| PSICOLOGIA E SPIRITUALITA' - marzo 2008 |
![]() |
SE LA CRISI E' NELLA COPPIA
"tutto nasce e muore nello stesso momento"
Gentilissimo don Mario,
mi chiamo Luisa, ho 41 anni, sono sposata da 5 e ho un bambino di 4 anni. Sono
venuta al convegno di Monte Senario e ho potuto ascoltare la relazione tenuta
da lei e dal professor Gullotta sul “Difficile Amore” e, prima di
tutto, devo dirle grazie. I motivi sono tanti ma fondamentalmente uno: mi sono
sentita aiutata e capita in questo momento della mia vita non proprio semplice.
Ho fatto un percorso di analisi per diversi anni per cui sono abituata ad avere
un dialogo profondo e una certa elaborazione mentale, ma da quando mi sono sposata
tutto questo è finito. Ho cercato di portare questo mio modo di essere
nel nostro rapporto ma lui è diverso da me. All’inizio questo mio
disagio si manifestava in grandi litigi, la mia aggressività saliva alle
stelle poi piano piano mi sono rassegnata, ma il mio disagio interiore cresce
sempre di più, mi sto allontanando interiormente da mio marito, non riesco
più a dirgli niente di me, il nostro rapporto non cresce, anche il nostro
rapporto più intimo ne risente, non ci cerchiamo. Ho cercato di parlare
di tutto ciò con il mio padre spirituale, ma non ho trovato risposte
capaci di sostenermi in maniera continua; i suggerimenti pur buoni, non hanno
raggiunto la profondità necessaria su cui poter costruire un mio rinnovato
modo di essere dentro a questo matrimonio, una nuova prospettiva. Quando ho
sentito le sue parole e quelle di Gullotta mi si è aperta una porta che
credevo inesistente. Non sto qui a ripeterle ciò che conosce benissimo,
le dico solo che le ho scritto perché io da sola non riesco a portare
avanti questa relazione in modo positivo, in modo “vivo”; non riesco
a contenere ciò che di buono nasce per dargli una continuità:
tutto nasce e muore nello stesso momento ed è per questo che ho bisogno
di un “terzo”, qualcuno con cui poter costruire un cammino di crescita
umana e spirituale. Ecco, mi rivolgo a lei per avere un consiglio se tornare
dal mio analista, se fare dei colloqui periodici con qualcuno, se ha dei libri
da suggerirmi. La cosa che in tutti questi anni mi ha caratterizzato è
stata il mio desiderio di vivere, di crescere, ho investito energie e soldi
in questo ed ora non voglio morire, ho un bambino che adoro e che voglio far
crescere nel miglior modo che mi è possibile, ma ora devo riconoscere
che ho bisogno di aiuto.
Luisa
Cara Luisa, dalla sua lettera traspare una forte determinazione a difendere
i processi di vita che da anni sono oggetto della sua passione. Mi complimento
con lei per aver colto che l’aiuto spirituale non può bastare quando
il problema si colloca ad un livello squisitamente psicologico, ed è
quindi connesso con dinamiche inconsce. Credo che la sua deteminazione nasca
anche dalla relazione tra lei, suo marito e suo figlio che sente ancora come
un valore a cui non rinunciare. Purtroppo la routine quotidiana e le mille occupazioni
non sempre ci consentono di dedicare spazio ed energia a ciò che ci sta
più a cuore. Il suo desiderio credo che debba orientarsi a creare situazioni
in cui gli ostacoli alla vostra relazione possano essere superati. È
possibile che siate su due binari diversi con attese reciproche non dette o
date per scontate. Uno spazio comune in cui la vostra relazione possa essere
oggetto di riflessione con l’accompagnamento di un esperto, quando anche
suo marito sarà pronto a farlo, potrebbe esservi utile. Nell’attesa
la spiritualità ci dice che lo strumento sempre efficace è quello
di trovare nel silenzio tutte le finezze della positività e dell’amore
per avvolgere la vostra famiglia e in particolare la vostra relazione di quell’ossigeno
che permette alla vita di dilatarsi ed esprimersi.
don Mario
EDUCARE ALLA RELAZIONE
Il male di vivere
di Agnese Mascetti
In Giappone esiste un gruppo giovanile che ha l’obiettivo di vivere e
comunicare unicamente attraverso internet escludendo ogni contatto reale con
gli altri. Anche in Europa sembra stia prendendo piede. Contemporaneamente,
qualche giorno fa, un’amica insegnante di liceo mi parlava della sua fatica
a suscitare un dialogo vero e profondo con i ragazzi di una classe a seguito
della morte, nell’arco di una settimana, di cinque loro amici in due incidenti
stradali. Abituati a vedere alla tv solo morti “virtuali” o cronache
di situazioni lontane mezzo globo dalla loro realtà quotidiana, la reazione
comune era stata un profondo senso di scoraggiamento e di impotenza di fronte
al mistero che segna la nostra realtà umana. L’esperienza diretta
della crudezza della morte, scioccante e sconvolgente, ha messo a nudo l’incapacità
di dare nome alle emozioni, di interrogarsi sulla fragilità e sul limite.
Inoltre, in ambito educativo, emerge la difficoltà di riflettere sul
valore dell’esistenza e sull’importanza di divenire attori di un
personale progetto di vita. Nel vissuto dei giovani di oggi predominano la noia
e l’apatia e spesso sono schiacciati dalla paura di un futuro senza sbocchi,
dall’incapacità di scegliere e di affrontare la vita nella sua
realtà concreta, con i suoi limiti e le sue incognite. In questo processo
uno degli elementi in gioco è certamente il principio dell’autorità.
I genitori di oggi frequentemente non sanno proporre ai loro figli dei ‘no
costruttivi’, che li aiutino a dare un giusto contenimento al consumo
illimitato e tiranno delle cose, vissuto unicamente come fonte di piacere e
di godimento. L’odierna società dei consumi impedisce alle nuove
generazioni di avvertire la necessità della relazione. Gli infiniti oggetti
con cui riempie le loro esistenze costruiscono l’illusione di una pienezza
che non ha bisogno dell’altro. In questo modo i giovani evitano l’esperienza
di ‘scontrarsi’ con la presenza altrui e di ‘incontrare’
il limite necessario a strutturare la propria identità. È proprio
il limite il confine che permette alla persona di uscire dall’illusione
che il ‘tutto virtuale’ sia in grado di costruire la consapevolezza
di sé, di schiudere il senso dell’esistenza e di far gustare la
felicità della vita nella realtà e nelle relazioni. Tanti gruppi
giovanili si formano con il solo scopo di ‘fare delle cose’ per
il proprio esclusivo tornaconto e piacere, apparentemente lontani e ignari dal
pensare che si possa sperimentare il gusto di vivere facendo qualcosa per gli
altri. La ricerca di godimento orientata al solo possesso e uso delle cose,
non permettendo l’accesso all’esperienza del gusto profondo del
vivere, diventa una delle “malattie” di cui inconsapevolmente rischiano
di soffrire e restare soffocati gli adolescenti e i giovani di oggi. Sempre
più spesso ci si allontana artificiosamente dalla fatica del contatto
reale con chi ci sta vicino, dal confronto che ci pone di fronte alle differenze
e al limite, ci si preclude l’esperienza della frustrazione, della delusione,
dell’attesa. Un simile percorso sembra lontano anni luce dall’isolarsi
nel solitario godimento col computer, dove tutto è virtualmente e dunque
potenzialmente possibile, e le porte senza limiti di un godimento totalmente
ripiegato su di sé si spalancano. Come ha scritto di recente lo psicoanalista
Massimo Recalcati: “Credo sia questo uno dei nodi tragici delle nuove
generazioni: non è tanto nell'esperienza del nulla, nell'assenza di fondamento,
nel limite della ragione tecnologica, ma in un troppo pieno, in un'assenza di
pensiero; o, se si preferisce, in un vuoto che non ha più niente di metafisico
perché è, in realtà, solo il prodotto rovesciato del pieno
derivato dal godimento”. Quale sfida spetta agli adulti di oggi? Credo
che dovremmo forse trovare il coraggio di mostrarci come siamo, condividendo
la fatica del tempo di crisi che stiamo attraversando. Dovremmo cercare di essere
presenti nella vita dei ragazzi senza mascherare i nostri dubbi, le inquietudini,
le incertezze che proviamo. Senza tuttavia rinunciare a pronunciare quei ‘no’
che possono suscitare le loro ire, ma che dimostrano loro che non sono soli
a combattere con le difficoltà di una fase della vita particolarmente
delicata e difficile. Provando ad interrogarci sul senso dei ‘sintomi’
di disagio manifestati da giovani e adolescenti, senza etichettarli subito come
‘patologici’, può aiutare gli adulti (genitori, insegnanti,
operatori sociali, educatori ecc.) a cogliere i contorni più sfumati
e quotidiani dei problemi che le nuove generazioni portano con sé. È
solo la capacità di sentire, di parlare e di pensare, esprimendo una
parola su di sé, che permette all’uomo di ‘strutturare’
la propria identità. Educare all’umano è, oggi più
che mai, educare alla relazione.
Torna al sommario della rivista