Dopo la peste torneremo a essere umani (di David Grossman)

di David Grossman  (“la Repubblica” del 20 marzo 2020)

È più grande di noi, l’epidemia, e in un certo senso non riusciamo a concepirla. È più forte di qualsiasi nemico in carne e ossa che abbiamo mai affrontato, di qualsiasi supereroe che abbiamo mai immaginato o visto nei film. Talvolta un pensiero agghiacciante si insinua in cuore: questa, forse, è una guerra che perderemo. Dalla quale usciremo sconfitti a livello mondiale. Come ai tempi dell’influenza “spagnola”. Subito però respingiamo una tale eventualità. Perché mai dovremmo uscirne sconfitti? Siamo nel XXI secolo! Siamo sofisticati, computerizzati, equipaggiati con uno stuolo di armi, vaccinati, protetti dagli antibiotici…

Eppure qualcosa ci dice che stavolta le regole del gioco sono diverse al punto che, al momento, di regole non ce ne sono proprio. A ogni ora contiamo con orrore i malati e i morti in ogni angolo del globo mentre il nemico che abbiamo di fronte non mostra segni di stanchezza o di cedimento nel mietere vittime. Nell’usare i nostri corpi per riprodursi.

C’è un che di minaccioso nella mancanza di volto di questa epidemia, nella sua aggressiva invisibilità. Sembra voler aspirare in sé tutto il nostro essere, che all’improvviso ci appare fragile e indifeso. Anche l’infinità di parole spesa negli ultimi mesi non è riuscita a rendere questo contagio un po’ più comprensibile e prevedibile.

«Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo», scrive Albert Camus nel suo libro La peste, «pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare… pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro…?».

Lo sappiamo: una certa percentuale della popolazione sarà infettata dal virus. Una certa percentuale morirà. Negli Stati Uniti si parla di oltre un milione di probabili decessi. La morte è tangibile. Chi può, rimuove questo pensiero. Ma chi possiede una fervida immaginazione — come l’autore di queste righe, per esempio. E quindi le sue parole vanno prese con un pizzico di scetticismo — è vittima di visioni e scenari che si moltiplicano a una velocità non inferiore a quella della diffusione del virus. Quasi ogni persona che incontro proietta su di me le diverse possibilità del suo futuro nella roulette dell’epidemia. E della mia vita senza di lui, o lei. E della sua senza di me. Ogni incontro, ogni conversazione, potrebbe essere l’ultima.

Il cerchio si stringe: sulle prime hanno proclamato «cancelliamo i voli». Poi hanno chiuso i bar, i teatri, gli impianti sportivi, i musei, gli asili, le scuole, le università. L’umanità spegne i suoi lampioni, uno dopo l’altro.

Improvvisamente nelle nostre vite è in atto un dramma di proporzioni bibliche. «E il Signore mandò una mortalità nel popolo» ( Esodo , 32, 35). E la mandò in tutto il mondo. Ognuno di noi è parte di questo dramma. Nessuno ne è esente. Nessuno è meno coinvolto degli altri. Da un lato, a causa della natura dell’ecatombe, i morti che non conosciamo non sono che un numero, persone anonime, senza volto. Dall’altro, osservando i nostri cari, avvertiamo quanto ogni essere umano racchiuda in sé un’intera, insostituibile civiltà. L’unicità di ciascuno irrompe con un grido improvviso e, come l’amore ci porta a scegliere un’unica persona fra le tante che transitano nella nostra vita, così fa la coscienza della morte.

E sia benedetto l’umorismo, il miglior modo di affrontare tutto questo. Quando riusciamo a ridere del Covid-19 proclamiamo, di fatto, che non siamo completamente paralizzati. Che abbiamo ancora libertà di movimento. Che continuiamo a combattere e non siamo vittime indifese (in realtà lo siamo, ma abbiamo trovato un modo di aggirare questa orribile consapevolezza, e persino di riderne).

Per molti l’epidemia potrebbe trasformarsi in un evento cardine, fatidico per il prosieguo della vita.

Quando si attenuerà, la gente potrà finalmente uscire di casa dopo una lunga quarantena e scoprire nuove e sorprendenti possibilità, generate forse dal contatto con il fondamento stesso della nostra esistenza. Magari la morte tangibile e il miracolo della salvezza scuoteranno donne e uomini. Molti perderanno i loro cari, il lavoro, la fonte di guadagno, la dignità. Ma quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui.

La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità. A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. A capire che il tempo — e non il denaro — è la risorsa più preziosa. Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno — per poco, probabilmente, ma ci faranno un pensierino — perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza. Ci sarà anche chi rivedrà le proprie opinioni politiche, basate su ansie o valori che si disintegreranno nel corso dell’epidemia. Ci sarà chi dubiterà delle ragioni che spingono un popolo a lottare contro un nemico per generazioni, a credere che la guerra sia inevitabile. È possibile che un’esperienza tanto dura e profonda come quella che stiamo vivendo induca qualcuno a rifiutare posizioni nazionalistiche per esempio, tutto ciò che ci divide, ci aliena, ci porta a odiare, a barricarci. Ci sarà forse anche chi, per la prima volta, si domanderà perché israeliani e palestinesi continuino a lottare e a distruggersi la vita a vicenda da oltre un secolo, in una guerra che avrebbe potuto essere risolta da tempo.

Il ricorso all’immaginazione nell’attuale baratro di disperazione e di paura ha una forza tutta sua. Ci permette di vedere non solo scenari catastrofici ma di mantenere una certa libertà mentale. In tempi facili alla paralisi è una specie di ancora che, dal baratro della disperazione in cui ci troviamo, lanciamo verso il futuro, trascinandoci poi verso di essa. La capacità di immaginare tempi migliori significa che non abbiamo ancora lasciato che l’epidemia e la paura prendano il sopravvento su di noi. C’è quindi da sperare che, quando il pericolo del contagio sarà passato e si respirerà un’atmosfera di risanamento e di ripresa, la gente mostrerà una diversa disposizione di spirito: sarà pervasa da un senso di leggerezza, di nuova freschezza. Potrebbero scoprirsi, per esempio, gradevoli segnali di innocenza, privi di qualsiasi cinismo. E forse, per qualche tempo, saranno consentite anche manifestazioni di tenerezza. Forse capiremo che questa micidiale epidemia ci consente di liberarci di strati di grasso, di laida avidità, di pensieri grossolani e rozzi, di un’abbondanza divenuta ormai eccesso che comincia a soffocarci (perché diavolo abbiamo accumulato così tanta roba? Perché abbiamo seppellito la nostra vita sotto montagne di oggetti che non vogliamo?).

Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. Facciamo parte del medesimo tessuto umano, labile al contagio come stiamo scoprendo, e il bene di ciascuno di noi è, alla fin fine, quello di tutti. Il bene del globo su cui viviamo è anche il nostro, ed è determinante per il nostro benessere, la purezza del nostro respiro, il futuro dei nostri figli.

E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia. Nel darci la sensazione che gente dagli interessi fin troppo palesi ci manipoli, facendoci il lavaggio del cervello e derubandoci del nostro denaro. Non parlo dei mezzi di comunicazione di massa seri, coraggiosi, incisivi, inquisitori, ma di quelli che da tempo hanno trasformato le masse in gregge, e talvolta in teppaglia.

Questi scenari si avvereranno? Chi lo sa. Semmai dovessero, temo che si dileguerebbero rapidamente e le cose tornerebbero a essere come prima. Prima dell’epidemia. Prima del diluvio. È difficilissimo indovinare cosa succederà fino a quel momento. Ma faremmo meglio a continuare a farci domande, come se questo fosse una medicina, fino a che non troveremo un vaccino efficace contro il flagello.