Mario De Maio - Attraversare la crisi


Che cosa è la crisi? Crisi è un termine di origine greca che significa scelgo, discrimino, separo, decido. Il termine crisi è' presente nella medicina ippocratica per indicare un punto decisivo di cambiamento che si presenta durante una malattia, di cui solitamente risolve il decorso in senso favorevole o sfavorevole.
In ambito psicologico si riferisce ad un momento della vita caratterizzato dalla rottura di un equilibrio precedentemente acquisito e dalla necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento che si rivelano non più adeguati a far fronte alla situazione (Umberto Galimberti).
La crisi crea dunque in chi la vive un grande disagio perché provoca incertezza per la rottura di un equilibrio consolidato, ma soprattutto perché l'esito a cui può portare nel suo sviluppo è sempre incerto. Soprattutto oggi, essendo la crisi la rottura di un equilibrio ed evidente che i tempi e i processi della vita sono più veloci della nostra capacità di adeguarsi e di cambiare, essa può essere disattesa o non arrivare ad una crescita.

Perché abbiamo paura della crisi? Siamo tutti figli di un sistema educativo che tende a minimizzare le difficoltà e che soprattutto è incapace di offrirci strumenti per rimanere legati al cambiamento dei processi della vita. Ognuno di noi fin dall'infanzia ha acquisito e strutturato un sistema di vita che tende alla stabilità, ma tutto questo contrasta con la dinamica complessa del vivere che implica ogni giorno, in ogni momento, una situazione nuova a cui adeguarsi. Questa continua capacità di cambiamento richiede all'interno del nostro essere, nel nostro profondo, una grande stabilità, una grande sicurezza e fiducia in se stessi, ma soprattutto la consapevolezza di essere inseriti in un universo morbido di Bene e non di negatività e di male.
Concretamente però tentiamo una fuga continua nella pseudostabilità che è fatta di situazioni, istituzioni, automatismi 'nevrotici', comportamenti che ripetiamo continuamente e che ci rassicurano perché li conosciamo bene. Essi ci garantiscono una sicurezza al di fuori di noi, che noi accettiamo e subiamo quotidianamente, pagando l'alto prezzo del perdere il contatto diretto con il vivere, con l'esperienza del semplicemente vivere. La nostra società, cosiddetta dei consumi, si appoggia sulla nostra ricerca di pseudocertezze. Persino le grandi agenzie, come le religioni, la filosofia, la cultura, spesso dimenticano la loro missione colludendo con la richiesta di risposte veloci, sicure, facili, assolute e rassicuranti. Gli strumenti di comunicazione, invece di essere veicoli per l'approfondimento e l'arricchimento interiore, servono a distrarci per qualche ora dal disagio profondo del vivere.

A livello personale la crisi può esprimersi in diversi modi.
Il nostro corpo può entrare in crisi per una malattia. Vi sono poi tutta una serie di disturbi che esprimono l'incapacità della nostra mente di elaborare difficoltà complesse e profonde e che si esprimono in sintomi sul piano fisico. Il primo indicatore che qualcosa non va sono le difficoltà connesse con il sonno - non possiamo abbandonarci completamente alla rigenerazione fisiologica che lo stato del sonno offre al nostro organismo perché c'è qualche cosa a cui dobbiamo pensare o che dobbiamo controllare e che non ci permette un completo rilassamento. Anche la depressione, che li studiosi definiscono la malattia del nostro tempo, cioè il senso di impotenza e di incapacità che in certi momenti ci pervade creando una distanza dal mondo reale, è il segno che nella nostra vita c'è qualcosa che deve cambiare, qualcosa da lasciare per accogliere il nuovo, di fronte a cui ci sentiamo inadeguati.
Sul piano delle relazioni, le nostre relazioni affettive -il matrimonio, i rapporti di lavoro, la vita di comunità - entrano facilmente in crisi. Spesso l'altro diventa un problema e ci mette in difficoltà perché obbliga la nostra struttura più o meno difensiva verso l'esterno ad adattarsi a stili, modi di pensare, esigenze e richieste non previste che disturbano le nostre certezze e i nostri ritmi nevrotici.
Anche sul piano spirituale ci accorgiamo ogni giorno che i nostri valori sono in crisi, cioè non più adeguati ad aiutarci a dare un senso ai fatti della vita. Attualmente il disagio è talmente profondo che non bastano le risposte "di competenza professionale": il presupposto sapere "tecnico" non esaurisce la domanda di senso a cui solo noi possiamo dare una risposta.
In particolare i giovani, sembrano di fronte a due alternative: o continuano a cercare i punti di sicurezza fuori di loro (genitori, regole ecc.) rimanendo dipendenti da essi, oppure soprattutto quelli più fragili e quindi più sensibili, non avendo ancora consolidato meccanismi difensivi e portando dentro un bisogno genuino del vivere, non vogliono salire sul treno della sicurezza facile e desiderano qualcosa di diverso e di nuovo che talora li porta sulle strade devianti attraverso le quali esprimono in mille modi delusione, rabbia, rifiuto, violenza.

Prendiamo ora in considerazione le istituzioni che hanno la funzione di conservare un valore e sono assolutamente necessarie, ma l'adeguarsi ai tempi e alle esigenze dei processi della vita richiede un continuo adattamento, che finisce per mettere in discussione la struttura dell'istituzione fino a determinarne alcune volte l'estinzione e la morte. Questo spiega la tendenza di tutte le istituzioni ad investire molte energie per bloccare il cambiamento e l'aggiornamento, per garantire il loro equilibrio e la loro sopravvivenza, piuttosto che aprirsi alle novità e all'inedito che richiede accoglienza. Questa conflittualità è insita in tutte le istituzioni e l'avere consapevolezza di questa dinamica aiuta il senso che diamo alle nostre diverse appartenenze e lo stile dei nostri contributi. Non è esclusa da queste leggi la grande istituzione che tutti noi amiamo e in cui tutti noi soffriamo che è la Chiesa. Questo ci fa capire anche le difficoltà che vivono le altre grandi e piccole istituzioni politiche, economiche, religiose. Gli indicatori sono in questo momento il crollo del senso di appartenenza e di associazione ai partiti, ai movimenti religiosi, alle attività politiche.
Possiamo forse parlare di crisi nella crisi cioè ipotizzare uno sfondo di crisi di senso che coinvolge trasversalmente il nostro vivere in questo momento storico? Avere la capacità di distinguere le crisi dalla Crisi - con la lettera maiuscola - che attraversa le istituzioni, ma soprattutto investe la vita degli uomini del nostro secolo, qualunque sia la loro condizione, colore e ambiente geografico.
Le risposte esistenziali non possono venire dai tecnici, né della mente, né del corpo e neanche da quelli allenati alle formule matematiche. Non possiamo sottrarci dalla consapevolezza del non sapere: non siamo ancora capaci di elaborare un pensiero che ci faccia superare la crisi che attraversiamo, e che quindi ci offrano nuove direzioni di senso.
Ciò che la vita sembra chiederci oggi è il coraggio di stare nel guado, attraversarlo in ascolto di questa profonda angoscia contemporanea. Questa è forse la sfida che abbiamo di fronte e dobbiamo affrontare.
Per poterci orientare e distinguere se il disagio che viviamo fa parte delle crisi o appartiene alla Crisi dovremmo cominciare con il chiederci quali sono gli indicatori cui prestare attenzione. Chiediamoci quali possono essere le cause delle nostre quotidiane insoddisfazioni e preoccupazioni o quanto tempo della nostra giornata è investito nell'aumentare il nostro avere - avere sicurezza, denaro, possedere gli altri, possedere la verità - e quanto spazio è dedicato al dilatare, al crescere, conoscere, approfondire il nostro essere. Corriamo il rischio del circolo vizioso: più cresce l'insicurezza e l'insoddisfazione più aumenta il nostro rotolare affannosamente.
Come interrompere questa spirale di morte per avviare un circolo virtuoso? Qui ci immettiamo sulla strada del percorso sul come uscire dalla crisi.
Interrompere è una parola che ci è diventata cara, cioè approfittare dei diversi passaggi di cambiamento di attività nella nostra giornata per fermarci, fermare il nostro pensiero, il nostro affanno e se ce la facciamo i nostri automatismi nevrotici per ascoltare. Non siamo più capaci di ascoltare la musica e l'armonia della vita troppi rumori esterni ed interni ce lo impediscono.
Abbiamo bisogno di tornare alla dimensione fondamentale della vita: il silenzio quello in cui nasciamo e verso cui siamo orientati nell'Oltre. Il silenzio ci metterà magari in contatto con il gemito della vita che soffre dentro di noi proprio perchè non riesce ad esprimersi. Possiamo definirlo nevrosi, o la rabbia di Dio, come la chiamava lo psicologo romano iunghiano Tedeschi, espressione della nostra fatica di aderire al Bene, di realizzarci nel Bene.
La complessità del vivere attuale richiede che l'attesa delle risposte vere nascano come frutto di un cammino collettivo, fatto di sinergie, di reti di relazioni, di una povertà vissuta nel non trattenere le intuizioni ma nel farle circolare perché diventino feconde nell'accoglienza e nell'elaborazioni di altri e di tutti.
Attraversare la crisi esistenziale del nostro tempo senza cadere nella tentazione di prendere scorciatoie, diffidando delle risposte che sanno di magico o rivolte a gruppi elitari.
Un quotidiano in cui ci si aiuta ad essere sempre più lenti, più essenziali, più consapevoli, in cui l'accoglienza di chi fa più fatica, di coloro che spesso etichettiamo come "gli ultimi" ci aiutino ad accogliere la sfida di quella novità di Bene che ancora non siamo in grado di accogliere.
Processi che vanno accompagnati, alimentati custoditi, emozioni e sentimenti che vanno accolti, ed elaborati anche e soprattutto se ci creano inquietudine, disagio, insicurezza, scelte di solidarietà che ci rendano più responsabili della vita di tutti.
Novità di bene che dobbiamo trovare il coraggio di aspettare insieme, come una madre che aspettando un figlio ne immagina i lineamenti, ma sa che l'attenderà l'immensa emozione di scoprirne un giorno nella realtà, il volto inedito.
Se riusciamo a superare l'abitudine nel negare lo stato di disagio e riusciamo con coraggio a vivere passando di crisi in crisi, lentamente scopriremo che al di là di ogni crisi ci aspetta sempre un Bene nuovo, un modo nuovo di vivere la nostra realtà e le nostre relazioni, che è lì ad offrirci sempre l'opportunità per far crescere in noi la ricchezza e l'esperienza della vita.

Mario De Maio

Torna al sommario

Torna all'archivio della rivista

Stampa questo articolo