L'amicizia del pastore

difendere i giovani dall'aggressione del mercato

Mi è venuta incontro in questo tempo pasquale la parabola del Buon Pastore che ho meditato e scoperto in forma nuova. Gesù ha certamente osservato l'atteggiamento del pastore verso il suo gregge, ha colto e fatto suoi tutti i modelli di tenerezza e di sollecitudine del pastore verso il suo gregge. Nei primi tempi cristiani l'immagine di Gesù come pastore che porta sulle spalle l'agnello incapace di camminare in mezzo al gregge, la pecorella ferita da un sasso o da un altro corpo contundente o dal morso di un animale selvaggio, ci fa pensare alla tenerezza di Dio verso qualunque creatura umana. Nell'immaginario occidentale questo pastore è apparso soprattutto come colui che difende il gregge dagli sbandamenti, dal perdersi in luoghi lontani dalla comunità di fede. Quindi il pastore non è tanto il simbolo della tenerezza e della sollecitudine, ma della vigilanza piuttosto severa che difende il gregge dalle insidie dell'errore. Mi pare esprima di più il bastone che rimette la pecora sbandata nel gruppo, oppure i cani che accompagnano il gregge e hanno il compito di mantenerlo unito, piuttosto che le spalle dolcissime su cui riposa tranquillo l'agnello debole.

Oggi si continua su questa tradizione a parlare di pratica pastorale; ma per quello che si è detto sopra, spesso questa pratica pastorale si è scostata abbastanza dal quadro evangelico. Capisco molto bene la decisione di quelli che si allontanano, che viene definita spesso orgoglio o autosufficienza, e che invece mi appare come amarezza e delusione. Oggi l'uomo vive una situazione di sbandamento che appare molto diversa da una deviazione dalla verità, piuttosto è un'incapacità di orientarsi nel mondo e di sottrarsi alla violenza del consumismo e dei messaggi della pubblicità. E quindi la pastorale più adatta all'uomo contemporaneo mi sembra quella dell'amicizia rappresentata dall'immagine dell'uomo che si è svuotato, che quasi non ha il coraggio di esistere fra gli altri con cui Levinas ha rappresentato l'uomo Gesù.

Il giovane di oggi, anche se nasconde questo conflitto con apparenze di ribellione, è vittima di un'aggressione permanente organizzata nella società attuale. Credo che il pastore (e non intendo parlare direttamente alla gerarchia, ma piuttosto ai sacerdoti, ai laici che si occupano di gioventù) deve assumere di più l'immagine del pastore descritta dal vangelo invece di quella assunta frequentemente dagli educatori alla fede. Ho l'esperienza di giovani che si trovano a vivere a contatto con i poveri, in ambienti diversi dal proprio, e che attraversano tre momenti. Un primo momento di disorientamento simile a quello di chi si trovasse in una città della Cina; un secondo m o - mento nel quale si mette all'ascolto per fare esperienza di un tipo di vita che subito appare più vera, più riposante, più umana. Il terzo momento è rappresentato quasi dalla paura di tornare nell'ambiente da cui era partito. E' una paura che in fondo rappresenta una visione chiara dell'ambiente che prima della partenza era vissuto con incoscienza: la visione di una perdita assoluta di libertà e più profondamente di identità. Ed è in questo momento che il pastore più che un maestro deve essere un amico, un compagno di viaggio. Allora in questo occidente al tramonto si possono produrre delle forme di resistenza che non feriscano l'anima, ma che aiutino piuttosto allo scoprimento di una vita nuova. Gesù ad un maestro confuso come Nicodemo, non propone insegnamenti ma una risurrezione. Secondo la tradizione questo Nicodemo è diventato in seguito un vero discepolo di Cristo, cioè è passato da uomo della legge ad essere uomo dell'amore. Penso che il Vangelo non abbia mai avuto un'opportunità più grande per essere annunziato come quella del mondo attuale.

Vorrei dire ai miei fratelli, e anche a me stesso, di non perdere questa opportunità. Non bisogna coglierla superficialmente come un'astuzia pastora- le ma piuttosto come un richiamo ad una profonda conversione. E forse ciascuno di noi ha bisogno di rompere lo schema di vita condotta fino a questo momento, che in fondo è più simile a quella di uno che si è pacificamente conformato alla società globalizzata, che ad un seguace di Cristo. Gesù ha parlato di violenza in questi termini: solo i violenti possederanno il regno. E noi dobbiamo meditare profondamente su questa parola perché il passaggio di identità da maestri, da teologi, da organizzatori ad amici e compagni che usano come unico metodo l'amore, la tenerezza, l'attenzione agli altri, la cura affettuosa di chi è stato distrutto nel più intimo di sé dalla violenza del consumismo, non è indolore e non è facile. La crisi evidente della chiesa nella sua capacità di trasformare realmente la persona umana, di portarla a vivere in altra maniera, si può superare solamente con questa decisione dei responsabili di vivere il consiglio che ci veniva dall'ultimo Concilio Vaticano II ad essere poveri. Poveri non solo materialmente ma poveri come quelli che contano su una sola risorsa: quella dell'amore.

Arturo Paoli

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