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"Cristiani nel deserto. Charles de Foucauld, Primo Mazzolari e Arturo Paoli" di Giorgio Vecchio

"L'arcivescovo deve morire" di Ettore Masina

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Fai bei sogni (aprile 2012)
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L'arcivescovo deve morire - di Ettore Masina (dicembre 2011)
La scommessa della decrecita - di Serge Latouche (luglio 2011)

La vita è una prova di orchestra - di Elena Loewenthal (luglio 2011)
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Gioventù sprecata - di Tonia Mastrobuoni (maggio 2011)
Viva l'Italia - di Aldo Cazzullo (aprile 2011)
L'altra parte del mondo - di Rita Levi Montalcini (marzo 2011)
Fuori dalle righe - di José Castillo (febbraio 2011)
Vi segnaliamo... (gennaio 2011)
Perdersi - di Lisa Genova

DAI "QUADERNI" DEL 2010

Pregare nella tempesta - di Christian Salenson
Nel deserto il profumo del vento - di Giorgio Gonella
Arturo Paoli. Ne valeva la pena - di Silvia Pettiti
La civilità dell'empatia - di Geremy Rifkin
Il cervello lepre e la mente tartaruga - di Guy Cloxton
L'arte del bambino - di Mario Lodi
L'ecologia siamo noi - di Marco Paci
La ferita dell’altro - di Luigino Bruni
Un altro mondo è possibile se... - di Susan George
Scintille. Storie di anime vagabonde - di Gad Lerner
Perché pregare, come pregare - di Enzo Bianchi
Qualcosa di così personale - di Carlo Maria Martini
Sulla figura di Carlo Carretto

 

 

 


I

PERCHE’ PREGARE, COME PREGARE

AUTORE: Enzo Bianchi
EDITORE: San Paolo
Anno pubblicazione: 2009

Pregare è difficile, oggi come ieri. Questo è il presupposto che muove le pagine del libro di Enzo Bianchi sulla preghiera: Perché pregare, come pregare.
Consapevole di questa difficoltà e della fatica che l’uomo d’oggi prova quando prega, il Priore di Bose apre i lettori a un cammino di riscoperta della preghiera. Per lui è importante ridefinire la preghiera, in quanto momento fondamentale ed essenziale della vita cristiana, come testimonia la citazione del proverbio di Evagrio: “Se sei teologo, pregherai veramente; se preghi veramente, sei teologo” (p. 13). Cosa significa, allora, pregare? Pregare è entrare e stare in relazione, ponendosi, innanzitutto, in una condizione di ascolto del Padre. La preghiera proviene dall’esperienza dello Shema’ Jisra’el: solo ascoltando è possibile accogliere la Presenza di Dio e inserirsi nella relazione filiale con Lui, riconoscendolo, insieme a Gesù, come Padre, Abba. Pregare è quindi ascoltare: “Se la preghiera è autenticamente cristiana, se sgorga dall’ascolto di Dio, se si apre alla presenza e diventa comunione fino a vivere con lui il rapporto di alleanza, allora il suo frutto è la carità, è l’amore per Dio, per gli uomini e per l’intera creazione” (p. 50). La comunione intima con Dio e l’amore sono l’esito del pregare, per questo ogni uomo è chiamato nel corso della propria vita a non fare più preghiere, ma, come il salmista, a diventare preghiera (cfr. p. 51).
Dopo essersi soffermato su cosa significhi pregare, Enzo Bian-chi dedica la seconda parte del suo libro al “come pregare”, consapevole del fatto che non ci si improvvisa oranti, ma che bisogna imparare proprio come i discepoli di Gesù gli do-mandarono che insegnasse loro a pregare. Il Priore di Bose afferma che possiamo imparare a pregare guardando la vita di Gesù che dall’inizio alla fine si è sempre rivolto al Padre, conformandosi alla sua volontà. Pregare, infatti, non è chiedere che Dio realizzi i nostri desideri, ma comporta il predisporsi alla volontà di Dio che si concretizza nell’amore. La preghiera, per questo, non è scissa dalla vita, ma ascolto che la trasforma e la guida continuamente.
Infine, nella terza parte, Enzo Bianchi si sofferma sui motivi che arrestano la preghiera, dedicando particolare attenzione agli ostacoli che oggi principalmente bloccano la relazione con Dio, primi tra tutti il problema del male, la secolarizzazione e il senso di inutilità storica dell’invocare Dio. In questa terza parte, Enzo Bianchi capovolge la domanda “Dov’è Dio?” che spesso nel nostro tempo, a partire dall’olocausto, viene posta come obiezione alla preghiera, con la domanda “Dov’è l’uomo?”. Solo ritrovando l’uomo sarà possibile ritrovare Dio! Pregare allora significa riscoprire la dimensione filiale dell’uomo rispetto a Dio Padre e disporsi a vivere con umiltà quella relazione originaria in un rapporto autentico con un Dio che Gesù ci insegna a chiamare Abbà. Per Enzo Bianchi non si impara mai a pregare definitivamente, ma pregare è vivere “una lotta per giungere ad amare di più e meglio” (p. 122) chi ci vive accanto, a partire dall’esperienza comune della filialità.                 

a cura di Annalisa Margarino


 

 


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