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IL VANGELO DELLA GIUSTIZIA
Da “La Repubblica” dell’8 aprile 2010
Quando si parla di «preti pedofili» si toccano due
ordini di problemi che occorre tenere rigorosamente distinti: il
reato di pedofilia commesso da alcuni esseri umani e la vita delle
comunità ecclesiali dentro le quali questi reati sono avvenuti –
e forse ancora avvengono. Il primo aspetto si occupa dei preti pedofili
in quanto «pedofili » e come tale ha anzitutto un risvolto giuridico,
per la precisione penale, consistente nel difendere i nostri figli
da chi commette simili mostruosità, senza alcuna distinzione sull’identità
dei colpevoli, siano essi preti, suore, vescovi, laici o che altro.
Un pedofilo è prima di tutto un criminale che va isolato e punito.
Sempre al primo aspetto del problema pertiene il risvolto antropologico
e psicologico che affronta la questione di come sia possibile una
tale sconcertante aberrazione, a cui, per quanto ne so, solo gli
umani tra tutti gli esseri viventi possono arrivare: capire la causa
di un male è il primo fondamentale passo per estirparlo. Questo
primo ordine di problemi riguarda la società nel suo insieme, credenti
e non credenti, soprattutto alla luce della terribile verità secondo
cui la gran parte degli atti di pedofilia avviene tra le mura domestiche.
Il secondo ordine di problemi scaturisce dal fatto che i pedofili
in questione sono «preti» e in questa prospettiva i problemi riguardano
in particolare la coscienza credente. Sono convinto che tutto dipenda
dal chiarire che cosa significa credere in Dio. Intendo dire crederci
realmente, non come una specie di condizione preliminare della mente
per far parte di una grande associazione umana qual è (anche) la
Chiesa cattolica, con la sua bella porzione di potere e di interessi
nel mondo. Crederci come qualcosa di vitale, di esistenzialmente
decisivo, oserei dire di bruciante. Che cosa significa credere in
questo modo nel Dio vivente? Io penso che tale fede in Dio equivalga
al credere nella giustizia quale dimensione suprema dell´essere.
Giustizia e verità. Di fronte alla storia col suo inestricabile
impasto di bene e di male, la vera fede sa che il bene è la realtà
definitiva, ultima, assoluta, e come tale giudicante la storia e
chi la vive. Il Cristo giudice di Michelangelo che troneggia nella
Cappella Sistina alza il suo braccio non solo alla fine, ma anche
in ogni momento della storia. E se c´è una qualità che caratterizza
il Dio biblico, essa consiste nel diritto e nella giustizia perché
«egli ama il diritto e la giustizia» (Salmo 32,5) e «diritto e giustizia
sono la base del suo trono» (Salmo 88,15). Non a caso, tra le otto
beatitudini di Gesù, solo la giustizia viene ripetuta due volte
quale causa di beatitudine: «beati quelli che hanno fame e sete
della giustizia», «beati i perseguitati per causa della giustizia».
Ne viene che esercitare la giustizia è la prima fondamentale caratteristica
del vero credente perché tale esercizio equivale a onorare il primo
comandamento, non essendo «non avrai altro Dio all´infuori di me»
nient´altro che il supporto teorico della prassi «non ti comporterai
in altro modo all´infuori della giustizia». Non in modo tattico,
accorto, prudente, diplomatico (strategie molto in uso nei palazzi
del potere di ogni tempo); ma solo e semplicemente in modo giusto.
La giustizia è rappresentata al meglio dall´immagine della bilancia.
Oggi su un piatto ci sono le esistenze di migliaia di bambini in
tutto il mondo (America, Australia, Europa) irreversibilmente devastate
a un triplice livello: fisico, psicologico e spirituale. Che cosa
è disposta a mettere sull´altro piatto la Chiesa cattolica perché
la bilancia possa essere in equilibrio e quindi rappresentare al
meglio la giustizia, umana e divina al contempo? Non penso che abbiano
peso alcuno le dichiarazioni che gridano al complotto, agli attacchi,
all´assedio, esercitando la medesima tattica disorientante spesso
utilizzata dai potenti della politica. Occorre piuttosto guardare
in faccia la terribile verità e trarne le giuste conseguenze. Torno
quindi a chiedere: che cosa mettete sul piatto della bilancia, voi
pastori della Chiesa, quando dall´altra parte ci sono l´innocenza
e la fiducia di giovani vite che mai potranno più essere come prima?
Non si tratta di difendersi davanti agli uomini come una qualunque
associazione umana, si tratta di rispondere davanti a Dio. Sapendo
peraltro che il mondo intero vi guarda, e che da come risponderete
– cercando giustizia e verità, oppure no – si misurerà l´autenticità
della vostra fede. E che dall´autenticità della vostra fede in questo
terribile frangente dipenderanno per gran parte le sorti del cristianesimo
in occidente. La peculiarità di questo scandalo non sta infatti
nella pedofilia, forse neppure nel fatto che i pedofili in questione
siano preti, quanto piuttosto nel fatto che voi gerarchie sapevate
di questi crimini e che, per non indebolire il potere della struttura
politica della Chiesa nel mondo, tacevate e insabbiavate. Non sto
forzando i toni, è stato mons. Stephan Ackermann, vescovo di Treviri
e incaricato della Conferenza episcopale tedesca per la questione
abusi, a parlare di «insabbiamento» e di «occultamento» (Rhein Zeitung
del 16 marzo scorso). Per interi decenni avete preferito l´onorabilità
della struttura politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso
le vittime, e quindi verso Dio. Purtroppo le dichiarazioni di molti
zelanti apologeti in questi giorni, comprese quelle del cardinal
Sodano, appaiono esattamente in linea con la politica degli anni
passati all´insegna dell´insabbiare e dell´occultare. Ancora una
volta, non ci si preoccupa di essere all´altezza della giustizia
divina e delle anime delle vittime, ma dell´onorabilità del papa,
o per meglio dire dei papi (perché una cosa deve essere chiara:
se Benedetto XVI viene descritto come il più solerte nemico della
sporcizia della pedofilia, ciò non può non gettare un´ombra abbastanza
cupa sui ventisette anni di pontificato di Giovanni Paolo II). Gli
zelanti apologeti agiscono come se il papa avesse qualcosa da perdere
a seguire semplicemente le parole di Gesù nel Vangelo: «È inevitabile
che avvengono scandali ma guai a colui per cui avvengono. È meglio
per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga
gettato nel mare piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli».
Vogliono salvare la Chiesa, ma non capiscono che è proprio il loro
atteggiamento a renderla sempre più distante dalla sete di giustizia
che pervade il nostro tempo.
PERCHE' ENTRA IN CRISI IL VINCOLO DEI
SACERDOTI
da "la Repubblica" del 18 marzo 2010
«Non è bene che l'uomo sia solo», dice Dio di fronte al primo uomo.
Per rimediare crea gli animali, ma l' uomo non è soddisfatto. Allora
gli toglie una costola, plasma la donna e gliela presenta. A questo
punto l'uomo non ha più dubbi: «Questa è osso delle mie ossa e carne
della mia carne. La si chiamerà isà (donna) perché da is (uomo)
è stata tolta». Una voce fuori campo commenta: «Per questo l'uomo
lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno
una carne sola» (Genesi 2,23-24). Questa scena mitica, mai avvenuta
in un punto preciso del tempo perché avviene ogni giorno, insegna
che la relazione uomo-donna è scritta dentro di noi e che, ben prima
dei genitali, riguarda la carne e le ossa. La Sacra Scrittura esprime
così nel modo più intenso che noi siamo relazione in cerca di relazione,
che viviamo con l'obiettivo di formare "una carne sola"
e di compiere l' uomo perfetto, quello pensato da subito nella mente
divina come maschio+femmina, secondo quanto insegna Genesi 1,27:
«Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio
e femmina li creò». La vera immagine di Dio, che è comunione d'
amore personale, non è né il monaco né il prete celibe e neppure
il papa, ma è la coppia umana che vive di un amore reciproco così
intenso da essere "una carne sola". Per questo, secondo
un detto rabbinico, «il celibe diminuisce l' immagine di Dio». Lo
stesso si deve dire della paternità e della maternità. Se Dio è
padre che eternamente genera il Figlio e che temporalmente genera
gli uomini come figli nel Figlio, la sua immagine più completa sulla
terra sono gli uomini e le donne che a loro volta generano figli
e spendono una vita di lavoro per farli crescere. Per questo la
Bibbia ebraica considera la scelta celibataria di non avere figli
qualcosa di innaturale che trasgredisce il primo comando dato agli
uomini cioè "crescete e moltiplicatevi". Naturalmente
tutti sanno che Gesù era celibe, e così anche san Paolo. Ma mentre
Gesù conservava una visione positiva del matrimonio, san Paolo giunge
a ribaltare quanto dichiarato da Dio al principio dei tempi («non
è bene che l' uomo sia solo») scrivendo al contrario che «è cosa
buona per l' uomo non toccare donna» (1Cor 7,1). Per lui il matrimonio
è spiritualmente giustificabile solo «a motivo dei casi di immoralità»,
nulla più cioè che un remedium concupiscentiae per i deboli di spirito
che non sanno controllare le passioni della carne. L' apostolo non
poteva essere più esplicito: «Se non sanno dominarsi, si sposino:
è meglio sposarsi che ardere» (1Cor 7,9). Da qui sorge la visione
che domina la tradizione occidentale che assegna una schiacciante
superiorità morale e spirituale al celibato e solo un valore secondario
al matrimonio. Da qui la chiesa latina del secondo millennio sarà
portata a legare obbligatoriamente il sacerdozio alla condizione
celibataria. Ma su che cosa si fondava l' idea di Paolo? Qualcuno
parla di sessuofobia, ma a mio avviso il motivo è un altro e si
chiama escatologia: ovvero la sua ferma convinzione che «il tempo
ormai si è fatto breve» (1Cor 7,29), che «passa la scena di questo
mondo» (1Cor 7,31), che quanto prima cioè giungerà la fine del mondo
con il ritorno di Cristo. La Prima Corinzi, lo scritto decisivo
in ordine alla fondazione del celibato ecclesiastico, è dominata
dall' attesa dell' imminente parusia (vedi 15,51-53): se Cristo
tornerà a momenti, «al suono dell' ultima tromba», a che serve sposarsi
e mettere al mondo figli? Il mancato ritorno di Cristo al suono
dell' ultima tromba ha portato naturalmente a moderare l' impostazione
già nelle lettere deuteropaoline, tra cui in particolare quella
agli Efesini i cui passi si leggono spesso durante le cerimonie
nuziali, ma questo avrà solo l' effetto di giustificare il matrimonio
in quanto sacramento, non di ritenerlo spiritualmente degno almeno
quanto il celibato. Anzi, la tradizione ascetica e mistica dei padri
della chiesa e della scolastica è unanime nell' affermare la superiorità
indiscussa del celibato rispetto al matrimonio. Tommaso d' Aquino
la sintetizza col dire che «indubitabilmente la verginità deve essere
preferita alla vita coniugale» ( Summa theologiae II-II, q. 152,
a. 4),e il decreto del Concilio di Trento del 1563 arriva persino
a scomunicare chi osi dire che «non è cosa migliore e più felice
rimanere nella verginità e nel celibato che unirsi in matrimonio»
(DH 1810). Una scomunica che, a ben vedere, colpisce lo stesso Dio
Padre per quella sua frase imprudente all' inizio della Bibbia!
Oggi assistiamo alla fine abbastanza ingloriosa del modello di vita
sacerdotale sancito dal Concilio di Trento,e in genere portato avanti
nel secondo millennio cristiano, con il legare obbligatoriamente
alla vita sacerdotale la scelta celibataria. I crimini legati al
clero pedofilo (che la gerarchia conosceva e copriva per anni) stanno
scavando la fossa, anzi hanno già scavato la fossa, alla falsa idea
della superiorità morale e spirituale del celibato. Naturalmente
non intendo per nulla cadere nell' eccesso opposto di chi ritiene
la vita celibataria alienante e disumana a priori. Conosco preti
celibi straordinari, modelli integerrimi di vita serena, pura, felicemente
realizzata. Voglio piuttosto esprimere la mia ferma convinzione
che ciò che conta per un uomo di Dio (perché nulla di meno il prete
è chiamato a essere) sia avere l' anima piena della luce e della
gioia del vangelo, e che a questo scopo la condizione migliore sarà
per uno vivere nel celibato e per un altro metter su famiglia, a
seconda del temperamento e dell' attitudine personali. Il che è
esattamente quello che avveniva tra gli apostoli, come ci fa sapere
san Paolo quando scrive che, a differenza di lui, «gli altri apostoli
e i fratelli del Signore e Cefa» vivevano con una donna (1Cor 9,5).
I capi della Chiesa non avevano ancora dimenticato che «non è bene
che l' uomo sia solo».
LE DOMANDE CHE I RAGAZZI RIVOLGONO A
GESU'
di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 12 gennaio 2010
Il Sermig di Torino, movimento cattolico fondato
da Ernesto Olivero, ha sottoposto un esteso questionario a migliaia
di giovani sulla figura di Gesù.
Alla domanda numero 7, che chiedeva «Cosa diresti a Gesù se potessi
parlare con lui oggi?», le principali risposte dei giovani furono
le seguenti: Perché si deve morire? Che senso ha la mia vita? Perché
esiste il male? Perché muoiono tanti giovani? Cosa mi aspetta dopo
la morte? Perché mi hai creato? Queste domande dei giovani a Gesù
(ipotetiche quanto alla possibilità di raggiungere il destinatario,
ma assolutamente reali quanto a valore esistenziale) mostrano un
intenso bisogno di significato, si potrebbe dire di filosofia. Più
che a Gesù quale singolo personaggio storico, le interpellanze dei
giovani si rivolgono al Cristo, al Figlio di Dio in quanto Dio,
a Dio, all' Assoluto. Sono tre infatti le questioni capitali:
1) chi sono io e perché sono qui;
2) perché questo mondo è colmo di ingiustizia;
3) che cosa ne sarà di me dopo la morte.
Oggi la teologia e la predicazione della Chiesa sono concentrate
sul Gesù storico, sulla sua esistenza, la sua predicazione, il suo
messaggio, la sua morte e la sua risurrezione. I corsi biblici organizzati
dalle parrocchie non si contano più. Ma queste domande mostrano
chiaramente che l' interesse degli uomini d' oggi non è per una
storia lontana, destinata ogni anno a divenire sempre più lontana,
ma per il senso di questa vita qui e ora. Gesù non interessa come
singolo personaggio storico a cui accadono delle cose speciali (emblematico
che nessuno tra i giovani gli avrebbe chiesto lumi sul suo concepimento
verginale, sulla veridicità dei suoi miracoli, sui responsabili
della sua morte, sulla realtà della sua risurrezione) ma interessa
come il maestro a cui chiedere spiegazioni su questa vita e sui
suoi conti che faticano a tornare. Una risposta di un ragazzo di
quindici anni metteva addirittura in crisi il sacrificio espiatorio
di Gesù, o meglio la teologia tradizionale che interpreta Gesù quale
«vittima immolata per la nostra redenzione» (come viene definito
da alcune parole del canone della Messa). Che cosa appare allora
da queste domande dei giovani? Appare quello che già Hegel vedeva
come il limite della coscienza cristiana tradizionale, cioè l' essere
una «coscienza infelice». Da questi giovani emerge chiaramente un
disorientamento sulla loro identità di uomini, segno dell' inefficacia
delle risposte tradizionali della fede ascoltate nelle lezioni di
catechismo. A differenza di quanto avveniva al tempo di sant' Agostinoe
di san Tommaso d' Aquino, dalla fede cristiana di oggi non emerge
più una veritiera e affidabile visione del mondo. Da qui il senso
diffuso di infelicità, da qui il disagio rispetto al proprio essere
al mondo. I credenti adulti suppliscono questa incertezza teoretica
con il ricorso al principio di autorità (è così perché è stato sempre
insegnato che è così), ma con i giovani questo principio (se purtroppo
o se per fortuna, non lo so) non funziona. C' è un detto medievale
che dice: «Vengo non so da dove; sono non so chi; muoio non so quando;
vado non so dove; mi stupisco di essere lieto». Il filosofo Karl
Jaspers, che lo cita all' inizio del libro La fede filosofica di
fronte alla rivelazione, dice che per questa unione di ignoranza
e di gioia tale detto non può essere cristiano.E poi aggiunge un
affondo terribile, affermando che, al contrario, la coscienza cristiana
ha sì le risposte a tutte le questioni perché sa da dove viene,
perché sa chi è, perché sa che morirà quando lo deciderà Dio (non
prima e non dopo), perché sa dove andrà, ma, sapendo tutto ciò,
non è per nulla lieta, per nulla serena, ma è immersa nella macerazione
e in una continua tensione con il mondo con cui non riesce a riconciliarsi.
A mio avviso ha ragione: la coscienza cristiana troppo spesso appare
come una coscienza infelice, a tratti risulta persino aggressiva,
soprattutto in coloro che coltivano sopra ogni cosa l' adesione
alla dottrina stabilita dalle gerarchie ecclesiastiche e che coniugano
il verbo "credere" sempre accanto a "obbedire e combattere".
Da dove nascono invece quell' essere lieti in profondità, quella
gioia inestirpabile verso la vita, quella quiete dello spirito e
della mente, che sono il contrassegno di una autentica esperienza
spirituale e che sole possono dare risposte convincenti alle inquietudini
dei giovani? Nascono dal sapere di essere a casa in questo mondo
di Dio, dal senso di intima comunione con l' essere e con la natura
che portò Francesco d' Assisi a scrivere il "Cantico delle
creature", e dalla certezza che l' incarnazione di Dio non
riguarda solo un giorno lontano di tanti anni fa ma è la dinamica
che si avvera ogni giorno, in tutti gli uomini che amano il bene
e la giustizia. Gesù è l' uomo che cessa di fare di se stesso il
centro del mondo e si pone al servizio di una realtà più importante
di sé. Anche la Chiesa deve cessare di fare di se stessa il centro
del mondo e si deve porre al servizio di qualcosa di più grande
di sé, del bene comune e di ogni singolo individuo di questa nostra
società, credente o non credente, bianco o nero, etero o omosessuale.
LA LIBERTA' DI PENSARE DIO SFIDANDO LA CHIESA
di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 10 dicembre 2009
Si apre oggi a Roma e durerà fino a sabato un convegno internazionale
promosso dal Progetto Culturale della Cei con il patrocinio del
Comune di Roma: "Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto".
Il programma prevede la partecipazione di scienziati, storici, filosofi,
scrittori, giornalisti, teologi. Condividendo l´urgenza dell´argomento,
presento alcune considerazioni in forma necessariamente schematica
che consegno alla pubblica riflessione.
1. La sfida della postmodernità alla fede in Dio non è più l´ateismo
materialista. Tale era l´impresa della modernità, caratterizzata
dal porre l´assoluto nello stato-partito o nel positivismo scientista,
ma questi ideali sono crollati e oggi gli uomini sono sempre più
lontani dall´ateismo teoreticamente impegnato. Gli odierni alfieri
dell´ateismo vogliono distruggere la religione proprio mentre si
connota il presente come "rivincita di Dio", anzi la vogliono
distruggere proprio perché ne percepiscono il ritorno, ma i loro
stessi libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione,
finiscono per alimentare la rivincita di Dio.
2. La questione epocale è piuttosto un´altra, cioè che tale rivincita
non corrisponde per nulla a una rivincita del Dio cristiano. La
postmodernità col suo crescente desiderio di spiritualità non intende
per nulla tradursi nelle tradizionali forme cristiane. Anzi, il
cristianesimo continua a perdere fascino, annoia, nel migliore dei
casi consola. La questione diviene quindi quale forma di spiritualità
sia concepibile per un ´epoca che vuole essere religiosa (persino
mistica come prevedeva Malraux) ma non intende più essere cristiana
nella forma tradizionale del termine. Affrontare questa sfida è
essenziale per la teologia cristiana.
3. La teologia può tornare a far pensare gli uomini a Dio solo a
due condizioni: radicale onestà intellettuale e primato della vita.
Ha scritto Nietzsche: "Nelle cose dello spirito si deve essere
onesti fino alla durezza". È vero. Se vuole tornare a essere
significativa, la teologia deve configurarsi come radicale onestà
intellettuale. Vi sono stati pensatori che nel ‘900 hanno scritto
di Dio in questo modo: penso a Florenskij, Bonhoeffer, Weil, Teilhard
de Chardin. Si tratta di continuare sulla loro strada. Oggi la coscienza
europea non è più disposta a dare credito a una teologia che dia
il sospetto anche del minimo mercanteggiare.
4. In questa prospettiva la teologia deve intraprendere una lotta
all´interno della Chiesa e della sua dottrina, talora persino contro
la Chiesa e la sua dottrina, senza timore di dare scandalo ai fedeli
perché il vero scandalo è il tradimento della verità e l´ipocrisia.
Ha scritto nel 1990 il cardinal Ratzinger: "Nell´alfabeto della
fede al posto d´onore è l´affermazione: In principio era il Logos.
La fede ci attesta che fondamento di tutte le cose è l´eterna Ragione".
Parole sublimi, ma ecco il punto: proprio dall´esercizio della ragione
all´interno della fede sorgono acute difficoltà logiche su non pochi
asserti dottrinali. Simone Weil rilevò il paradosso: "Nel cristianesimo,
sin dall´inizio o quasi, c´è un disagio dell´intelligenza".
Tale malaise de l´intelligence è attestato anche dal fatto che i
principali teologi cattolici del ‘900 hanno avuto seri problemi
con il magistero, penso a Teilhard de Chardin, Congar, de Lubac,
Chenu, Rahner, Häring, Schillebeeckx, Dupuis, Panikkar, Küng, Molari.
E oggi le cose non sono migliorate, anzi.
5. L´impostazione dominante rimane oggi la seguente: la teologia
si esercita nella Chiesa e per la Chiesa e deve avere un esplicito
controllo ecclesiale. Nel documento La vocazione ecclesiale del
teologo, firmato dal cardinal Ratzinger nel 1990, il nesso chiesa-magistero-teologia
è strettissimo. A mio avviso è precisamente questo nesso che oggi
la teologia deve sottoporre a critica. Perché il cristianesimo possa
continuare a vivere in Europa, è necessario che la teologia liberi
il pensiero di Dio dalla forma rigidamente ecclesiastica impostale
lungo i secoli con la morsa degli anathema sit e faccia entrare
l´aria pulita della libertà. Non sto auspicando la scomparsa del
magistero, ma il superamento della convinzione che la verità della
fede si misuri sulla conformità a esso. Ciò che auspico è l´introduzione
di una concezione dinamico-evolutiva della verità (verità uguale
bene) e non più statico-dottrinaria (verità uguale dottrina). Una
teologia all´altezza dei tempi non può più configurarsi come obbedienza
incondizionata al papa. L´obbedienza deve essere prestata solo alla
verità, il che impone di affrontare anche le ombre e le contraddizioni
della dottrina.
6. Ciò comporta il passaggio dal principio di autorità al principio
di autenticità, ovvero il superamento dell´equazione "verità
uguale dottrina" per porre invece "verità maggiore dottrina".
È esattamente la prospettiva della Bibbia, per la quale la verità
è qualcosa di vitale su cui appoggiarsi e camminare, pane da mangiare,
acqua da bere. In questo orizzonte l´esperienza spirituale ha più
valore della dottrina, il primato non è della dogmatica ma della
spiritualità, e i veri maestri della fede non sono i custodi dell´ortodossia
ma i mistici e i santi (alcuni dei quali formalmente eterodossi
come Meister Eckhart e Antonio Rosmini). Ne viene che un´affermazione
dottrinale non sarà vera perché corrisponde a qualche versetto biblico
o a qualche dogma ecclesiastico, ma perché non contraddice la vita,
la vita giusta e buona. Si tratta di passare dal sistema chiuso
e autoreferenziale che ragiona in base alla logica "ortodosso-eterodosso",
al sistema aperto e riferito alla vita che ragiona in base alla
logica "vero-falso", e ciò che determina la verità è la
capacità di bene e di giustizia. Così la teologia diviene autentico
pensiero del Dio vivo, qui e ora.
7. Concretizzando. Non si può continuare insegnare che la morte
è stata introdotta dal peccato dell ´uomo, mentre oggi si sa che
la morte c´è da quando esiste la riproduzione sessuata, cioè milioni
di anni prima della comparsa dell´uomo. Né si possono più sostenere
così come sono i dogmi sul peccato originale, sull´origine dell´anima,
sull´eternità dell´inferno, sulla risurrezione della carne. Occorre
inoltre prendere atto dell´insufficiente risposta alla questione
del male e del dolore innocente, la più antica e la più attuale
sfida a ogni pensiero di Dio. Per quanto riguarda poi la morale
sessuale, le parole del card. Poupard sul caso Galileo, cioè che
la Chiesa di allora fu incapace di "dissociare la fede da una
cosmologia millenaria", devono portare a domandarsi se oggi
non si è allo stesso modo incapaci di dissociare la fede da una
biologia altrettanto millenaria e altrettanto sorpassata. È necessario
un immenso lavoro perché l´occidente torni a riconoscersi nella
sua religione, e la condizione indispensabile è che il cantiere
della teologia si apra alla libertà. Infatti (per riprendere il
sottotitolo del convegno romano) con o senza libertà cambia tutto.
Ma l ´attuale gerarchia della Chiesa è spiritualmente grado di cogliere
l´urgenza della situazione e di aprirsi al rischio della libera
intelligenza?
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