| L'INTERVISTA - Mario De Maio: Spiritualità e psicoanalisi |
è possibile un'alleanza per liberare l'uomo?
Iniziamo
dal tuo percorso. Tu sei sacerdote e psicoanalista, due identità apparentemente
contrastanti. Come si sono composte nella tua esperienza?
Il mio punto di partenza sono stati gli studi di teologia alla Gregoriana, dove
maturai un interesse per la pastorale, grazie soprattutto all'incontro con don
Luigi Di Liegro. Presto però mi accorsi che gli studi di pastorale erano
inadeguati quindi, quando a Roma fu aperto il corso di laurea in psicologia,
mi iscrissi a quella facoltà. Volevo capire meglio gli altri ma anche
me stesso. Così iniziai il mio percorso e dopo la laurea cominciai il
mio pellegrinaggio attraverso attraverso le scuole psicoanalitiche: ho frequentato
quella junghiana, poi sono passato a quella freudiana dove ha fatto tutta la
formazione didattica, ed oggi mi interesso alla scuola lacaniana che mi sembra
offra gli stimoli più interessanti.
Per molto tempo però la psicoanalisi è stata proibita ai sacerdoti.
Perché?
Il motivo per cui la psicoanalisi non era permessa ai religiosi era il timore
che perdessero la fede o la vocazione. Io debbo dire che alla fine dei miei
percorsi mi sono trovato più strutturato come sacerdote e più
cosciente di che cosa vuol dire essere psicologo. Ho avuto la fortuna e il coraggio
di seguire un percorso di formazione laico e non religioso, cosa che mi ha portato
ad essere, forse ancora oggi, l'unico sacerdote iscritto ad una società
psicoanalitica in Italia. Certamente ho dovuto attraversare molte difficoltà,
perché il modello teologico tradizionale, che fa riferimento ad una visione
statica della vita e della relazione con Dio, non lasciava molti spazi al cammino
personale e anche sul piano professionale incontravo parecchi problemi. La mia
salvezza è stato l'incontro con don Carlo Molari dal quale ho appreso
i principi della teologia dinamica che si confronta con il modello evolutivo
della persona umana. Questo riferimento mi ha aiutato molto nel mio lavoro perché
anche il modello psicoanalitico è fortemente dinamico.
Freud considerava la religione una manifestazione nevrotica del comportamento
umano. Quali sono gli aspetti malati e quelli sani dell'esperienza spirituale?
Grazie agli studi psicologici sappiamo che ci può essere un uso scorretto
della religiosità. Alcuni indicatori ci possono aiutare a capire le motivazioni
sane e quelle malate delle esperienze religiose. Il primo indicatore di un'esperienza
spirituale positiva è la serenità profonda, la sensazione di stare
bene dentro al proprio vestito: la persona sente che sta facendo un'esperienza
armonica che le dà una gioia profonda, non superficiale e non euforica
per aver ha trovato un ambito che la esime dai rischi e dai pericoli. Il secondo
indicatore è la percezione di vivere un'esperienza che la fa crescere
sul piano umano, che non la astrae dal quotidiano della vita e dai problemi
che ogni esistenza ha, ma le offre il senso genuino e le motivazioni per un
impegno fraterno e sociale. Un terzo elemento è la dimensione contemplativa,
che è il cuore della vita religiosa, da cui dovrebbero sgorgare i comportamenti,
le scelte personali e comunitarie. Spesso essa è minacciata dal rischio
della iperattività, molti religiosi sono consumati da un attivismo che
li svuota e li esaurisce. In questi casi la dimensione contemplativa si riduce
a pratiche rituali e la vita religiosa entra facilmente in crisi.
A cosa può servire la psicoanalisi nel cammino spirituale di una persona?
La psicoanalisi permette alla persona di incontrare la voce dell'inconscio e
del desiderio: che cosa farà delle sue aspirazioni, delle sue sofferenze,
della sua vita lo deciderà la persona stessa. La psicoanalisi serve a
conoscersi, ad avere consapevolezza delle proprie fragilità, ad armonizzarle
con 'il desiderio'. I suoi strumenti attivano dinamiche profonde che portano
a una maggiore identificazione, chiarezza, maturità in cui vengono elaborate
vecchie angosce e preoccupazioni infantili, permettendo alla persona di porsi
di fron te alla vita in modo più adulto. Questa è la base per
arrivare al livello più alto del vivere umano che è la spiritualità.
Per molto tempo la spiritualità ha rischiato di sovrapporsi alla maturità
umana, mentre la psicoanalisi ha consentito di integrare la crescita umana con
quella spirituale. Va detto che l'ultima parola rimane sempre alla spiritualità
perché è questa che orienta i comportamenti e le scelte della
persona. Un rischio oggi presente nei nostri ambienti è che in molti
istituti vi sono religiosi e sacerdoti che studiano la psicologia con l'intento
di poterne gestire e controllare le dinamiche, tentando delle forme di sincretismo,
addirittura fino all'esagerazione di una scuola che si pone l'obiettivo di evangelizzare
l'inconscio. Le due discipline debbono conservare distinzione e autonomia nel
servizio della crescita della persona.
Quale spazio dovrebbe avere la psicologia nella formazione alla vita religiosa
e nella preparazione alle scelte fondamentali della vita?
In questo momento, negli studi e nelle esperienze che faccio riscontro un rifiuto
delle scienze umane, un ricorso quasi fondamentalista alla spiritualità.
La spiritualità è una risposta magica dove il Signore risolve
tutto. Contemporaneamente gli strumenti e gli studi che oggi abbiamo a disposizione
per aiutare i giovani, sia che vogliano diventare sacerdoti o religiosi sia
che scelgano la vita di coppia, possono permettere loro di fare scelte ponderate
ed evitare danni enormi nella vita futura delle persone. In entrambi i casi
c'è molto timore ad utilizzare questi strumenti perché si ha paura
di perdere qualcosa, mentre io penso che ognuno dovrebbe farsi un obbligo quasi
morale ad approfondire le motivazioni delle proprie scelte. Le radici vere di
tanti comportamenti si trovano infatti nelle cantine dell'inconscio e sono utili
percorsi che portino ad incontrarli.
Quando può essere opportuno intraprendere un cammino di aiuto psicologico?
Tutto dipende dal disagio che si vive. Quando una persona arriva ad un livello
di sofferenza o di 'malessere esistenziale' che non riesce più a gestire,
soprattutto quella sofferenza che si protrae per diversi mesi senza esito. Allora
è indispensabile ricorrere a chi può darle gli strumenti per vivere
meglio la sua vita. In realtà quando una persona soffre spesso non se
ne rende conto, sono gli altri che glielo segnalano, allora bisogna avere il
coraggio e l'umiltà di rivolgersi a qualcuno che ha gli strumenti per
aiutarla. Qual è l'immagine di uomo adulto per la religione e per la
psicoanalisi? Per entrambe l'immagine di uomo adulto è quella dell'uomo
libero. Il vangelo usa una bellissima espressione: "la verità vi
farà liberi". Liberi dai condizionamenti, dalla sofferenza, dalla
paura, dall'ansia, dalla dipendenza dagli altri, dalle ideologie. Questo è
il grande patto di alleanza che ci dovrebbe essere tra la religione e le scienze
umane e che le dovrebbe rendere solidali nell'aiutare l'uomo a raggiungere una
libertà nella quale prova il piacere del semplicemente vivere. A questo
proposito Arturo usa l'immagine della fragilità del credente. E' un'espressione
molto bella, analoga a quella dell'uomo strutturalmente povero. Qui la psicologia
può essere di aiuto perché una persona che ha fatto un percorso
psicoterapeutico alla fine si ritrova con la consapevolezza del limite e del
suo bisogno di aiuto da parte degli altri. La spiritualità porta alla
stessa consapevolezza della povertà e del bisogno di una relazione con
Dio e con gli altri nella coscienza della propria fragilità. Gesù
l'ha detto più volte: "Sono venuto a portare la vita" e lo
ha detto da ebreo, pensando al vivere concreto di ogni giorno, al quale può
dare un altro senso. L'approdo della vita spirituale è la 'pace interiore',
un percorso terapeutico dovrebbe portare a 'fare pace' con le parti meno integrate
della propria storia.
Che rapporto c'è tra queste due esperienze? Che rilevanza ha il perdono?
La spiritualità indica gli orizzonti, la psicoanalisi aiuta a trovare
le strade per arrivarci. Spesso perdoniamo, ma conserviamo rancori. Bisogna
vedere qual è l'oggetto del perdono, perché io credo che le delusioni
e i tradimenti sono esperienze che accompagnano ogni passo della crescita. Nel
momento in cui una persona incontra una realtà, una comunità,
delle persone, vi crescerà insieme, ma quando l'incontro è veramente
proficuo la persona prima o poi rimarrà delusa e sentirà il bisogno
di andare oltre. In questo senso il tradimento non ha un'accezione negativa
perché è espressione di crescita. Il perdono può avvenire
quando si è ricevuta un'offesa mortale, cioè quando l'altro impedisce,
volontariamente o meno, alla vita di espandersi, di crescere sia a livello fisico
che morale e psicologico. Qui la religione può aiutare più della
psicologia perché ci offre il modello di Gesù, che ha perdonato
anche quando gli è stata tolta la vita.
Oggi la religione si esprime spesso con forme devozionistiche oppure con
grandi eventi di natura mediatica. Quale bisogno esprimono queste forme nelle
persone e nella chiesa?
Il modo di vivere la fede e la religiosità cambia a seconda del livello
di maturità della persona. Se guardiamo alla nostra esperienza, ci rendiamo
conto che noi adesso preghiamo in un modo diverso da quando eravamo bambini.
Io trovo che bisogna avere molto rispetto delle diverse forme di religiosità,
ma bisogna fare attenzione a quelle forme che non cambiano perché 'si
è fatto sempre così', anche quando non rispondono più ai
bisogni delle persone. In questi casi si rischia di non servire l'uomo, ma le
proprie paure e le proprie difficoltà.
C'è una sorta di collusione tra le paure delle persone e quelle della
chiesa nel sostenere e propagandare certe modalità di vivere la fede?
Purtroppo nella storia meravigliosa e travagliata della chiesa c'è una
specie di area di collusione tra le problematiche delle istituzioni e le problematiche
delle persone. Questo è molto pericoloso perché si entra in una
specie di zona buia: qui le scienze umane possono aiutare a fare luce evidenziando
i meccanismi collusivi, che si verificano quando chi chiede aiuto ha lo stesso
problema di colui che lo dovrebbe aiutare e che quindi non può essere
in grado di farlo.
Quale nome daresti ai bisogni che spingono la chiesa ad alimentare queste
modalità?
Paura. Oggi nella chiesa sembra non ci siano la speranza e la fiducia, non si
creda nel bene e nella presenza dello Spirito Santo. Questo è un grave
errore (o peccato) della chiesa. Predomina la paura, per cui bisogna prevedere,
programmare, dire tutto quello che si deve fare. C'è una grande preoccupazione
di salvaguardare l'ortodossia ma, come il santo Padre ha recentemente ricordato,
lo Spirito si esprime in molte forme e va ascoltato sempre. L'immagine che darei
della chiesa oggi è quella di chi per paura non mette in pratica la grammatica
che conosce bene, non attua i contenuti religiosi del vangelo che hanno una
portata radicale e risolutiva. Anche rispetto alle morale la chiesa mostra grandi
paure di fronte ai cambiamenti culturali e all'evoluzione scientifica, e si
muove attraverso prescrizioni e divieti.
Quali effetti produce nella vita di fede dei credenti?
Voglio rispondere con alcuni passi del concilio Vaticano II, contenuti nella
Gaudium et Spes: "Coloro che si applicano alle scienze teologiche nei seminari
e nelle università si studino di collaborare con gli uomini che eccellono
nelle altre scienze, mettendo in comune le loro forze e opinioni. La ricerca
teologica, mentre persegue la conoscenza profonda della verità rivelata,
non trascuri il contatto con il proprio tempo, per poter aiutare gli uomini
competenti nelle varie branche del sapere ad acquistare una più piena
conoscenza della fede... Nella cura pastorale si faccia uso non soltanto dei
principi della teologia, ma anche delle scoperte delle scienze profane, in primo
luogo della psicologia e della sociologia, cosicché anche i fedeli siano
condotti a una più pura e più matura vita di fede... Affinché
possano esercitare il loro compito, sia riconosciuta ai fedeli, tanto ecclesiastici
che laici, una giusta libertà di ricercare, di pensare e di manifestare
con umiltà e coraggio la propria opinione nel campo in cui sono competenti".
Purtroppo gli uomini di chiesa hanno messo da parte questo evento meraviglioso,
non attuato ma sempre attuabile, che è stato il concilio. Oggi c'è
addirittura un ritorno ad atteggiamenti di epoca premoderna. Questo sgomenta
e produce smarrimento in quei credenti che vivono con fatica tanti drammi e
incertezze della vita, e che si impegnano in una profonda ricerca spirituale.
Io credo che la Chiesa debba tornare ad avere speranza e a credere nella presenza
dello Spirito di Dio nel mondo.
(a cura di Silvia Pettiti)