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PERDERSI
AUTORE: Lisa Genova
EDITORE: Piemme
Anno pubblicazione: 2010
Se avesse confessato a John quello che le aveva detto il dottor Devis, se gli avesse consegnato il Questionario delle attività quotidiane, tutto sarebbe diventato reale. John sarebbe diventato l’informatore e Alice sarebbe diventata la paziente incapace e moribonda” (p. 81). Questi pensieri attraversano in modo lacerante Alice, scienziata e ricercatrice della Harvard University, quando trova conferma che i suoi vuoti di memoria, i suoi disorientamenti nello spazio, le improvvise mancanze di lucidità non dipendono dall’invecchiamento, ma da una malattia degenerativa come l’Alzheimer presenile. Perdersi di Lisa Genova, neuropsichiatra che si è a lungo dedicata allo studio e alla cura delle malattie degenerative come il morbo di Parkinson e l’Alzheimer, è il racconto di una malattia, dal momento della scoperta fino al suo lento prendere forma. Alice è una donna di cinquant’anni, stimata, piena di vita intellettuale, interessata alla ricerca. Vive della sua famiglia e dei suoi studi e delle sue conferenze.
Inizialmente Alice si difende, si nasconde, pensa di lottare ostacolando la malattia che avanza e irrompe, nonostante tutto. Nasconde a John la tragicità del suo male, fino a quando non comprende che non può fare a meno del suo sostegno e, soprattutto, di affidare a colui che condivide l’esistenza con lei la tragicità ineluttabile della loro storia. Perdersi, tuttavia, non è un romanzo dai toni drammatici, sebbene non manchi l’evidente aspetto doloroso della malattia; al contrario l’obiettivo dell’autrice sembra essere quello di affermare la speranza, nonostante tutto. Si può vivere dignitosamente anche in preda a una malattia degenerativa incurabile e grave? Si possono vivere con intensità gli affetti, anche quando i ricordi lentamente iniziano a svanire? Si possono trovare strategie, anche pratiche, per rimanere attaccati alla vita? Alice sembra riuscirci. Grazie alla vicinanza, sebbene sofferta, del marito e soprattutto grazie all’affetto dei figli che vogliono lasciare scolpiti nella madre gli ultimi ricordi di affetto. Traspare pazienza e delicatezza, soprattutto dignità. Alice non nega la propria malattia, non la rimuove. Sa che l’accettazione, non l’estraniazione, è il percorso più sano, anche se doloroso da seguire. Decide di creare un gruppo di autosostegno con persone affette, come lei, da Alzheimer precoce. Domina la solidarietà, non la vergogna. Domina il bisogno di sentirsi, comunque, attaccati alla vita. Domina la consapevolezza di una gamma emozionale che resta comunque, anche quando la memoria e la consapevolezza vengono meno.
Quando la memoria è già labile, quando la fatica di mantenere lucidità inizia a farsi sentire in modo irruente, Alice tiene la conferenza più importante della sua vita durante un congresso dedicato alla ricerca sull’Alzheimer. Fa risuonare una richiesta, una supplica: “Non limitatevi a cancellarci dalla vostra vita. Guardateci negli occhi e parlate con noi”. Sono parole lucide, dure da ascoltare per medici e parenti, ma parole vere che Alice sente e sperimenta in profondità, fino all’ultimo, quando prende in braccio i due nipotini appena nati e vive l’emozione della recita della figlia, facendo scorrere sentimenti da cui, forse, quando era lucida e impeccabile, si sarebbe difesa.
a cura di Annalisa Margarino
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