
ORE UNDICI SOLIDARIETÀ
QUARANTA GIORNI DI BRASILE
incontro con Gianna De Cecchi
Quanto tempo occorre per incontrare un mondo e la sua cultura, i suoi abitanti? E quanto ne occorre per ritornare nel proprio mondo, quando il viaggio finisce? Ho incontrato Gianna De Cecchi a Padova il 15 dicembre, undici giorni dopo il suo rientro in Italia, dopo quaranta giorni trascorsi in Brasile, tra Foz do Iguaçu e Salvador de Bahia. Insegnante di lettere e storia in pensione, appassionata viaggiatrice per spirito di conoscenza più che di avventura, studiosa di lingue e dunque con una buona padronanza del portoghese, Gianna si è riservata quaranta giorni per “stare” con i brasiliani, “un popolo che amo e che mi attira, per il suo carattere, per la sua storia”.
Il suo racconto scorre fluido dal Paranà a Bahia, intreccia volti indios incontrati nell’interno del Paranà con quelli di colore conosciuti a Salvador, confronta la ricchezza del sud con l’arretratezza del nord, “c’è una generazione di scarto nelle condizioni di vita”. Poi entra nel quotidiano vissuto a Foz, a Madre Terra, guidata dal mio libro su Arturo Paoli, che Gianna ha “restituito” ai brasiliani per la parte che li riguarda: “ho letto loro alcune pagine, era importante per loro ritrovarsi all’interno di una storia, ricongiungersi con Arturo che a Foz è presente ovunque...”. Insegnante, madre, nonna, Gianna ha fatto amicizia soprattutto con le donne, e con Geneci tra tutte. “Ma tu quando sarai anziana assomiglierai a Gianna?” ha chiesto una sera Reginaldo a Geneci, che è sua moglie. “Cosa vuoi dire?”. “Voglio dire che sarebbe bello!”. Una sera poi, per non lasciarla sola nella casa del Remanso, Geneci e la figlia Livia sono andate a dormire da lei. Quella sera si è fatto scuro, è arrivata una tempesta, quasi un uragano, ha scoperchiato case, ha abbattuto tetti. Quello della casa di Reginaldo e Geneci è crollato, la cameretta di Livia si è riempita di tegole e calcinacci. Livia dormiva nella casa del Remanso, tranquilla. Chiamalo miracolo, destino, caso, comunque sia qualcosa è, e resta impresso nella memoria. Lungo il viale di Madre Terra, a terra, c’era un tappeto di frutta, un tipo di frutta che loro non raccolgono. Ne ho raccolto un cesto, l’ho assaggiata, e ho provato a fare una crostata. Poi a colazione l’ho offerta ai ragazzi, l’hanno mangiata e gustata con piacere! Geneci, Loreni e Luzinete hanno imparato a farla, l’ultimo giorno ne abbiamo preparato una teglia lunga così! C’è così tanta richiesta dei prodotti agricoli, un mercato in crescita attento alla qualità, che secondo me dovrebbero avviare la produzione e vendita di marmellate, conserve... andrebbero a ruba, e poi anche per l’agriturismo, per offrire piatti preparati con i prodotti dell’orto e del frutteto...”. Perché il Brasile è un paese in crescita, l’aria che si respira è tutt’altra da quella italiana. “È un paese che guarda al futuro, che investe nella scuola, nella salute e nell’ambiente. Appunto nel futuro. Hanno una grandissima ammirazione per la Presidente Dilma, come ce l’hanno per Lula, per gli aiuti che hanno dato per migliorare la vita dei poveri, per alleviare il problema della fame, della casa, delle condizioni igieniche. Anche la scuola, i programmi di alfabetizzazione come quelli dell’istruzione primaria e secondaria, ha fatto passi in avanti, è migliorata l’istruzione pubblica, che è quella cui accedono i ceti medi e bassi, che si avvicina al livello delle scuole private”. Più equo, più sano, più giovane: il Brasile sta vivendo una stagione migliore dell’Italia. Visitarlo aiuta, forse, a ritrovare un po’ di speranza per il futuro, anche nostro.
di S. P.
(gennaio 2012) |
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