Arturo Paoli - Come parlare di Dio oggi?


Una delle voci profetiche che si è espressa nel Concilio della modernità, a cui dobbiamo sempre attingere per intendere il cammino del Regno nella storia, ci trasmette questo messaggio: la Chiesa ha bisogno urgente di una povertà culturale, certamente non come ignoranza, ma piuttosto come rinunzia al geloso possesso di un sistema concettuale costruito e chiuso, per porsi invece in un atteggiamento di disponibilità verso tutte le culture egualmente capaci di ricevere il messaggio evangelico e di dilatare gli orizzonti della fede. La Chiesa cioè avrebbe dovuto accettare di essere povera e di rinunziare a proporre l'evangelo rivestito di una sola determinata formulazione culturale non essenziale rispetto al messaggio stesso, ma anzi talora causa d' incomprensione, come già ripetutamente accaduto (1). L'intervento è del cardinale Lercaro, che rappresenta il gruppo bolognese di Dossetti, Alberigo e altri, che ha avuto un'importanza singolare nello svolgimento del concilio. La dichiarazione è di eccezionale importanza; essa si manifesta soprattutto nello svolgimento del tempo che trascorre dalla chiusura del concilio. L'importanza si chiarisce nell'indirizzo generale e costante seguito dal pensiero filosofico nell'occidente dopo la dichiarazione della morte della metafisica, che lascia la Chiesa sola fissata in questa sua ricchezza, totalmente svalutata. Perché il pensiero metafisico non è stato solo il rivestimento del Dio rivelato nella Bibbia ma delle monarchie assolute, della verità che ha mandato ai roghi generazioni di eretici, dello stato che ha acceso di nuovo il fuoco nei forni per distruggere milioni di esseri umani e ha scavato le fosse staliniane. E oggi è lo stesso assoluto che genera la scellerata globalizzazione col diritto di affamare milioni di esseri umani, per mettere nelle mani le risorse economiche per fabbricare le armi di un potere distruttivo sempre maggiore.

Dopo la fine della metafisica che è il metodo di pensare, trasferendo tutta la realtà nell'invisibile, come parlare di Dio? E l'alternativa alla morte della metafisica non è fatalmente una rinunzia alla verità, creando come alternativa una confusione infinita? Alla prima obiezione rispondo semplicemente con alcuni versetti di Isaia promettendo di tornarci su: Ecco il Signore Dio viene con potenza… come un pastore che fa pascolare il gregge - e con il suo braccio lo raduna - porta gli agnellini sul seno - e conduce pian piano le pecore madri (Is 40,10-11). E' questo il Dio di Gesù e finché non abbiamo trovato questo Dio nel nostro itinerario spirituale significa che siamo fermi davanti a idoli creati dal nostro orgoglio o dalla nostra paura, oppure nei rivestimenti razionali tolti dagli a r m a d i dei greci. Nei versetti di Isaia appaiono insieme potenza e tenerezza, due attributi che in Dio non si contraddicono, perché il potere di Dio non si può mai confondere con la violenza o con l'egoismo come nell'essere umano: si può definire come la forza dell'amore. E' la scoperta di Gandhi che sente Dio come la fonte di un impegno di giustizia da realizzare con la sola forza dell'amore. La verità astratta metafisica è sotto accusa non solo per la globalizzazione, sistema che svuota i beni della terra, di cui il simbolo è il denaro, del loro unico senso di soddisfare i bisogni essenziali dell'uomo per farne un valore in sé, cioè un feticcio. Ma, risultato ancora più grave, consente progetti e guide di spiritualità che trascurano l'economia, lo strumento più diretto per creare concretamente vita o morte, giustizia o la sua negazione. I grandi responsabili della fame nel mondo possono accedere facilmente ad alti gradi di spiritualità cattolica, facendo parte di movimenti che solo chiedono delle percentuali per mantenere iniziative di carità - elemosina. La tragedia del popolo credente attualmente è vivere nella idolatria senza difesa, perché chi ha la responsabilità e il dovere di difenderlo, è mantenuto fuori dall'arena dove si gioca veramente l'epico duello denunziato da Gesù: o Dio o mammona.

Nel vangelo si presenta Dio come relazione dinamica: mio Padre opera senza interruzione e così faccio anch'io (Gv 5,17) e non è una allusione alla lontana settimana della Genesi che racconta in maniera semplice l'emergere del cosmo dal caos. Qui si tratta dell'operare permanente di Dio con le mani dell'uomo. E' l'uomo Gesù che di sabato trasmette la vita ad esseri umani esistenti nei quali la vita che discende dal Padre è mortificata o fisicamente o psichicamente o spiritualmente. Non troverei una parola più adatta di questo verbo mortificare per significare la presenza della morte in un essere che c'è, che vive con i piedi fermi sulla terra. Mi viene sempre alla mente quel capitolo di Levinas il y a - c'è, che parla dell'essere in sé assolutamente insignificante pensato fuori dalle sue relazioni concrete. Molte persone ci sono, perché si muovono, respirano, occupano uno spazio ma sono inutili, chiuse in se stesse, non trasmettono vita. Lo scendere dal cielo della metafisica, dalla contemplazione degli assoluti non termina necessariamente nel perderci, ma significa affrontare tutte le responsabilità dell'essere qui, con i piedi sulla terra, tra gli altri: la commedia comincia qui - scrive Levinas - con il più semplice dei nostri gesti. Gesù volutamente scandalizza operando di sabato perché l'immobilità, il chiudersi in se stessi, il rifiutarsi alla relazione, il non ascoltare l'altro è fermare il passaggio della vita. E la vita si qualifica verità viva nella relazione della persona con l'altro: Certamente io uccidendo posso raggiungere uno scopo, posso uccidere così come vado a caccia, come abbatto un albero o un animale; ma proprio allora io ho colto l'altro nell'apertura dell'essere in generale come elemento del mondo in cui mi trovo, l'ho percepito all'orizzonte. Non l'ho guardato in faccia, non ho percepito il suo volto… essere in relazione con l'altro faccia a faccia significa non poter uccidere (2). Lo spazio metafisico ha permesso al mondo cristiano di togliere Gesù dal faccia a faccia e di pensarlo solo alla destra del Padre. Classificarlo come onnipotente è negare la prossimità di cui parla Dussel come avviene ai due religiosi della parabola del buon samaritano. Guidati dalla legge vanno verso il tempio e non vedono l'altro, forse pensano di soccorrerlo con la compassione e la preghiera. E così collocando i veri valori e le vere responsabilità nella lontananza abbiamo permesso all'idolo sterminatore del mercato di stabilire il suo trono fra noi.

L'essere come valore assoluto è stato processato nel vangelo che lo ha fatto verità nella relazione asimmetrica con l'altro e con la terra. Il linguaggio filosofico di Levinas non mi è parso assolutamente nuovo per la mia stretta intimità col vangelo. La persona umana è liberata dalla chiusura nell'essere solitario solo dall'apparizione, dal faccia a faccia del volto affamato, nudo, indifeso. E questo incontro violento marca la relazione con un terzo, con l'Altro (la maiuscola è di Levinas), l'Altro è il trascendente, la nonviolenza di Gandhi, di Capitini, vera solo se diventa atto concreto e se allo stesso tempo l'atto concreto resta aperto sull'infinito, se trascende tutti i limiti. Per un seguace del Maestro è chiaro l'Altro, colui che è dentro alle parole: quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli lo avete fatto a Me (Mt 25).

Nel numero del 30 novembre de Il Manifesto trovo la recensione dell'ultimo libro di un autore che ho citato in articoli precedentemente pubblicati su Rocca, Miguel Benasayag, un argentino uscito sconfitto dalla resistenza alla dittatura militare, sconfitto ma non vinto. Da resistente contro la dittatura a resistente alla globalizzazione economica. Con la sua notevole carica umana suggerisce una resistenza nonviolenta nel miglioramento delle qualità della vita, facendo appello alle risorse umane come in altre sue opere: relazioni affettive, legami di amicizia, reciprocità, opposizione alle forze mediatiche. Ma questo appello può essere preso come un esercizio, come uno yoga: ottimo, ma politicamente insignificante se confrontato con la dura disciplina della nonviolenza nel progetto di Gandhi. O ancora meglio con la scelta relazionale proposta dal vangelo nel citato capitolo di Luca. Il samaritano non compie un atto semplice come sarebbe stato rialzare il ferito, metterlo sul bordo della strada, rianimarlo e… abbandonarlo al suo destino. Diviene ostaggio del ferito, si trasforma, è come se mettesse la sua vita in una direzione altra. Il vangelo ce lo dice con una parola semplice e immensa allo stesso tempo: è diventato prossimo. Si è messo sul cammino infinito. E' l'altro che trasforma la qualità della vita. Un credente trova questa trasformazione dotata di una logica stringente molto più chiara delle famose prove dell'esistenza di Dio e di tutti i rivestimenti che nascondono il vero Gesù rapito dalla strada e collocato nelle varie regge d'oro. Dall'inquinamento della vita ci libera solo l'altro che incontriamo e che ci mette su un cammino di responsabilità. Questa relazione è resa forte, sicura, permanente da quell'Altro che sta nel profondo di tutte le scelte che faremo lungo il percorso della vita. Nella grande tradizione benedettina appena spunta l'alba il monaco è invitato ad ascoltare la voce: ascoltate oggi la sua voce canta il salmo 94 - non indurite il cuore come nel deserto - non vi lasciate tentare. La voce di chi? Penso spesso con molta gioia, come il vangelo ha ipotizzato molti secoli prima, quello che oggi il pensiero umano sciolto da preoccupazioni religiose sta scoprendo. Il sacerdote è fissato in una verità astratta a cui obbedisce ciecamente confondendola con la verità concreta, il levita studioso pensatore è l'immagine del laico sicuro della verità che coglie nello stesso spazio fuori dalla realtà. Il terzo, il samaritano, coglie la verità nel lamento di quell'ignoto nudo giacente sulla strada assaltato non da tigri o cani rabbiosi, ma da elegantissimi banchieri o titolati politici. Nell'aria tranquilla di un ufficio climatizzato hanno deciso di toglierlo dal mondo perché appartiene al numero degli esseri esuberi, fuori da quella quantità di esseri in cui hanno deciso di fissare la crescita dell'umanità. Il fatto nuovo che ci consola è che ormai la persona umana, tolta dall'immagine creata dal pensiero metafisico, è stata messa sulla strada davanti alla decisione: o diventare responsabili del futuro della vita, o complici di una progressiva distruzione che potrebbe segnare la fine della storia.

1. Giuseppe Alberigo, Breve storia del concilio Vaticano II, Il Mulino Bologna, pag. 11
2. Emmanuel Levinas, Tra noi, Jacabook, pag. 39

Arturo Paoli

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