| UN DIO UOMO? Gesù redentore, teologico e quotidiano - di Arturo Paoli |
![]() |
|
Foz do Iguaçu - Fratel Arturo Paoli
con i bambini
della cappella “Santos Anjos” della favela Morenita |
Accingendomi a parlare di Gesù, provo una grande dolcezza con un fondo un po’
amaro. Rappresento la dolcezza in un’immagine. Vedo un marinaio immenso dritto
su una roccia che tiene tra le sue mani rozze il capo di una gomena a cui è
attaccata una barchetta sbattuta dalle onde del mare, quella barchetta sono
io. Mi sento tratto in salvo da quella ostinata resistenza del marinaio che
non si è arreso quando la violenza dei flutti bruciava le sue mani che reggevano
la corda. Questa sua tenace fedeltà ha reso saldo il mio cuore nella fede e
nella speranza. Quante figure mi offre la fantasia per raccontare la storia
di questa amicizia che ha attraversato i vari decenni della mia esistenza! La
vena di amarezza nasce dal fatto che le parole raffreddano sempre l’onda degli
affetti. Dopo questa premessa cercherò di parlare del Gesù redentore, salvatore
dell’umanità, del Gesù teologico e del Gesù quotidiano: in ognuna delle manifestazioni
della sua esistenza, il mio pensiero scorre verso l’altra: è la conseguenza
dei limiti del nostro pensiero che ha bisogno di scomporre in parti per capire
la sintesi. Per rappresentare il Gesù redentore ricorro al discorso tenuto a
Parigi dall’ebreo Levinas, sollecitato dai suoi colleghi universitari che si
dichiarano credenti cattolici (1). Levinas non ha buon sangue con il cristianesimo
e il motivo è che vi trova deformate e male interpretate le rivelazioni di Dio
contenute nell’Antico Testamento. Da un’analisi seria e scevra da intenzioni
di partenza, troveremo la ragione di questa sua antipatia. Ma per motivi di
amicizia e di gratitudine verso cattolici che hanno protetto la sua famiglia
in tempo di persecuzione, accetta di tenere la conferenza dal titolo Un Dio
uomo. E la fonte da cui trae la sua presentazione del Dio-uomo è il profeta
Isaia, soprattutto nel quarto canto del servo sofferente (Is 53). Levinas scopre
l’intenzione di rappresentare il Dio uomo sotto questo aspetto citando le parole
stesse del profeta (Is 57,15): In un luogo eccelso e santo io dimoro - ma sono
anche con gli oppressi e gli umiliati - per ravvivare lo spirito degli umili
- e rianimare il cuore degli oppressi. Ecco le parole di Levinas-Isaia: “Manifestarsi
come umile, alleato del vinto, del povero, del perseguitato significa appunto
non entrare nell’ordine. In questa disfatta, in questa timidezza che non osa
osare, con questa sollecitazione che non ha la sfacciataggine di sollecitare
e che è la non audacia stessa, con questa sollecitudine di mendicante e di senza
patria, che non ha dove posare la testa alla mercè del sì e del no di colui
che lo accoglie (Lc 10) l’umiltà scombina in maniera assoluta, non è del mondo.
Presentarsi in questa povertà dell’esiliato… l’essere una volta svelato anche
se parzialmente anche nel mistero diviene immanente”. Di questa immanenza ha
sempre avuto paura la chiesa, forse perché chi la affermava pretendeva mettere
in dubbio la divinità di Gesù, il suo essere divino. Ma oggi siamo nel dopo
morte della filosofia dell’essere e nel-la condizione di comprendere meglio
questa discesa di Dio in Gesù che troviamo nell’inno cristiano riportato nella
lettera di Paolo ai Filippesi: umiliò se stesso fatto obbediente fino alla croce
(Fil 2). Questo annunzio cristiano della redenzione che Gesù ha portato all’umanità
mettendola in un linguaggio più semplice, più umano, più accessibile e più universale
è in queste parole. Ridurre la redenzione a semplice cancellazione dei peccati
non è certamente il suo vero senso. Gesù vuole liberare ogni persona dall’io
umano allo stato brado, selvaggio, che deve essere sostituito: è questo il senso
del messaggio di Gesù, bisogna morire e rinascere. Che l’umiliazione di Dio
abbia messo al mondo una forza di liberazione dell’uomo dal suo egoismo, dall’io
assassino per trasformarlo nell’io sconvolto dall’apparizione dell’altro devastato
dalla fame, ferito dalle nostre armi fratricide è la nostra fede. Il Gesù teologico
è quello trascendente che la chiesa ha definito in vari concili come pienamente
uomo e pienamente Dio, in una unione che ha definito unione ipostatica. E chi
ha messo la propria vita al suo seguito e vuole aver parte alla realizzazione
del suo progetto Regno di Dio ha tutte le prove per aderire con gioia e con
una fede sempre più salda a questo Essere unico che sta fra noi con noi, e in
noi ma bisogna dire basta a una maniera teorica di parlare di Gesù. Non possiamo
pensare che lo Spirito Santo abbia suggerito a un laico credente e forse non
praticante Olmi di inchiodare le pagine del libro perché finalmente ci mettiamo
all’ascolto di Lui e lasciando a Lui di decidere quando comincia e termina il
dialogo? Il teologo oggi deve cercare le orme di Gesù sulle nostre strade perché
mantenendo gli occhi verso la gloria di Dio Padre ha descritto spesso il re
vittorioso e ha fatto della croce segno di vittoria affidandola alla nostra
volgarità di mercanti perché la coprissimo di oro e di pietre preziose; e il
legno bagnato di sangue è scomparso sotto il peso dell’oro. Egli continua a
camminare a piedi scalzi, pellegrino fra i pellegrini, ed è colpito dai sassi
e oggetto di scherni e di sputi. E chi cammina con lui sa che questo è il segno
che Lui è fra loro e con loro, e sono le sue stesse parole a rassicurare i suoi
compagni di viaggio. Non abbiate paura, io ci sono. Il teologo di oggi cerca
le parole per parlare di Lui può trovarle solo nell’immanenza ed è solo quella
scelta che è autentica: non pensò di dover conservare gelosamente il fatto di
essere uguale a Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e
divenendo simile agli uomini, umiliò se stesso (Fil 5,11). Il perché e il dopo
è opportuno che i teologi lo chiedano a Levinas e a quanti uomini cercano la
verità, non fra le stelle ma nella direzione verso la quale camminano i piedi
degli uomini. Veramente l’uomo Gesù, vivendo la vita dei semplici, dei poveri,
quelli che il film di Olmi rappresenta in quelle facce così lontane dal modello
standard dei grandi pittori del rinascimento, non ha temuto di mescolarsi agli
esclusi da regole religiose e di farsi toccare da mani che potevano renderlo
impuro e impedirgli di andare al tempio. Questa umanità così comune corre sempre
il rischio di interpretazioni volgari e scandalose. In tutte le epoche si è
rappresentato un Gesù umano come tutti noi, e questi noi sono quelli che hanno
rotto totalmente con ogni legge dell’esistenza. Di fronte a queste volgarità
bisogna riconoscere lealmente che il cristianesimo non ha aiutato a vivere la
relazione uomo-donna con quella normalità e quella fecondità che è iscritta
nella stessa natura. E lo stupendo quadro della Maddalena che si sente ricostruita
bevendo le parole dell’uomo Gesù, viene così deturpata da soggetti della nostra
generazione che, castrati della facoltà di essere amici ricorrono sempre più
desolatamente alla comunicazione possibile solo attraverso il sesso. E non c’è
altro. Prendo l’occasione, parlando del Gesù quotidiano mescolato fra la gente
che lavora e dopo il lavoro se la passa al bar o all’osteria, che l’amicizia
con Lui ha liberato in me il bisogno dell’amicizia. E ricordo spesso e con gioia
nell’epilogo della mia vita l’episodio raccontato da Luca (Lc 7,36 e seguenti).
L’uomo che ha invitato a pranzo Gesù è un fariseo che paga un debito con il
suo terapeuta, invitandolo a pranzo. È molto probabile che la sua conoscenza
della donna tradisca una relazione con lei come cliente, e non capisce come
Gesù un uomo di Dio si lasci toccare da lei che solo con il suo avvicinarsi
lo rende impuro. E questa donna scopre una relazione nuova, quella che inconsciamente
sognava ad ogni incontro con l’uomo, e che è l’amicizia. Il perdono dei peccati
forse non era quello che l’aveva spinta a cercare entrando furtivamente e quasi
con prepotenza nella casa del fariseo Gesù. Che lei cercasse altro da questo
perdono sono le stesse parole di Gesù che lo scoprono: Tu non mi hai dato i
segni dell’amicizia e lei finalmente ha scoperto l’amico. Gaudy, la ragazza
che molti conoscono attraverso il mio libro Camminando s’apre cammino, parlando
del giovane da cui aveva avuto un figlio e che si gettava su lei per possederla
esclama: non mi ha mai visto. E questa stessa confessione in altre parole ho
colto frequentemente da donne di altre condizioni sociali e io compresi che
in queste parole la ragazza venezuelana annunziava il nascere dell’amicizia.
Finchè la coppia non sarà capace di ripescare l’amicizia naufragata nella palude
del consumismo, non sarà possibile assicurare l’esistenza della coppia. Finchè
chi ha scelto Cristo come modello unico e come guida della sua vita non ha capito
che la rivelazione più vera che può trasmettere del Cristo è quella dell’amicizia,
non trasmetterà al mondo il Cristo vero nonostante la sua profonda erudizione.
La sete di amore è lo stimolo più forte che spinge la persona oltre le esperienze
vissute che hanno solo accresciuto la sua sete. E solo nel Cristo possiamo attingere
il dono di questa amicizia che ci schiude il senso di quelle parole così crude
e degradanti che Gesù lancia a quelli che hanno capito di non avere altra scelta
se non quella di affidare a Lui il senso vero dell’esistenza: vi sono eunuchi
che sono nati così dal ventre della madre, ve ne sono alcuni che sono stati
resi eunuchi dagli uomini, e ve ne sono altri che si sono fatti eunuchi per
il Regno dei Cieli. Chi può capire capisca (Mt19.12). L’accettazione del celibato
fu per me un’umiliazione e una vergogna finchè la donna fatta “oggetto consumista
da usare e gettare” non mi fece scoprire che dall’incontro di due vergogne sorgeva
quel misterioso splendido fiore che chiamiamo amicizia. È solo questa amicizia,
lontana dalla repressione della nostra sensibilità e dal libertinaggio, che
può rendere attraente oggi il dono di una vita giovanile alla causa del Regno.
Nota 1. Le citazioni sono tratte dal libro di Emmanuel Levinas "Tra noi",
Jaka Book, capitolo IV- Un Dio uomo?
Arturo Paoli