| Meditazione e responsabilità - di Arturo Paoli |
viviamo un'alienazione permanente
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Carlo Carretto mentre conversa con
un bambino
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Sostare nel deserto per incontrare il mistero dell’eterno, per ricongiungerci
con la nostra anima cioè con il nostro vero io, è forse l’unica risposta, l’unica
cura per ogni uomo e donna di coscienza inevitabilmente inquieta ma di buona
volontà (1). Leggendo queste parole nel
contesto di vita attuale ci sembra di ritornare indietro di qualche secolo.
La cronaca del Parlamento italiano parla continuamente di scontri, gli stadi
sono ogni domenica teatro di violenza, nelle scuole la sola voce che riesce
ad impartire insegnamenti è il racconto di noi superstiti di generazioni molto
lontane. La tragedia accaduta di recente in una scuola americana lascia atterriti:
pensare al Regno di pace in questi contesti è veramente una follia; e mi chiedo
spesso se proporre il deserto non sia chiedere qualcosa di assolutamente irreale.
Nella mia gioventù ci fu un’epoca di grande fioritura di scritti che aiutavano
alla meditazione. Molti di quelli che volevano vivere una religiosità più autentica
e soprattutto volevano orientare la loro vita a un impiego positivo e utile
per gli altri, scoprivano facilmente metodi di meditazione e di silenzio. Il
tempo che stiamo attraversando è decisamente anticontemplativo. I mezzi di comunicazione
sempre più perfezionati, le offerte di prodotti non necessari gridati dalla
propaganda e rappresentati da immagini seducenti, tolgono l’io narcisista dal
controllo dell’io vero, profondo. Tutti viviamo in questa alienazione permanente.
Paolo ha rappresentato per noi tutti e per tutti i tempi, questa situazione
drammatica: non riesco nemmeno a capire quello che faccio; non faccio quello
che voglio ma quello che odio. Però se faccio quello che non voglio, riconosco
che la Legge è buona; allora non sono più io che agisco ma il
peccato che abita in me… In me c’è il desiderio del bene ma non c’è la capacità
di compierlo ( Rm 7,14 ss). Vale la pena di fermarci su questo discorso per
capire il fenomeno dell’alienazione, l’epidemia diffusa dal capitalismo che
domina il mondo attuale, creando aggressori e aggrediti, una situazione di conflitto
permanente sempre più grave. Nella sceneggiatura presentata da Paolo è presente
un soggetto che parte da uno stato di buona salute, si tratta di un io robusto,
ben alimentato che sa come e dove alimentarsi, colpito dalla malattia ma con
un organismo robusto, capace di recuperare. Nella situazione attuale ci troviamo
di fronte ad un io debole, che non ha mai fatto una scelta chiara e decisa del
bene, vagamente sa cosa sia il bene ma non se ne è mai nutrito, per usare il
termine di un filosofo attuale, e quindi viene facilmente travolto. E non ha
la capacità di scegliere il deserto. Credo che un risveglio, un rinascere sia
possibile solo attraverso un’esperienza che scuota dalle radici tutta la persona
e agiti la sua sensibilità. La scoperta levinassiana del volto mi sembra importante
e molto attuale. L’alienato può cambiare solo quando scopre che i prodotti che
lo seducono, sono quelli che provocano il bambino scheletrico che lo guarda
con gli occhi immobili e si mostra a lui già afferrato dagli artigli della morte
per denutrizione. In questo momento di intensa commozione, l’io può essere trasferito
in una rotta differente. Il filosofo si sentirà chiamato alla ricerca della
responsabilità di ogni esistenza e la religione potrebbe essere il luogo preferenziale
per comprendere ed assumere questa responsabilità. Traccio queste righe guidato
dalla gratitudine verso lo Spirito perché rivedo con gioia le tappe della mia
esistenza. Questo io, destato dal volto del povero più che dalle parole che
chiedono soccorso, ha poi bisogno di un regime di vita per liberarsi dallo stato
di passività in cui è vissuto fino a quel momento. Il pensatore lascia il percorso
abituale della sua ricerca per scendere sul terreno dell’esistenza. Il giovane
dovrebbe seguire il metodo del deserto; solo in questi spazi di silenzio l’io
autentico scopre la responsabilità di vivere in altro modo, accorgendosi che
nel metodo fin lì seguito, ha prodotto tanto male nel mondo. La commozione provata
in un viaggio turistico può essere facilmente cancellata al ritorno, perché
la pressione dell’ambiente è troppo forte.
Karl Rahner ha scritto: il cristiano del ventunesimo secolo o sarà mistico,
o non sarà nemmeno cristiano. E il monaco camaldolese Benedetto Calati mi ha
ripetuto con un fil di voce negli ultimi giorni della sua esistenza che l’uomo
necessario all’umanità del futuro, sarà il contemplativo cioè l’uomo che sa
trovare e vivere il deserto. La sfida alla nostra generazione ci mette di fronte
ad una decisione certamente molto più difficile che nel tempo lontano della
mia gioventù. Sperimento quotidianamente che otterrei più adesioni se chiedessi
di compiere a piedi scalzi il pellegrinaggio fino a Compostela mendicando il
pane, piuttosto che chiedendo mezz’ora di silenzio per trovare un cantuccio
dove essere soli per sentire rinascere il proprio io vero e metterlo di fronte
alla sua responsabilità. La situazione del mondo attuale è certamente più drammatica
e molto più grave che nel passato: a mali gravi si richiedono necessariamente
rimedi energici e difficili. I seminari vuoti non denunzieranno un bisogno della
società attuale? Meno preti e più contemplativi, meno dottori e più mistici,
meno maestri e più modelli di vita, meno produttori e più compagni dell’uomo
attenti ai reali bisogni di ciascuno. Anche i ‘centochiodi’ piantati sulle pagine
dei libri significano questo.
Nota 1: "Eros Agape, un’unica forma d’amore", A. Meluzzi, Ed. OCD
Arturo Paoli