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L'ARCIVESCOVO DEVE MORIRE
AUTORE: Ettore Masina
EDITORE: Il Margine
Anno di pubblicazione: 2011
a cura di Giorgio Conte
Dice Grossman in Vita e Destino: “la potenza della fame è disumana, se appena un impedimento separa l’uomo dal suo pane”. Ecco cosa ha spinto i poveri di El Salvador alla rivolta. L’ideologia comunista c’entrava in minima parte ma era un comodo espediente usato dai ricchi per spaventare Stati Uniti e Vaticano, che il terrore del comunismo lo avevano davvero, ed averli dalla loro parte. Per opprimere i poveri la tecnica è la solita: impedire qualsiasi sviluppo del paese, mantenere la disoccupazione alta per tenere bassi i salari e terrorizzare contadini e operai. Oscar Romero era conosciuto come conservatore, vicino all’Opus Dei; dissentiva dalla Teologia della Liberazione, era ostile ai gesuiti perché diceva che la loro cristologia alimentava l’odio di classe e la rivoluzione. Ma non aveva fatto i conti con lo Spirito Santo che quando afferra, obbliga al suo volere: devi prestargli la voce a costo della vita. Ce ne parla il libro di Ettore Masina L’arcivescovo deve morire, che contiene una gran copia di documenti e i commenti dell’autore sono pennellate degne del Goya, il pittore che è riuscito a rappresentare la ferocia e la paura della guerra con cruda intensità. Dopo venti giorni dalla sua nomina ad arcivescovo, le bande dei latifondisti uccidono un gesuita suo amico: Rutilio Grande. “Davanti al cadavere del padre Rutilio Grande, Romero nel suo ventesimo giorno di arcivescovo, sentì la chiamata di Cristo a vincere la sua naturale timidezza umana e a riempirsi della intrepidezza dell’apostolo…”. Così la scelta dei poveri, nucleo della pastorale di Rutilio, divenne la sua. Da quel giorno, e fino alla morte, Romero predicherà contro la tracotanza dei ricchi. Le omelie nelle quali perora la più santa e perduta delle cause (il Regno di Dio e la sua giustizia), hanno risonanza in tutta l’America Latina. Viene accusato di una predicazione sovversiva e violenta, di essere un esaltato; è fatto oggetto di minacce e intimidazioni. In seno al suo clero si celano delatori e spioni che lo screditano anche in Vaticano. Ma ormai, Romero, che pure ha paura della morte come tutti i martiri, si è identificato con il suo popolo e sa a cosa va incontro. Chiede al presidente Carter di non dare armi e danaro al governo perché li avrebbe usati contro il popolo, e così firma la sua condanna a morte. Durante un’omelia, quindici giorni prima di cadere assassinato, predica: “Torturano, ammazzano e preferiscono all’uomo i loro capitali (…). Questo sangue, la morte toccano il cuore stesso di Dio. Fanno sì che né la riforma agraria, né la nazionalizzazione delle banche, né altre riforme promesse possano essere feconde; la terra insanguinata non può dar frutto.” Il 24 marzo 1980 un proiettile gli spacca il cuore durante la messa. I ricchi festeggiano con champagne, fuochi d’artificio e balli. Il giorno dei funerali gli assassini sparano sulla folla: sessanta morti e trecento feriti. Per la chiesa di Roma non è ancora né beato né martire. È attuale il libro di Ettore Masina, perché i poveri, gli emarginati aumentano e aumenteranno ancora di più e le sirene del capitalismo ingordo suonano la stessa musica: “La colpa è di questo, di quello…”. Soprattutto i giovani devono stare attenti a non abbracciare ideologie comode ma devastanti. Bisogna tenere la rotta ben salda. Schierarsi sempre con i deboli, i poveri. Arturo Paoli lo disse in una intervista di undici anni fa: “La mia identità l’hanno formata i poveri”. “Giustizia” e “amore per i poveri” sono le sue parole più frequenti. |