| BELLISSIMA TERRA riti e simboli dell’ospitalità - di Arturo Paoli |
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È possibile oggi parlare di ospitalità a un popolo che non ha
più una casa da offrire a chi non ce l’ha? Per offrire ospitalità
bisogna avere una casa che si ama, perché è il luogo di incontro
e di dialogo con persone che ci sono care. È difficile oggi avere una
casa anche se abbiamo un domicilio comodo, perché il lavoro, la macchina,
ci mantengono molto tempo fuori. Dentro casa, la televisione, il cellulare,
il computer ci mantengono fuori casa. I mobili che devono essere continuamente
rinnovati, stanno in sosta provvisoria in attesa di essere ammucchiati in un
deposito, o venduti o distrutti. La casa permanente con mobili che ci venivano
dai nonni, quella casa che abbracciavamo ad ogni rientro cantando: “casa
mia casa mia, per piccina che tu sia, mi sembri una badia” non esiste
più. Tutto oggi è provvisorio. È vero che nel nostro mondo
italiano e forse europeo l’ospitalità pare ben rappresentata e
vissuta; ma è quasi esclusivamente quella criticata nel vangelo: quando
offri un pranzo o una cena non invitare i tuoi fratelli… o i ricchi vicini,
perché anch’essi non ti invitino a loro volta…invita poveri,
storpi, ciechi, in una parola quelli che Levinas chiama “gli altri”
(Lc 14, 12-14). Uno sguardo sulla società di cui facciamo parte ci porta
a concludere che apparentemente sia molto cresciuto il senso comunitario e sociale.
Nella mia Lucca degli anni Venti si viveva più privatamente di oggi.
I viaggi comunitari, le occasioni di raduni, di incontri su piazze o in locali
di convegno, danno l’immagine che sia cresciuta la capacità di
vivere insieme ma quando ci informiamo sulle unioni istituzionali a cominciare
dalla coppia passando alle riunioni politiche, parlamentari o di partiti o anche
religiose, ne riportiamo delusione e amarezza. In queste scopriamo che i soggetti
delle comunità sono sempre meno capaci di amicizia.
L’ospitalità nella Bibbia, che costituisce l’identità
essenziale dell’uomo religioso, è fondata sulla convinzione che
tutti siamo ospiti di un unico Signore. La terra che noi occupiamo con i nostri
piedi non ci appartiene e per questo dobbiamo curarla con molta attenzione pensando
che in questa cura riconosciamo e rispettiamo profondamente chi ce l’ha
offerta. Chi arriva da fuori ed è accolto entra nello stesso diritto
di chi lo accoglie. Dire questo nel mondo attuale è raccontare una barzelletta.
La proprietà è così avidamente cercata e ringhiosamente
difesa che pensando ai nostri contemporanei ci sentiamo ridicoli affermando
che non dobbiamo sentirci padroni ma ospiti. Oppure affermando questo, l'altro
capisce che tutti dobbiamo morire e che la nostra permanenza sulla terra è
provvisoria per cui ce ne possiamo disinteressare. Ma dopo di noi verranno i
figli dei figli e non un estraneo. In questo, come in altri aspetti il cristianesimo
ha tradito l'eredità ebraica della Bibbia. Per il cristiano la provvisorietà
sulla terra ha un senso diverso da quello dell'ebreo. Per il cristiano la terra
su cui vivo, che lavoro, su cui ho costruito la mia casa, su cui si estende
il mio giardino è assolutamente mia e ne posso disporre per il presente
e per il futuro. So che un giorno morirò, allora andrò in una
terra differente? Esisterà un'estensione simile a questa su cui potrò
sentirmi felice? Quante volte sento rivolgermi questa domanda. E sento nella
domanda un dubbio che certamente non riuscirò ad estirpare perchè
l'io-proprietario è una identità di cui non è facile spogliarsi.
Tutte le espressioni: "non sono attaccato alle cose, alla terra, alla casa"
sono assolutamente false e lo dimostra la paura della morte: se perderò
tutto questo che mi sarà dato? so che non posso sognare un paradiso con
tutti i piaceri che ho cercato e ho ottenuto sulla terra, soprattutto il piacere
del sesso, della bella casa, della tavola alla quale ho passato momenti piacevolissimi
con i miei amici. E allora è difficile immaginare il paradiso. Ci sarà?
Ma se impostiamo la nostra vita alla ricerca dell'amore di colui che Platone
chiamava l'infinito Bene, e se a questo Bene poco a poco indirizzo tutta la
mia vita allora l'oggetto del desiderio non è più la soddisfazione
piena di cui ho avuto solo un saggio e un'anticipazione nello spazio della mia
vita, ma la soddisfazione della mia sete di amore, di questa ricerca che ha
tormentato e ha dato senso vero e unico alla mia vita. Allora sono già
nell'eternità, si tratta di togliere il velo. "Ora lo vediamo come
in uno specchio in maniera confusa ma lo vedremo faccia a faccia" (I Corinti
13,12). Non c'è assolutamente altro modo per cancellare la paura della
morte. Si raggiunge nella vecchiaia una leggerezza inattesa: la morte è
la caduta del velo. La paura si trasforma in impazienza: quando vedrò
il tuo volto? Bisogna vivere sulla terra come ebrei e guardare al futuro con
quella ferma speranza di cui ci ha assicurato Gesù. Che vuol dire? Considerare
la terra come un'abitazione in cui siamo degli inquilini e mai proprietari,
che dobbiamo mantenere con cura e aumentarne la bellezza con ritocchi che ci
sono possibili specialmente se abbiamo attitudini artistiche come i poeti, i
pittori, i musicisti. Non è vero quello che esclamava un santo che pure
ho ammirato nella mia gioventù, il Cottolengo : "Brutta terra bel
paradiso." Bellissima terra dove ho vissuto l'amore e l'amicizia, non l'amore
coniugale completo, ma forse un amore più pieno perchè non minacciato
dalla caducità dell'amore coniugale. Quella terra dove ho capito che
la povertà non è carenza ma libertà. Quella terra su cui
ho sognato, in un certo senso costruito, quel futuro che varcherà il
limite del tempo e so che non mi sarà tolto. So che non esiste un viaggio
nell'aldilà ma piuttosto una variazione in intensità, come la
luce che è la stessa nei crepuscoli e nella pienezza del mezzogiorno.
Quindi non capisco più il linguaggio di questa vita e dell'altra, di
un barattare le gioie accese e spente nel mio cuore in altre che hanno il solo
privilegio di essere permanenti. Molte affermazioni e credenze che abbiamo trovato
per calmare la paura della morte oggi sembrano aver perduto la loro forza. La
trasformazione si deve raggiungere nella nostra stessa persona: da una vita
provvisoria perché dipendente dalle cose che muoiono a una vita eterna
perché ha scoperto l'anima e cercato di vivere dentro quella forza di
attrazione che la spinge verso l'unione con il sommo Bene. I salmi ci parlano
spesso di molti nemici che mantengono l'esistente in uno stato d'assedio. Uomini
che intorno a me digrignano i denti e mi spingono dentro a una fossa. Questi
rappresentano bene la lotta terrena per liberare l'anima dalle pulsioni che
vive nella fase dell'anima sensitiva. Non devo acquistarmi nessun merito, la
mia anima non sarà premiata come un campione di box o di scherma ma per
l'amplesso con l'amore misericordioso che mi riconosce come figlio capace di
contemplare il volto del padre.
Nei paesi che sono rimasti più lontani dalla nostra "civiltà
occidentale" l'ospitalità ancora presenta e conserva i suoi riti
e i suoi simboli e ritorno spesso al mio vissuto tra i nomadi del Sahara negli
anni Cinquanta del secolo scorso. Spesso eravamo ospiti sotto la tenda e ritrovavamo
i riti antichi dell'ospitalità. Nel capitolo settimo di Luca, Gesù
confronta l'ospitalità fredda del fariseo che ha preparato un banchetto
per l'ospite con quello della donna entrata furtivamente con la prepotenza di
chi scoppia dal bisogno di esprimere quella gioia che si prova solo nelle nascite.
Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai lavato i piedi: prima di entrare
sotto la tenda togliti i sandali e attendi; il figlio maggiore viene a lavarti
i piedi e dopo li bacia. Lei mi ha baciato i piedi con le lacrime: nelle baracche
delle favelas brasiliane è buona educazione togliersi i calzari, magari
chi accoglie protesterà invitandoti ad entrare così come sei arrivato.
Le baracche non sono un modello di pulizia e di ordine ma mi sono chiesto perchè
c'è una cura eccessiva per l'impiantito, e ho capito questa cura come
un segno di invito. Non ho nulla di meglio da offrirti ma vieni, ti attendo.
Tu non mi hai dato un bacio: il nomade padre ti viene incontro e ti abbraccia
e se sei anziano o persona che ha un investitura religiosa ti bacia sulla fronte.
Mi è parso strano, sempre mettere l'ostia nella bocca ma “il mio”
ospite nomade mi fa sedere accanto a sé e mi mette in bocca con le sue
mani un pezzetto di carne o di focaccia. Gli sarà chiaro che questo è
un segno di comunione? Il fariseo che ha invitato Gesù non sembra stare
accanto a lui sullo stesso divano. E rivolgendosi alla donna disse a Simone
che è in mezzo agli altri invitati: Tu non mi hai cosparso il capo di
olio profumato; ma lei ha cosparso di profumo i piedi. Sotto la tenda dove spesso
non c'è altro che il cus-cus e la focaccia non manca mai una boccetta
di profumo per le mani: "torna e vieni a condividere la mensa con me".
Il fariseo ha ospitato per dovere di ricompensare colui che lo ha guarito; gli
ha offerto un pranzo straordinario ma è rimasto colui che era. La donna
è entrata in una casa non sua a mani vuote, solo con un profumo; ma ha
scoperto l'anima che ha rotto le catene e abbraccia il suo salvatore, anche
se le sue mani sono quelle che servono. In questo gesto c'è tutto l'affetto
di chi ha sentito di entrare in comunione profonda con quell'uomo che ha avvicinato
a lei il sommo Bene che inconsciamente lei cercava e ora non le sarà
tolto. È già entrata nella vita eterna; si tratta solo di attendere
un giorno e un ora in cui i suoi occhi perderanno le squame e vedrà per
sempre.
Arturo Paoli