un piccolo gruppo, il filo rosso comincia a distinguersi nell'intreccio
complesso: la religione continuerà? L'amore, la ses- sualità, lo studio, il
futuro? Nelle nostre agitate confuse discussioni appariva una domanda: "quale
il nostro posto nel mondo?". Ci univa una scelta di opposizione al regime fascista
e una grande passione per alcuni autori che mantenessero acceso il nostro crogiuolo
di idee, non precisamente orientate alla ricerca di una fede religiosa. Come
da questo crogiuolo venne fuori un prete? Quante volte mi è stata rivolta la
domanda: come fu possibile a 25 anni chiedere di essere ammesso in un seminario?
E ogni volta ho sentito l'imbarazzo di una risposta. A differenza dei miei amici
io portavo con me l'amore ferito per l'umanità, la com-passione. Basta
a spiegare la mia scelta? Per me sì. Del resto credo che nessun uomo riuscirà
mai a illuminare tutte le pieghe della propria vita. Questo amore ferito mai
risanato è oggetto della mia spiritualità, delle scelte che mi sono venute incontro
nel lungo cammino del tempo.
La figlia di Carlo Del Bianco, leader delle nostre agorà, ha trovato un mio
biglietto naturalmente dimenticato. Nell'anno 1942, in piena guerra, fui inviato
a partecipare ad una grande missione a Pesaro. Mi assegnarono la fabbrica di
moto Benelli. Naturalmente il padrone fascista concedeva uno spazio di tempo
al missionario che veniva a parlare dei doveri religiosi. Improvvisamente mi
sentii invaso da un imbarazzo terribile. Se mi avessero messo nudo alla vista
di quel gruppo di operai, forse la mia situazione sarebbe stata meno sconvolgente.
Qualunque argomento predicassi, io mi sentivo lì mandato dal padrone e forse
anche pagato per persuadere gli operai a fare il loro dovere cristiano. Non
dormivo più, volevo scappare, forse avrei dovuto farlo. Restai! Ma di ritorno
a Lucca, dovevo scaricarmi di questo peso insopportabile. Andare a confessarmi
da un mio confratello? La risposta era scontata: "tu hai fatto quello che dovevi
fare". Certamente ne parlai con Carlino. Non ricordo la sua risposta, ma ho
portato con me la decisione di non tradire mai i poveri e i giova- ni usando
la religione a favore di partiti politici che difendevano la pratica della religione.
Eppure al nostro tempo di oggi questo avviene continuamente.
Chi mi legge può pensare che la mia esistenza sia stata triste o almeno assai
pesante, mentre chi mi ha incontrato credo non abbia riportato l'immagine di
un essere curvo sotto il peso di angosce senza squarci di luce. Perché? Questo
amore ferito si è aperto sul mondo, sull'umanità, sulla storia. Parole molto
grandi; me ne rendo conto. Eppure la nostra piccola esistenza non è inserita
nell'intera famiglia umana e più ancora nell'intera creazione? E nel tempo seppure
breve della storia? Scoprendo questo, si vive nella realtà e aprire gli occhi
sulla realtà vuol dire liberarci dal nostro piccolo io per il quale le sofferenze
sono sempre troppo gravi e insopportabili e i piaceri e le gioie sempre troppo
brevi e per questo deludenti.
La scelta di essere prete, che forse presi in dormiveglia e credo sia così per
ogni uomo che fa delle scelte che lo impegnano per la vita, mi ha poi messo
in un cammino di disvelamento che durerà fino al termine. La meditazione costante
del vangelo mi ha introdotto nella dimensione mistica della religione, alla
scoperta non razionale ma sperimentale dell'amore ferito come un piccolo ruscello
che scende dall'immenso "Mare pacifico", come lo definisce Caterina da Siena.
E quando l'amore ferito diventa amore per gli altri tutto il peso della vita
scompare. Le parole del Maestro acquistano veramente il sapore della verità,
della gioia, della libertà: "il mio giogo è soave e leggero il mio peso" (Mt
11,30).
La gioia può nascere solo dalla consapevolezza del vivere; anche la religione
è solo un peso insopportabile quando non apre al senso del vivere, a tutte le
dimensioni dell'esistenza: "legano pesi opprimenti difficili a portare e li
impongono sulle spalle degli uomini" (Mt 23,4). Ho accolto queste parole terribili
rivolte a me e alla categoria cui appartengo. Ho capito che una religione che
non libera non è sicuramente la religione di Cristo; la sua autenticità si prova
nella libertà che il Fondatore ha portato all'umanità come dono di sua scelta.
Parafrasando Jung potrei dire che la mia spiritualità è la mia vita ed è il
mio stesso agire. Star bene al mondo vuol dire avere spento le note disarmoniche.
Questi particolari della mia vita fanno apparire logica e coerente la scelta
della teologia della liberazione. Prima che il progetto di Gesù della liberazione
totale dell'uomo fosse presentato come teologia latino-americana, avevo scritto
il "Dialogo della liberazione" pubblicato dalla Morcelliana. Non ricordo se
prima o dopo questo libro, ho conosciuto il pensiero di Emmanuel Levinas che
da allora è l'orientatore della mia razionalità. A me appare chiaro e inconfutabile
ciò che non pare così chiaro ad alcuni membri della chiesa docente, che la teologia
della liberazione non è una contro o un'antiteologia, ma una teologia altra.
Mentre tutte le teologie approvate o meno dalla chiesa sono dirette alla ricerca
dell'essere misterioso di Dio, per poterne parlare in un linguaggio accessibile
all'uomo sempre altro nel tempo, la teologia riprende la narrazione dalla decisione
di Dio di accompagnare l'uomo nel suo cammino nel tempo. La decisione si chiama
alleanza ed è continuata e divenuta più luminosa nell'incarnazione del Figlio
Gesù.
Questo nuovo metodo di parlare di Dio ha bisogno più di profeti che di sacerdoti
e di teologi di professione. Il profeta deve annunziare quello che Dio attende
dall'umanità del terzo millennio e quali aiuti Dio offre all'uomo presente
in quel tempo per continuare ad essere un collaboratore utile alla sua insonne
e incessante attività di creatore, rivelata a noi dal Figlio: "mio Padre è all'opera
fino ad ora e anch'io sono all'opera" (Gv 5,17). Spero che nel nostro tempo
risulti chiaro che i teologi dell'essere presentano un Dio che non è per tutti
ed è tanto distante che i poveri uomini possono garantire che autorizza la guerra,
che ci ringrazia per avergli dedicato una banca, e ci capisce perfettamente
se facciamo ritornare ai loro paesi dei poveracci che per sbaglio lui stesso
aveva indirizzato alle nostre case. La teologia della liberazione ci parla di
un Dio tanto vicino a noi e tanto universale da poter essere capito da tutti.
Nel discorso universale il vangelo rivolge ad ogni uomo una unica uguale domanda:
"mi avete visto?". Certo la teologia della liberazione ha più offerte di lavoro
per i profeti, fra i quali preferisce poveri e ignoranti, e per questo si riapre
inevitabilmente il conflitto: "ecco che io mando a voi profeti... ebbene di
essi parte ne ucciderete mettendoli in croce, parte ne flagellerete nelle vostre
sinagoghe e li perseguiterete di città in città... Gerusalemme Gerusalemme che
uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati" (Mt 23,34 segg.). Sarà
sempre così? Non ho una risposta.
Arturo Paoli