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L'arcivescovo deve morire - di Ettore Masina (dicembre 2011)
La scommessa della decrecita - di Serge Latouche (luglio 2011)

La vita è una prova di orchestra - di Elena Loewenthal (luglio 2011)
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La civilità dell'empatia - di Geremy Rifkin
Il cervello lepre e la mente tartaruga - di Guy Cloxton
L'arte del bambino - di Mario Lodi
L'ecologia siamo noi - di Marco Paci
La ferita dell’altro - di Luigino Bruni
Un altro mondo è possibile se... - di Susan George
Scintille. Storie di anime vagabonde - di Gad Lerner
Perché pregare, come pregare - di Enzo Bianchi
Qualcosa di così personale - di Carlo Maria Martini
Sulla figura di Carlo Carretto

I

LA SCOMMESSA DELLA DECRESCITA

AUTORE: Serge Latouche
EDITORE: Feltrinelli
Anno pubblicazione: 2007 

Chi crede che una crescita [economica] esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista”. In questa frase dell’economista Boulding sono racchiusi i due filoni confluiti poi nella “decrescita”: uno di critica storica, economica e sociale allo sviluppo illimitato, l’altro di critica ecologica all’insostenibilità del sistema economico di fronte alla finitezza della biosfera. La decrescita entra nel dibattito culturale negli anni Novanta quando la società dei consumi e le sue basi immaginarie (progresso, scienza, tecnica) sono messe in discussione dal fallimento dello sviluppo nel Sud e dalla perdita di punti di riferimento nel Nord. Il tutto sullo sfondo della crisi ecologica. Serge Latouche, autore del manifesto contenuto ne La scommessa della decrescita, usa questo slogan per indicare “l’abbandono radicale dell’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente” (p. 11).

Per Latouche la crescita non è più auspicabile per tre motivi: produce disuguaglianze e ingiustizie, crea un benessere illusorio, sviluppa una “antisocietà” malata di ricchezza. Perciò l’autore denuncia l’idolatria del Pil come misura fittizia del benessere moderno. Ma per trasformare la società non basta cambiare un’unità di misura, occorre formulare i valori a cui la decrescita intende rifarsi: il senso del limite, la semplicità della vita, la “sobria ebbrezza della vita” (Ivan Illich) attraverso la limitazione dei bisogni per ritrovare la vera felicità e non quella economicista del Pil. Tutto ciò presuppone la “decolonizzazione dell’immaginario” dalla logica dell’onnimercificazione, del tutto ha un prezzo. Questo processo non significa regredire, tornare alle privazioni e alle fatiche della premodernità ma liberare la creatività, rinnovare la convivialità e la possibilità di condurre una vita degna. Si tratta di sostituire la corsa ai beni materiali con la sobrietà del consumare meno, con la ricerca di beni soddisfacenti e, dov’è possibile, con l’autoproduzione e lo scambio secondo la logica del dono. Tutto ciò si fa lentamente e richiede il dominio delle proprie paure: del vuoto, del fallimento, del futuro, di distanziarsi dalle norme in vigore.

Per arrivare a modificare la società, l’individuo che ha scelto la via della decrescita si deve inserire in gruppi che hanno scelto lo stesso tipo di vita. Il progetto della decrescita è politico e consiste nella costruzione di società conviviali, autonome e sobrie. Scrive Latouche: “La decrescita può essere prospettata solo all’interno di una “società della decrescita” (p. 97). Nella seconda parte del libro Latouche presenta il programma della decrescita in otto “R”: rivalutare riconcettualizzare i valori che potrebbero prendere il sopravvento (altruismo, cooperazione, importanza della vita sociale, gusto per il bello ecc.); ristrutturare il sistema di produzione e i rapporti sociali in base ai valori scelti; rilocalizzare ossia produrre localmente la maggior parte dei prodotti necessari; ridistribuirele ricchezze e l’accesso al patrimonio della natura ma anche il lavoro e i redditi tra le generazioni per risolvere il problema delle pensioni; ridurre i trasporti e il consumo di energia perché ad esempio un’arancia non viaggi 8000 km prima di arrivare al compratore. Inoltre ridurre i rifiuti e gli sprechi, ridurre il tempo di lavoro. Infine riutilizzare riciclare i prodotti di cui usufruiamo.  

     

 


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