| L'articolo di fondo - Mario De Maio: volontariato di qualità |
Motivazioni e formazione per 'servire'
Servizio
è una parola bella e importante, ma spesso è carica di ambiguità.
Vorrei partire dall'esperienza della nostra associazione. Circa 10 anni fa abbiamo
iniziato a coinvolgerci nei progetti che fratel Arturo aveva avviato a Foz do
Iguaçu, in Brasile. Ci eravamo resi conto che non si può vivere
il vangelo e riflettere sulla tradizione della chiesa, non si può stare
vicino ad Arturo senza entrare, almeno simbolicamente, in rapporto e in dialogo
con le realtà del mondo che si trovano in condizioni di maggiore disagio.
Avremmo tradito lo spirito del cristianesimo se non avessimo tentato, in qualche
modo, di accostarci e condividere le situazioni dei poveri sulla terra. Abbiamo
scelto quella dove operava Arturo.
Quando abbiamo iniziato il nostro impegno in Brasile, il primo passo è
stato capire il loro modo di sentire. I brasiliani sono usciti da una lunga
dittatura e prima ancora da una storia di schiavitù e di dipendenza coloniale
dagli europei. La loro esperienza di popolo e di persone è strutturata
su questo modello per cui non è spontaneo il concetto di fraternità,
ma quello di una scala sociale che divide e differenzia nella quale ciascuno
si fa forte su chi sta più in basso. Da qui siamo partiti per cercare
di comunicare con delicatezza che c'è un modo diverso, quello evangelico,
di rapportarsi con gli altri. E' stato il primo passo per elaborare un modello
di cooperazione e di responsabilità condivisa.
Oggi dopo anni, lentamente e faticosamente, Ore undici tenta di esprimere un
proprio modello e un proprio stile in questo impegno. Cerchiamo di offrire non
soltanto dei beni materiali, ma anche di avviare le persone verso un processo
di crescita e di promozione umana che le renda gli attori principali della loro
vita. Per questo è necessario offrire gli strumenti affinché arrivino
ad una autonomia in tutti i sensi: di economia, di gestione della vita, di giudizio,
di relazione. Il rischio forte è che anche i poveri restino nelle logiche
distruttive del nostro primo mondo, logiche che non aiutano la persona a crescere,
ma soltanto a consumare per soddisfare dei bisogni. Il grande problema è
cogliere dove è fermo il loro desiderio, inteso come forza creatrice
della vita, e permettergli di liberarsi e di esprimersi, nonostante le storie
di grande sofferenza e difficoltà che hanno vissuto e continuano a vivere.
Ci sono almeno tre parole che associo al termine servizio per caratterizzarne
meglio il significato. La prima è 'amicizia', che è il primo livello
dell'amore, difficilissima da vivere. L'amicizia è la relazione che permette
all'altro di sentirsi accolto, di sperimentare una relazione gratificante alla
pari, e quindi di crescere. La seconda è 'processo di crescita', cioè
l'offrire il tempo e lo spazio per sviluppare profondamente la propria umanità
e la relazione con gli altri. E' un percorso che ha bisogno di tempo, di pazienza,
di ascolto, di attesa. La terza parola è 'gratuità', cioè
aiutare l'altro in un cammino personale che lo rassicuri e lo aiuti a non chiudersi
egoisticamente sul bene raggiunto, ma ad aprirsi agli altri. Ugualmente bisogna
avere sempre viva la consapevolezza che il bene ricevuto è un prestito
da restituire ad altre persone più svantaggiate, altrimenti si rischia
di trattenere per sé il bene e in questo modo bloccare un processo più
grande di fraternità e di giustizia. Il bene che si riceve va sempre
passato ad altri, altrimenti muore.
In passato molti ordini religiosi sono nati per svolgere una funzione di supplenza alla carenza di servizi sociali e sanitari: avevano capito che molta gente povera non poteva usufruire di quelli esistenti ed era necessario organizzare un'alternativa per loro. Si trattava di una funzione di supplenza, così come oggi lo è lavorare nei paesi del terzo mondo. Perché questa disponibilità sia efficace, ciò che conta non è il lavoro gratuito di chi svolge questo impegno, anzi spesso è importante riconoscere una retribuzione a chi seriamente vi dedica la propria vita. Ciò che conta è che i progetti di solidarietà non si limitino alla beneficenza o all'assistenza, ma creino le condizioni per una autonomia economica e vi sia una redistribuzione dei risultati fra tutti i partecipanti. La priorità è costituita dagli indicatori di qualità, non soltanto sugli aspetti tecnici ed economici, ma soprattutto sulle modalità e sullo stile con cui fare solidarietà. Imparare la lingua del posto in cui si interviene è una attenzione indispensabile e un grande aiuto alla qualità del servizio. Altri elementi importanti sono la modalità della comunicazione, rispettosa della cultura e della sensibilità delle persone a cui ci rivolgiamo, lo stile dei consumi, il rapporto con l'ambiente, la conoscenza delle abitudini, della storia, delle leggi del paese in cui si lavora. Le persone di riferimento del posto - come il vescovo, il giudice dei minori, gli insegnanti - sono degli importanti mediatori per conoscere la realtà.
Oggi la nostra società si caratterizza come produttrice di servizi:
servizi informativi, sanitari, amministrativi, assicurativi. E' una società
liberale, orientata al profitto, ma ha elaborato tecniche sofisticate di servizi
di qualità con al centro le esigenze del cliente. A maggior ragione nell'area
del volontariato, dove la logica non è quella economica, dovremmo elaborare
delle tecniche di organizzazione e di formazione in cui al centro ci sia la
persona con tutte le sue necessità. In realtà non è molto
semplice, perché i servizi di solidarietà si collocano nell'area
dei bisogni non solo di chi riceve, ma spesso anche di chi presta il servizio.
Più o meno consapevolmente, chi fa volontariato tende alla soddisfazione
dei propri bisogni, spesso inconsci. Da una parte è necessario portare
gli operatori alla consapevolezza delle proprie motivazioni di fondo, dall'altra
aiutarli ad avvicinarsi alla logica del servo, cioè di colui che si mette
al servizio dell'altro, prestandogli totale attenzione.
La conoscenza delle motivazioni è fondamentale e non va censurata. E'
importante essere consapevoli che lo sguardo di chi ti guarda con affetto e
riconoscenza è gratificante. E' evidente, in altre parole, che nel dare
si riceve. Ci sono anche altri aspetti di gratificazione nel volontariato internazionale:
il piacere della novità, l'avventura, gli spazi e la natura che sono
meravigliosi, il conoscere realtà diverse dalla nostra, l'interrompere
la nostra noia europea, l'uscire dal grigiore dei meccanismi ripetitivi della
nostra vita. Bisogna saperlo e riconoscerlo. Sono motivazioni accettabilissime,
che nel tempo possono essere affinate, elaborate, confrontate con gli altri.
Altre volte l'attrazione per questo tipo di esperienze ha motivazioni di tipo
ideale, come il desiderio di un mondo più giusto, di una società
più fraterna, di una convivenza pacifica. Sono presupposti che bisogna
saper mettere a confronto con i limiti e le contraddizioni che si incontrano
in ogni esperienza umana, ridimensionarli senza tuttavia rimanere schiacciati
dal senso di delusione per la piccolezza di quello che in realtà è
possibile fare. L'esperienza è sempre una sfida ai concetti e agli ideali
di partenza.
Inoltre bisogna prestare attenzione ad individuare eventuali motivazioni compensative
di altre carenze, affettive o relazionali, e soprattutto la speranza che uscire
dal proprio contesto possa risolvere i problemi personali. In altre parole,
quando qualcuno vuole impegnarsi in un'attività di solidarietà,
è bene che percorra un cammino di preparazione. Chiarite le motivazioni,
è necessario che ci si ponga in un atteggiamento di disponibilità
al cambiamento, di apertura ad accogliere realtà diverse che inevitabilmente
ci obbligano a cambiare. In una parola, è necessario essere flessibili
e giovani a qualunque età. D'altra parte la psicologia ci insegna che
tra le varie forme di intelligenza elencate da Gardner, c'è la cosiddetta
intelligenza interpersonale, che è la disponibilità alla relazione,
e che consente alla persona di dilatare la propria identità.
Un ulteriore elemento di riflessione dal confronto con l'area del profit, sta
nel considerare che c'è una grossa tensione creativa nell'inventare metodi
e forme per esprimere meglio i servizi, mentre nel mondo del volontariato tutto
questo stenta ad essere messo in pratica. Nei servizi religiosi, per fare soltanto
un esempio, gli orari sono quasi sempre modellati sui bisogni degli operatori.
Anche lo stile di accoglienza, le modalità di comunicazione, l'organizzazione
degli uffici, il tipo di attenzione all'altro spesso sono carenti. E' necessario
fermarsi, riflettere e attingere alla creatività che portiamo dentro
di noi, per sviluppare nuove risorse da mettere al servizio del bene. Quando
al centro c'è la persona, i suoi tempi e i suoi bisogni diventano le
indicazioni sul come prestare servizio.
Un ultimo pensiero lo vorrei dedicare a sottolineare quanto sia importante, per chi si dedica al volontariato, coltivare degli spazi di silenzio e di interiorità, affinché i gesti di fraternità possano nascere e nutrirsi di una profonda spiritualità. Le emergenze e i problemi sono tanti ed è facile lasciarsi travolgere da un super-attivismo. E' nella spiritualità che il servizio si affina e assume una qualità che nessuna tecnica può dare. Solo la spiritualità può consentire alle delicatezze dell'amore di permeare e dare spessore ai nostri progetti e al nostro impegno per i fratelli più poveri.
Mario De Maio