| QUALE FUTURO PER I
GIOVANI? Un “manifesto di resistenza” - di Arturo Paoli |
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Quale futuro? Caliginoso - oscuro - tenebroso. I viventi di oggi sono l'ultima generazione di un tristissimo tramonto della civiltà che ha avuto bagliori di luce che si può dire luce celeste. Fissata nella contemplazione e nella rappresentazione delle cose al di là delle cose, delle verità salvate dalla contingenza, della bellezza difesa dalla polvere della strada, dell'armonia allontanata dal rumore sempre più rumoroso degli oggetti gettati nel mondo dalla tecnica, ci troviamo al letto di un ammalato che attende l'ultimo soffio. È molto discreto definirla epoca delle passioni tristi ed è irreale definirla scontro di civiltà, perché una s o c i e t à che consuma più di quello che produce in una proporzione folle, che distrugge più di quello che la natura può ricreare, che disperatamente è aggrappata alla ricerca di mezzi di difesa e di conservazione della vita, seminando morte sulla terra cominciando col distruggere la tenerezza dei primi palpiti della vita, commette una beffa. Altro che passione triste: delirio di distruzione, terrore della morte, disincanto del presente, è l'immagine del nostro tempo. Avendo cercato costantemente di essere amico dei giovani mi domando: come trasmettere loro questa paralizzante prospettiva del futuro? Ma forse sono abilitato a farlo perché sono nato nel tempo delle guerre coloniali, sono entrato nella coscienza di essere allo scoppio della prima guerra mondiale (1915), ho visto a otto anni di età il sangue del fratricidio scorrere sulla piazza centrale della mia città, e tingere i miei sandali, sono stato coinvolto nella seconda guerra mondiale scoppiata nel 1939, ho visto in Algeria un militare della Legione Straniera schiacciare il cranio di un giovane arabo con gli scarponi chiodati e vi risparmio altro. All'epilogo della vita sono sboccato nella dolcezza, pace e inenarrabile felicità dei pensieri contemplativi. Solo per questo posso essere testimone che i tempi delle passioni tristi possono trasformarsi in provocazioni e stimoli per una liberazione e una crescita esistenziale che ci faccia emergere in quella pienezza dell'esistenza in vista della quale siamo stati messi al mondo. Gesù ci ha messo tra le mani un ossimoro, stare nel mondo ma non essere del mondo (Gv. 17,16) e la prima generazione cristiana ha cercato di approfondire la contraddizione per farne lo stile dell'esistenza cristiana. Poi nel cielo dell'Occidente è sorto l'astro greco, la verità che illumina l'esistenza, ma che è fuori del mondo, e che solo levando lo sguardo al di sopra e fuori del mondo possiamo vedere. Gesù chiede al Padre di non togliere i suoi fratelli dal mondo, ma di difenderli dal mondo. Oggi la confusione in cui vive la gioventù è tale che ci spinge ad attendere dalla chiesa che sposti la sua attenzione dalla d i f e s a delle verità per concentrarla sulla difesa dal mondo, perché questo è il bisogno reale, storico dell'uomo, e questo cambio significa passare dalla apologetica alla custodia. E la chiesa si troverebbe in vera sintonia con Gesù: Quando ero con loro, conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi …. E dico queste cose finché sono ancora nel mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia ( Gv. 17,12). Mi sono incontrato con qualche giovane prete uscito dagli affollati seminari ideati per venire in soccorso alla fuga dai seminari diocesani, e con molto dolore li vedo portatori del vecchio fermento apologetico che sarebbe il tempo di gettare. La prova che questo fermento è inacidito e quindi incapace di vitalizzare la massa di questa società caotica è l'arroganza con cui difendono lo stile del loro compito pastorale. Non è lontana l'epoca della diserzione massiva dal sacerdozio perché presto scopriranno di trasmettere alla comunità una proposta assolutamente improponibile e inaccettabile. Qual è il fondamento, il senso del verbo che cogliamo sulle labbra di Gesù portatore della sua tenerezza? Li ho custoditi. Che vorrebbe dire stare nel mondo, difesi dal mondo. E difesi non da sbarre, non da muraglie, ma svegli e con l'astuzia del mercante, con la saggezza del contadino, addirittura con la malizia del fattore, perché incaricati di portare avanti il progetto Regno in qualunque mondo, in quello che sparisce lasciando un vuoto enorme, e quello che nascerà nella debolezza dell'infanzia. Paolo ci ha lasciato un progetto di difesa del continuatore di Gesù che è necessario riprendere e aggiornare (Ef 6,10-23). E allora venga il diluvio; possiamo attendere con ferma speranza la generazione post-diluviana e guardare serenamente il futuro: prendete perciò l'armatura di Dio perché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità. Questo primo assetto dell'armatura pensata dagli incontri con i giovani del 2000 mi fa riflettere sulla fragilità generale che noto in loro, che chiamerei insicurezza dell'origine, che deve essere curata per stare in piedi, assicurando i fianchi. Il consumismo, il prendi-consuma-e-getta svaluta alla radice il senso dell'esistenza: la persona, la coppia e infine la famiglia non si sente più legata alla vita, indipendentemente dalla continuità nella pratica religiosa, l'organizzazione del mercato svuota l'essere umano del suo peso. Nonostante il peso specifico di certe occupazioni come il lavoro, lo studio, l'impegno politico tutto è divenuto provvisorio, precario, e la persona si sente come un oggetto gettato nel mondo. Credo che il punto di partenza di una formazione che si ispira al messaggio cristiano debba essere la verità della propria esistenza. Bisogna rimuovere la sensazione quasi visibile nei giovani di essere in una esistenza non pensata né coscientemente accolta ma che si trovano gettata addosso come un indumento troppo pesante; e il mondo in cui vivono favorisce questa sensazione. I giovani devono trovare qualcuno che infonda in loro non una semplice informazione ma quasi una forza viva che entri nella loro carne e dia loro la sicurezza di essere nel mondo perché pensati e voluti da un Padre che è solo amore. E la vita ha un senso solo se scopriamo di essere portatori di dinamiche di amore e di salvezza, e solo su questa base si può costruire; questa è la verità fondamentale di cui bisogna cingere i lombi. E questo non può trasmettere un apologeta, un predicatore di verità astratte e lontane dalla vita, ma unicamente un saggio e un mistico. Vi sono dei doni, dei profondi cambiamenti nella persona non dovuti a leggi biologiche fisse ma a delle grazie che discendono dall'alto. Il grande Saggio, il Maestro non ha trasformato profondamente la nostra vita con le parole ma con il dono di se stesso, e non ha arretrato davanti al rischio di usare parole ripugnanti dichiarando se non mangiate la mia carne non vivrete. Si capisce attraverso una comprensione profonda della narrazione evangelica che Dio non può permettere che l'esistenza umana sia gettata nei mucchi di oggetti che incontriamo al supermercato. L'esistenza dell'individuo è ferma, sicura, irremovibile, quando in qualche modo accoglie in se la assicurazione misteriosa: tu non ci saresti se il mondo non avesse bisogno della tua esistenza. Questo significa cingersi i fianchi della verità e stare bene in piedi. Troviamo questo nel primo capitolo di Geremia, il profeta che più fortemente affronta i tempi maligni: prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo … tu dunque cingi i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che dirò (Ger 1,5-11). Non è irreale, non è un sogno volere che nel cuore dei giovani che avvicino sorga questa voce "alzati e cingi i lombi".
[La seconda parte dell'articolo di fratel Arturo sarà pubblicato nel numero di settembre]
Arturo Paoli