IN CERCA DI SPERANZE
 conservare lo spazio per l'ulteriorità - di Roberto Mancini

Chi siamo noi che ci interroghiamo sul futuro e continuiamo a sperare? Siamo esseri posti tra due mondi: tra il dolore e la bellezza, dice Albert Camus; tra la realtà insufficiente e la realtà liberata, dice Aldo Capitini. Siamo il crocevia, il luogo vivente di un conflitto e di una nascita possibile. Come possiamo scegliere di favorire la nascita del futuro piuttosto che rimarcare le tante minacce dell’anticreazione? Ci si può aprire al futuro a condizione che si viva il presente. E il presente non è solo l’insieme dei fatti, delle situazioni e delle percezioni in cui siamo immersi ora; il vero presente, rispetto a noi stessi, agli altri, a ogni realtà, è presenza. Presenza a noi stessi, autocoscienza, ma anche presenza agli altri, che non sentiamo più come oggetti in dissolvenza o come una sorta di sfondo scontato e irrilevante intorno a noi. E soprattutto presenza di Dio. Amio avviso chiedersi quale sia un futuro possibile e liberante per noi e come prepararlo, favorirlo, anticipandolo nell’esperienza, da una parte esige di chiedersi chi sia il Dio che continuiamo a nominare perplessi o appassionati, disperati o pieni di speranza; e dall’altra chiede di interrogarsi sull’eventualità del nostro ritorno all’attesa della salvezza. Penso all’attesa anzitutto come apertura massima dell’arco della speranza e della fede secondo una memoria tenace che non reputa mai insensata questa tensione e anzi se ne prende cura. Lo storico Reinhardt Koselleck ha evidenziato nella modernità il fenomeno dell’affievolirsi o dell’abbassarsi di quello che egli chiama l’orizzonte di attesa: gli uomini economici, tecnologici, informatici, che vedono nella modernizzazione il fronte avanzato del tempo storico, si aspettano progressi, miglioramenti, crescite, potenziamenti, ma non aspettano alcuna salvezza. Se l’uomo tecnologico ha ancora a che fare con una salvezza reale, è quella del salvare un file sul computer! Eppure la capacità di stare in attesa è per noi forse più importante della memoria del passato. Quando un essere umano vive senza attesa alcuna, non si aspetta più nulla dalla vita, dagli altri, da se stesso, da Dio, è come se fosse morto. Theodor Adorno nella sua lucida critica della società contemporanea ha parlato della dignità dell’attendere invano: siamo costituiti irriducibilmente come destinatari di una promessa di felicità e in ciò continua a esprimersi la nostra dignità anche quando tutto, nei fatti, infrange le condizioni di adempimento della promessa stessa. In proposito il pensare è una forza critica imprescindibile nel riferirsi al futuro: un pensiero inadeguato, che abbia già delimitato una volta per tutte le possibilità della storia e della vita si preclude la facoltà di capire e di orientare. Ed è ciò che è accaduto con buona parte del pensiero moderno in Occidente, il quale, per dirsi critico e scientifico, ha soppresso tutti quei riferimenti che, proprio come il futuro, chiedono di preservare e di interpretare un elemento di ulteriorità rispetto ai fatti più immediati: l’anima, l’interrelazione universale delle creature, la presenza del Dio vivente, la cognizione di una promessa che riguarda la vita di ognuno e di tutti, l’attesa e la ricerca della salvezza come liberazione e compimento della nostra condizione. Si è voluto cancellare tutto questo affinché l’uomo divenisse adulto. Ma questa, benché travestita da realismo razionale, rimane una prassi tribale: il raggiungimento della maturità chiede di passare per una mutilazione. Credo invece che senza una riflessione critica e non dissolutiva riguardo a tali riferimenti sia impossibile aprirsi all’orizzonte e all’esperienza di un futuro attendibile. L’essere umano è sin dall’inizio e ancora da vecchio, anche mentre muore, un’apertura verso altro; quindi interpretare la sua relazione con il futuro è essenziale per ogni sapienza antropologica e metafisica. Adorno ha considerato una simile riflessione l’espressione dell’integrità del pensiero e infatti soltanto un pensare che non si è mutilato o censurato può leggere il passato, il presente e la novità del futuro nella sua realtà intensiva e qualitativa, dunque nella sua possibilità di redenzione.
È futile chiedersi “che fare?” e cercare direzioni per il proprio agire, se esse non sono raggiunte con la forza intera della propria libertà e nel punto di confluenza con la direzione del proprio modo di esistere. Qualunque sia lo stile attuale di vita per noi, il punto interiore di svolta mi sembra quello del sentirsi nella misericordia di un Dio presente, vivo, e il punto operativo di svolta è quello in cui la nostra libertà, avendo maturato una sua integrità e autocoscienza, vede finalmente nel male con cui ha a che fare qualcosa di non tollerabile, lo avverte come un peso insopportabile e si ribella. Un segno inconfondibile della libertà divenuta matura sta nel fatto che non accetta l’oppressione degli altri. Poiché il male è sempre un dispositivo di schiavitù, e ciascuno di noi potrebbe narrare con quale forma di schiavitù ha lottato o sta ancora lottando. Questa rivolta sposta la posizione esistenziale e anche sociale di chi la intraprende, lo porta sui confini delle contraddizioni non per esasperarle ma per sollevare i pesi che esse comportano. La cosa concreta da fare è portarsi sui confini delle contraddizioni che tuttora rendono pesante la terra e la vita: quella tra violenza e non-violenza, tra capitale e lavoro, tra uomo e donna, tra civiltà umana e natura, tra generazioni, tra salvati e sommersi. Portarsi sul confine, in questo senso, vuol dire scendere agli inferi, al fondo della condizione di quanti soffrono l’irrilevanza, l’isolamento, l’ingiustizia, la discriminazione. Avendo più a cuore il loro riscatto che la propria paura. La paura ha su di noi l’effetto dello sguardo di Medusa: ci paralizza e ci attrae, ci chiude in quell’isolamento interiore che è la premessa di ogni male, il quale prospera nello spezzarsi dei legami affettivi, amicali, fraterni e sororali, ideali, comunitari. Ogni creazione viene da un sogno, ogni male o distruzione da un incubo. Per ognuno di noi si tratta di recuperare la specifica consapevolezza della libertà: posso e devo fare la mia parte per ridurre la sofferenza, per affrontare le cause, per consolare e promuovere liberazione. Man mano che mi inoltro nel cammino di questa libertà in atto, potrò scoprire una misura ulteriore dei poteri positivi del mio agire, del mio essere lì dove altri hanno bisogno di me. Se alziamo lo sguardo sul divenire della storia attuale e lo poniamo in rapporto con il potere d’azione di ognuno, considerando che esso possa attingere alla forza di bene che viene da una vicinanza con il Dio vivente, direi che un simile potere dovrebbe esprimersi lungo tre direzioni principali di trasformazione della realtà. La prima tendenza di ordine spirituale è quella dell’armonizzazione coordinata tra umanità e mondo vivente e tra i singoli e quell’unica rete di esistenze che chiamiamo società. L’aspetto da evidenziare è il suo valore alternativo a quella sorta di idolo indiscusso che si chiama modernizzazione. Quest’ultima impone i suoi imperativi e le sue conseguenze come se fosse una necessità tanto ineluttabile quanto vantaggiosa, benché siano evidenti gli squilibri e spesso le distruzioni comportate da questo culto della potenza tecnologica, della velocità e della razionalizzazione organizzativa del lavoro e delle forme di vita. Contrapporre a questo impulso coattivo verso il progresso materiale, che rimane per pochi eppure vincolante e oneroso per tutti, la scelta della decrescita è importante, doverosa, ma ancora inadeguata. Il processo e la categoria della decrescita indicano una limitazione e un’inversione di tendenza senza però dare l’idea del senso, del valore e dell’orizzonte positivo del cambiamento. Evocano solo un capovolgimento e una contrazione, non una meta che appassioni individui e gruppi attirando in profondità energie sociali e creative. La decrescita diventa concreta e prende senso nel contesto di una cultura dell’armonia che investa la vita interiore e quella interpersonale, la vita pubblica e il rapporto con il mondo naturale. Promuovere armonia, più che la semplice decrescita, significa proporre alle coscienze una meta e anche un metodo assimilabili quotidianamente. L’armonizzazione configura un orizzonte di significati, di processi, di forme di prassi, di sentimenti che possono far incontrare le persone con la propria anima e con gli altri. Qui è cruciale il passaggio dalla posizione dell’io narcisista e convinto della propria separazione da ogni altro essere sino all’anima consapevolmente partecipe della rete universale delle vite. La seconda tendenza di ordine giuridico-politico consiste nel riordinamento costituzionale delle aree geopolitiche del mondo attraverso la creazione di sistemi macroregionali di pace e di diritto coordinati da un organismo deliberativo mondiale di tipo federale. I tratti essenziali sono molteplici: la capacità di tradurre l’etica universale della dignità umana in un quadro normativo, il legame vitale tra processo costituzionale, compromesso pacifico tra parti antagoniste e metodo della non-violenza. Al di fuori di un processo di formazione di un nuovo ordine costituzionale i conflitti che ogni sono in corso non trovano le loro condizioni di realizzazione. Il costituzionalismo è un buon conduttore di energia democratica nonviolenta e chiunque, dal piccolo paese alla rete degli enti locali, dal singolo agli organismi collettivi, può concorrere al suo sviluppo. Nel costituzionalismo vedo una parte della risposta a quello che Bonhoeffer chiamava “il problema più importante per il futuro”, ossia la questione di “come sarà possibile individuare insieme la base per la convivenza degli uomini, quali realtà dello spirito e quali leggi faremo valere come fondamento di una vita umana dotata di senso”. La terza tendenza, di ordine antropologico, culturale e sociale, è quella del risveglio delle nuove generazioni all’azione trasformatrice della storia, un fenomeno riguardabile ancora oggi nei termini profetici utilizzati da Giorgio La Pira nel 1968: “come le rondini, le nuove generazioni lasciano il continente freddo dell’inverno storico e si muovono irresistibilmente verso il continente tiepido della primavera storica che esse irresistibilmente e irreversibilmente – malgrado tutti i venti contrari – cercano”. La novità cui alludo va oltre l’elemento cronologico: queste generazioni sono nuove non tanto perché anagraficamente più recenti delle altre, quanto perché e se alimentano in modo inedito la rivolta nei confronti dell’antichissima legge della violenza come fondamento più o meno dissimulata dell’ordine sociale. L’esodo di questa porzione di umanità dal novero dei sacrificati per assumere invece la posizione di soggetti che senza violenza lottano per spezzare il sistema sacrificale che soffoca ancora la storia, mi sembra un passaggio indispensabile per giungere al futuro. Queste tre tendenze mi sembra rappresentino il vero orizzonte per l’azione storica oggi, l’azione che deve preparare l’accoglienza del futuro e coltivarlo come un seme ancora vivo nel passato e in crescita nel presente. Ma questa azione non nasce da sé, sboccia da un incontro che in noi è richiesto dalla libertà in persona. L’incontro con la presenza di Dio. E oltre il dubbio e la convinzione, esso inizia realmente lì dove la libertà di uno inizia a vedere gli altri, sin nel fondo del loro patire, come fratelli e sorelle.

Roberto Mancini

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