| Vivere con la lebbra sotto le cascate delle meraviglie |
Il sindaco: a Foz de Iguazù si campa con un dollaro al giorno, missionari e volontari tengono accesa la speranza
Sembrano
botti, questi rumori che squarciano la notte. Ma le voci che li accompagnano
non sono voci di festa, ma grida, urla disperate. Qualcuno è morto ammazzato,
stanotte, nella città nuova. "Ciuidade nova" è infatti il grottesco nome
della favela che si distende a poche decine di metri dalla missione religiosa
nella quale dormiamo, qui a Foz de Iguaçu. La mattina le suore commentano
con rassegnazione un avvenimento del quale le sconcerta la normale, quotidiana,
ripetizione. Eravamo stati proprio lì, il giorno prima. Una pioggia battente
aveva trasformato i viali in fiumi marroni, i piccoli spazi davanti alle case
in autentici laghi. Una famiglia del Paraguay, paese che è a cinquecento metri
da qui, è asserragliata in una baracca tutta storta. Ci guardano dall'uscio,
non possono uscire, imprigionati in questa scatola di lamiera.
Abbiamo girato a piedi la favela, con le suore e Padre Giuliano che gestisce
la comunità religiosa che con Dokita, una organizzazione del volontariato romano,
ha costruito e gestisce un ambulatorio, una pre-scuola, luogo di formazione
e di gioco per i ragazzi delle favelas. Qui, a Foz de Iguaçu, ci sono le più
belle cascate del mondo. Qui c'è la diga di Itaipù, la più grande del mondo.
Ma solo qui ci sono cinquanta favelas e ogni anno si contano duecento casi di
lebbra. Il 36% delle gravidanze e' sostenuto da minori di sedici anni. Centomila
persone, su duecentosettantamila, vivono con meno di un dollaro al giorno. Un
festival della diseguaglianza, lo stesso che caratterizza il Brasile. Lo stesso
che caratterizza tutto il mondo. Ricchi alberghi esclusivi e baracche senza
acqua, luce e fogne. Ville blindate e protette da uomini della sicurezza privata
e milioni di persone senza un lavoro e con solo la violenza nelle mani. Nella
"Ciuidade nova" una bambina di dodici anni ci fa entrare nella sua baracca.
Di solito lì vivono i suoi fratellini e sua nonna. I genitori sono spariti.
Quando ci accoglie è sola. E' una bambina bellissima, con uno sguardo dolce,
un sorriso gentile, dei modi educati. Il sogno che ci dice di avere, quando
glielo chiediamo, è di diventare modella. E quella parola, sembra assurda pronunciata
da una bambina smagrita, in una casa di bandoni, in una favela allagata. Suor
Rosa, Suor Anita, Suor Aurelia e suor Annamaria, che la conoscono bene, mi raccontano
la storia di questa creatura. Mi dicono che, alla loro pre-scuola, era molto
agitata. Non stava mai ferma, era nervosa, non si sedeva mai. Suor Rosa vedeva
che spesso si recava in bagno. Un giorno la seguì e scoprì che aveva le mutandine
sporche di sangue. Era scabbia, che la stava divorando. E sempre Suor Anita
mi racconta di aver visto morire, tra le sue braccia, un bambino di otto mesi
che non c'è mai stato. E' morto prima che lo registrassero all'anagrafe. E'
passato sulla terra senza lasciare traccia. In questa missione c'è Padre Abbondanzio,
veterano di queste esperienze. E' un uomo di settant'anni, gagliardo come qui
bisogna essere, che è stato ventitré anni in Camerun. Poi lo hanno fatto rientrare
in Italia. Ma non ce l'ha fatta. Aveva bisogno di una missione ed è venuto fin
qui. E sono persone così che tengono viva la speranza. Persone come Padre Arturo
Paoli, ottantasei anni, che con l'organizzazione romana "Ore undici", ha
trasformato in realtà un sogno. Sono nate cinque case-famiglia per bambini orfani
ed un centro meraviglioso, l'Afa, per la cura formativa e sociale dei ragazzi
delle favelas. Un posto bellissimo dove si insegna a studiare, a lavorare, a
ballare. Lì nascerà, e noi li aiuteremo a farlo, un campetto di calcio. I ragazzi
porteranno una maglietta con la scritta "Afa-Comune di Roma". Sarà la nostra
squadra del cuore.
Bisogna vederli questi posti del dolore. E bisogna conoscere la loro violenza
e l'orrore dell'ingiustizia sociale che li produce. Ma si può davvero aprire
il cuore alla speranza parlando con quei meravigliosi esseri umani che, per
ragioni di fede o per motivazioni etiche, hanno deciso di vivere solo per i
deboli. Sono persone serene. Sono qui, immersi nella tragedia umana. Ma sono
felici, sono vivi. Noi, tutti noi, non abbiamo il diritto di lasciarli soli.
Valter Veltroni
Sindaco di Roma
* Tratto da "Il Messaggero" del 2 febbraio 2002