| PSICOLOGIA E SPIRITUALITA' - febbraio 2008 |
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SIAMO UN “POTENZIALE” DI AMORE
sfide e percorsi per amare
di don Mario De Maio
Non so amare, non sono stato amato. I miei genitori non si amavano e quindi
non so cosa significa amore.
Affermazioni come queste, con sfumature diverse, sono il ritornello che
spesso imprigiona come in una gabbia le persone più ferite nell’amore.
Come uscirne? È possibile per chi non abbia sperimentato un vissuto di
accoglienza e tenerezza attraverso il quale strutturare una identità
positiva? Il discorso è molto ampio e complesso, non pretendo di esaurirlo,
ma vorrei proporre alcune riflessioni che ho maturato attraverso la mia esperienza
di psicoterapeuta e di formatore. Igrandi nemici dell’amore sono la paura
e l’angoscia, che ci chiudono in noi stessi ostacolandoci l’apertura
agli altri e alla vita. La paura di sbagliare, la paura della disapprovazione
e del giudizio, la paura del rifiuto e della non accoglienza, frutto magari
di antiche esperienze, ci impediscono di credere, accettare e offrire l’amore.
La paura agisce come timore di ricadere in vecchie esperienze e costringe a
bloccare le energie di amore che abbiamo in noi. L’angoscia è uno
stato d’animo che schiaccia la persona in una situazione di totale immobilità.
Gli psicoanalisti usano questo termine per indicare uno stato patologico nel
quale domina la paura come reazione alle minacce rappresentato dall’esterno
o anche dal proprio mondo interno. Potrebbe sembrare una situazione senza speranza.
In realtà io credo che ad ogni uomo sia data sempre una possibilità
per vivere. Ci siamo rappresentati spesso l’uomo come un ‘recipiente
da riempire’ con l’amore che viene dall’esterno, prima dai
genitori e poi dalle altre persone significative. Quante volte parliamo di ‘vuoto
d’amore’ pensando che qualcuno (il genitore, lo psicoterapeuta,
l’amico, il coniuge) possa riempire il cuore o la mente della persona
che sta soffrendo con una pozione magica capace di dare colore e vitalità
alle sue emozioni, ai suoi pensieri, alle sue giornate. Certamente la presenza
dell’altro è necessaria, ma vorrei proporvi di approfondirne il
senso. L’uomo infatti non nasce come un ‘vuoto da colmare’
ma come il ‘custode di un potenziale d’amore enorme’ che gli
viene consegnato all’inizio della vita per essere sviluppato nel corso
di tutta l’esistenza. Lo possiamo considerare come un talento che nessuno
ci può togliere, ma che per emergere ha bisogno di essere scoperto e
coltivato. Ha bisogno di maestri e di guide, ma soprattutto della nostra consapevolezza
che esso è il nostro valore. Il potenziale di amore che custodiamo è
sempre una ricchezza, anche quando non ha avuto la possibilità di esprimersi
adeguatamente nei giusti tempi della crescita e porta il segno di ferite e mancanze.
Quali sono le strade da percorrere per portare alla luce il nostro potenziale?
Accenno ad alcuni possibili percorsi. Il primo è imparare a nutrire un
sano amore di sé. Se i genitori o altre persone significative non ci
hanno amati quanto avremmo voluto, questo non deve portarci a pensare che non
siamo amabili e che non abbiamo i ‘requisiti necessari’ per essere
amati. È un percorso lungo di elaborazione per accettare di andare oltre
al proprio passato, con umiltà e fiducia. Consapevoli, come per un musicista,
che occorre tanto allenamento per recuperare la forma, ma che il proprio talento
è intatto. Non si tratta di egoismo, ma di un sano narcisismo che permette
alle persone di investire positivamente su se stesse. In questo senso offrirci
ciò di cui siamo stati privati è certamente un buon passo verso
la maturità affettiva. Sarà la vita ad aprire nuovi orizzonti
di relazione e di crescita. In questa dinamica nei momenti di sofferenza e solitudine
che a tutti è capitato di vivere si ha bisogno di presenze affettuose
che ci facciano ritrovare il gusto e il piacere del vivere. Le comunicazioni
di amore che altri ci offrono ci possono aiutare a rientrare in quel circolo
virtuoso di fiducia che ci ricollega alla vita e alla sua inesauribile ricchezza.
Possiamo essere noi stessi ad andare a bussare alla porta delle persone amiche
che ci possono dare una mano. Un ultimo pensiero voglio ricollegarlo all’insegnamento
psicologico e profetico di Gesù, il quale ha proposto l’esperienza
di un gruppo di amici e fratelli che condividono l’obiettivo della crescita
nella capacità di amare e di vivere. Inserirsi in piccole realtà
che perseguono questa finalità nel cammino quotidiano può essere
un modo per scoprire un’altra forma di quel potenziale d’amore che
possediamo.
CHE COS’È IL MALE?
ogni forza nasce dalla vita
di Agnese Mascetti
Mi stai dicendo delle cose che mi mettono a disagio, mi fanno male. Esprimi
un giudizio così tagliente da mozzarmi il fiato. Come mai sei così
negativa oggi? non ti va bene niente di tutto ciò che stiamo dicendo.
Credo sia facile per tutti tradurre e raccontare che cosa è la ‘negatività’
pensando al proprio quotidiano, nello spessore dei vissuti, nell’esperienza
con noi stessi, nelle relazioni con gli altri. Mi domando: che cos’è
la negatività? Che cosa ci sta dietro? Può nascere da un nostro
modo di porci e di metterci in relazione con la realtà? Dal caricare
ciò che stiamo vivendo con emozioni, sentimenti, energie orientate alla
distruttività, alla rabbia, alla vendetta? Ogni forza nasce dalla vita
che pulsa in noi, ma questa energia positiva può cambiare di segno e
tradursi in gesti, atteggiamenti, comportamenti che generano negatività,
che spesso sfuggono al nostro stesso desiderio. Qualche settimana fa, ho ascoltato
la testimonianza di una psicoanalista nella presentazione di un caso clinico.
È una storia che sicuramente non appartiene al quotidiano, e che ci ha
presentato mettendo in luce la ‘verità psicoanalitica’ nascosta
in essa e che non può sovrapporsi né sostituirsi alle altre ‘verità’
in essa contenute: processuale, morale, sociale. Ci ha raccontato la storia
di una donna, abbandonata dai genitori piccolissima, successivamente adottata,
i cui genitori adottivi sono morti entrambi quando lei era ancora molto giovane.
Cresciuta, si è sposata e ha avuto due figli. Ad un certo punto non ce
l’ha più fatta e ha tentato di uccidersi insieme ai suoi bambini.
I piccoli sono morti e lei è sopravvissuta. Ora è in carcere,
condannata per omicidio. In un colloquio con la psicoterapeuta, è riuscita
a dirle il suo ‘punto di vista’: “non volevo uccidere i miei
bambini, volevo morire ma non volevo che subissero la stessa sofferenza di abbandono
che avevo vissuto io”. È una storia estrema, certamente. Sul piano
psicologico esprime il gemito dell’uomo che desidera vivere e non ce la
fa. Esprime il gemito della sofferenza, la tragicità della vita umana:
ogni persona, anche la più incallita nel male, se potesse pronunciare
una sua parola, esprimerebbe forse un gemito in cerca di amore. La storia di
questa donna è una ‘gigantografia’ della mancanza d’amore,
del vuoto di affetto presente nell’esperienza personale di tanti. Essa
è la fonte delle nostre ripetizioni, dei fallimenti, delle disperazioni,
delle depressioni. Quando l’elaborazione delle proprie ferite permettono
di ‘mentalizzare’ il male vissuto, di portare alla parola, finalmente
ascoltata e accolta, i fantasmi, le paure, le angosce che portiamo dentro, nasce
la certezza che niente è piccolo, banale, senza valore e si liberano
nuove energie di amore e di vita. La psicoanalisi può costituire una
opportunità. Aggiungo uno spunto di riflessione sul piano spirituale,
che credo sia strettamente legato ad un percorso di ricerca di senso. In quella
stessa voragine di amore vi può essere anche l’origine della nostra
spinta ad amare. Dallo stesso vuoto d’amore che ci può far valutare
le cose in modo distruttivo, possono nascere la sensibilità e l’empatia
verso le ferite degli altri. L’ultima parola è ancora quella dell’amore
come sfida che san Paolo intuisce e ci testimonia: “Vinci il male con
il bene” (lettera ai Romani). In questo senso non è la morte ad
avere l’ultima parola, quella definitiva. Abbiamo l’intera vita
per imparare ad amare e nei mille tentativi confusi e inconcludenti la Vita
ci sostiene e ci offre la possibilità di riprovare.
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